La Confindustria sfiducia Berlusconi: «Vogliamo riforme impopolari»

13/12/2001



 







Giovedi 13 Dicembre 2001



ECONOMIE
La Confindustria sfiducia Berlusconi: «Vogliamo riforme impopolari»

di Felicia Masocco


Gli industriali si stanno spazientendo e minacciano di «licenziare» il governo. La giusta causa starebbe nel mancato mantenimento delle promesse. Le «riforme impopolari» elaborate nel manifesto di Parma, «copiate» nel programma della Casa delle libertà, e richieste a gran voce nell’Assemblea annuale di Confindustria nel maggio scorso, tarderebbero ad arrivare a parere del presidente Antonio D’Amato, che dopo essersi esposto molto con il governo «amico» ora deve fare i conti con la sua organizzazione sui risultati ottenuti evidentemente ritenuti scarsi.
Soprattutto sulle pensioni che proprio oggi saranno al centro di un vertice governo-parti sociali a Palazzo Chigi. «Il piano Maroni sembra avere costi certi per lo Stato e benefici incerti e di modesta entità che non permetteranno una consistente riduzione della spesa pensionistica nell’immediato», è il giudizio di D’Amato.
L’occasione per fare il punto gli industriali l’hanno avuta ieri nella riunione del direttivo, al termine bocche cucite. Ma mettendo le mani avanti, in mattinata il presidente aveva avvertito il governo: la «solida» fiducia dimostrata è a termine, «non resterà nel tempo indipendentemente da quello che accade – ha detto concludendo il seminario del Centro studi-. Questa fiducia non è un’apertura di credito in bianco ad una stagione di riforme se e quando avverrà. Questa fiducia è investita nel programma di riforme che è in questo momento sul tavolo di discussione col governo e con le parti sociali e che poggia sulle leggi delega alla legge finanziaria».
Pensioni, lavoro e fisco: tre argomenti su cui gli industriali presentano il conto chiedendo al governo coraggio nelle decisioni per mettere «l’Italia in grado di competere veramente». «Mezze riforme non fanno lo sviluppo», per Confindustria.
L’aver destrutturato il mercato del lavoro introducendo una raffica di nuove tipologie contrattuali tutte iperflessibili e che consegnano il lavoratore alla precarietà eterna, non è abbastanza. E troppo timida è la modifica dell’articolo 18 che, con l’arbitrato, spiana la via ai licenziamenti senza giusta causa. Anche il tentativo di svilire i contratti nazionali e il ruolo stesso del sindacato a favore delle lobby, dei gruppi di interessi, è poco cosa a sentire viale dell’Astronomia. Quanto alle pensioni, la posizione degli industriali è nota, la riforma deve essere strutturale e quelli che oggi saranno discussi al cospetto del premier, non sono che modesti aggiustamenti. Troppo poco anche sul fronte incentivi, quelli ottenuti con la Tremonti-bis, quelli sul sommerso.
Confindustria è delusa, alza barricate e sembra voler passare all’opposizione. Un’inversione di strategia che viene a cadere dopo il successo degli scioperi indetti da Cgil, Cisl e Uil in difesa dello Statuto dei lavoratori e la ritrovata unità tra le confederazioni che almeno per ora ha mandato a monte il tentativo industrial-governativo di isolare l’organizzazione di Sergio Cofferati.
Non è un mistero che Palazzo Chigi soffra la «sindrome» del ‘94, e tema una replica della conflittualità sindacale che dette una spallata al primo governo Berlusconi. Un’ossessione che smussa le velleità iperliberiste del governo (ma certo non le annulla) e che Confindustria mostra di temere.
Il Rapporto previsionale dell’associazione pubblicato ieri rivede al ribasso le previsioni economiche fatte a fine settembre. «Le prospettive della spesa pubblica rimangono ancora un ostacolo rispetto alla possibilità di attivare pienamente quel circolo virtuoso, fatto di riduzioni di imposte e rilancio della crescita, fondamento logico del Dpef», si legge nel Rapporto che pure sembra ancora ottimista sulla crescita italiana (l’1,8% quest’anno e l’1,3% l’anno venturo, leggermente migliore della media di Eurolandia, +1,2%) e sull’andamento dell’inflazione (2,8% nel 2001, 1,5% nel 2002).
Quanto alle stime del governo sull’azzeramento del rapporto tra deficit (indebitamento netto della pubblica amministrazione) e Pil non sarà raggiunto nel 2003: la previsione di Confindustria per quell’anno è dello 0,6%.