La Confindustria vede nero

05/12/2002

            5 dicembre 2002

            La Confindustria vede nero
            Anche gli imprenditori si accorgono che il miracolo non c’è. La ripresa? Nel 2004

            Bianca Di Giovanni

            ROMA Davanti a previsioni che disegnano
            una (quasi?) recessione in atto
            nel nostro Paese (che va peggio del
            resto d’Europa), con una ripresa rinviata
            a fine 2003 o inizio 2004, il leader
            di Confindustria Antonio D’Amato
            continua a fare i giochi di prestigio in
            nome della fedeltà al governo. Il Paese
            perde competitività? «Non serve uno
            scatto d’orgoglio – replica al presidente
            della Repubbloica Carlo Azeglio Ciampi
            in conclusione della presentazione
            del Rapporto macroeconomico del
            Centro studi – Ma uno scatto sulle riforme».
            Dunque, nessuna colpa alle
            imprese. Ma ad essere responsabile del
            declino non è neanche l’esecutivo targato
            Berlusconi – argomenta il numero
            uno di Viale dell’Astronomia – semmai
            è l’opposizione che si oppone (negli
            altri Paesi andranno tutti d’amore e
            d’accordo), che accende il conflitto e
            non consente di «innovare» il mercato
            del lavoro e il sistema previdenziale. È
            questo quello che serve, al più presto,
            senza perdere altro tempo. Se c’è da
            frenare è solo su una delle tante riforme
            richieste da Confindustria: quella
            sul diritto societario. Lì occorre altro
            tempo. Non dice, D’Amato, che sono
            almeno 60 anni che in Italia si sta cercando
            di innovare il diritto societario,
            e che le norme a cui oggi le società
            fanno riferimento risalgono al 1942.
            Strano che il riformatore D’Amato
            chieda altro tempo su questo (tanto
            più che il Centro studi della sua associazione
            aveva appena «promosso» il
            provvedimento della Commissione
            Vietti su questa materia), mentre stringa
            i tempi sul mercato del lavoro che è
            stato abbondantemente flessibilizzato
            negli anni ‘90 («pacchetto Treu»). Ma
            tant’è: l’ideologia richiede di dar ragione
            a Berlusconi e torto a quel sindacato
            che è sceso in piazza. Anche contro
            l’evidenza dei numeri (Bersani parla di
            sindrome di Stoccolma: gli industriali
            difendono chi li sta distruggendo) e
            della storia.
            Per la prima volta il presidente
            «esterna» a lungo sulla crisi Fiat. «Bisogna
            far lavorare l’azienda ed il management
            - dichiara – bisogna che i sindacati
            siano molto attenti alle questioni occupazionali
            e sociali, ma il piano di
            ristrutturazione va fatto, e credo che la
            Fiat abbia prestato molta attenzione
            agli equilibri sociali del Paese soprattutto
            nelle aree più delicate come Termini
            Imerese», Traspare una nuova
            «pax» tra Viale dell’Astronomia e Torino,
            dopo i rapporti burrascosi degli
            ultimi tempi. Quanto al governo, anche
            con Fiat nessuna responsabilità.
            Ad uscire a pezzi dall’appuntamento
            confindustriale è comunque sicuramente
            Giulio Tremonti, il quale ha preferito
            non partecipare. «Mi dispiace
            che il ministro non sia presente – attacca
            D’Amato – ci avrebbe aiutato a capire
            se le considerazioni fatte dal Centro
            Studi sono ottimistiche o pessimistiche.
            Per me sono realistiche». La realtà
            descritta dal capoeconomista Giampaolo
            Galli non ha nulla in comune con
            quella prevista nei documenti ufficiali
            del governo. Per Confindustria il Pil
            italiano è oggi allo 0,4% (lo 0,6 per il
            governo) e sarà l’anno prossimo all’1,4%.
            Sul dato pesano fattori struttu-
            rali di bassa competitività e elementi
            congiunturali come la crisi della Germania,
            il nostro più importante mercato
            di sbocco. L’inflazione si attesterà
            all’1,8% riaprendo il divario con la media
            Ue. Il deficit segna il 2,6% quest’anno
            (2,1 per il governo) ed il 2,3 nel
            2003 (1,5 per Tremonti). «Date però le
            diverse valutazioni sulla crescita – scrive
            Confindustria – le previsioni sono
            sostanzialmente in linea con l’interpretazione
            del Patto di stabilità in base
            alla quale i Paesi ancora in disavanzo
            dovrebbero migliorare dello 0,5%
            ogni anno». Per questo non ci si aspetta
            una manovra aggiuntiva (anche se il
            gettito fiscale non sarà quello atteso),
            ma una stangata per il 2004 sarà inevitabile.
            Ma le cose potrebbero precipitare
            se l’Ue imporrà una riduzione del
            debito del 4% l’anno ai Paesi che superano
            la soglia del 60%. Ma un’altra
            incognita pesa sui conti italiani. Anzi
            due. La prima è immediata: anche
            Confindustria (come aveva già fatto il
            senatore ds Enrico Morando) rileva
            un «buco» nelle coperture della manovra
            per il 2003 di 3-4 miliardi. Non ci
            sono e non si sa dove il governo li
            prenderà. Altro rischio: la devolution,
            che moltiplicherà i centri di costo.
            «Non si vuole usare la parola, ma i
            numeri che hanno dato si chiamano
            recessione – dichiara Marigia Maulucci
            , segretario confederale della Cgil -L’Italia
            perde quote di mercato e si
            ferma la crescita occupazionale in crescita
            dal ‘99. Eppure Confindustria
            continua a parlare di riforma del mercato
            del lavoro e delle pensioni».