La Confcommercio non segue la Confindustria nell’attacco alla concertazione

18/10/2001

 















Giovedi 18 Ottobre 2001



ECONOMIE
La Confcommercio non segue la Confindustria nell’attacco alla concertazione

di Bianca Di Giovanni

ROMA. Concertazione. Sull’uso di questa parola, che il patròn di Confindustria Antonio D’Amato considera un fatto semplicemente nominalista, si è consumata l’ultima spaccatura, non con i sindacati, ma tra le stesse associazioni datoriali. Confcommercio sceglie di «correre da sola», sceglie di non allinearsi ai «falchi», e non firma il documento che 5 sigle imprenditoriali (Confindustria, Abi, Ania, Confagricoltura e Confartigianato) hanno inviato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla vigilia dell’incontro governo- parti sociali. Sergio Billè ha detto no per un semplice motivo (che in realtà ne contiene molti altri): secondo l’associazione dei commercianti occorre «un metodo di confronto che parta dagli stessi presupposti, segua i medesimi itinerari e abbia la stessa efficacia – dichiara una nota – di quella condivisa assunzione di impegni tra parti sociali e governo che, nel 1993, consentì non solo di riavviare un ciclo virtuoso della nostra economia, ma di creare più solide premesse per l’adesione dell’Italia al trattato di Maastricht».
Evidente che la questione va bene al di là dell’uso di una parola concertazione (o dialogo sociale), ma attiene ad un problema di sostanza. Da una parte c’è chi vuole che scelte decisive del Paese vengano prese, diciamo così, «a colpi di maggioranza»: chi è d’accordo va avanti, chi non lo è se ne sta zitto e buono, perché chi perde (il debole) non ha alcun diritto. Questa la filosofia che emana dal documento «varato» dalle cinque sigle, che nel merito non chiedono quasi nulla di nuovo: fisco leggero, riforma pensionistica anche per delega («quella del ‘92 fu fatta per delega», ha affermato D’Amato) e soprattutto aprendo alla previdenza integrativa privata, flessibilità del mercato del lavoro, la riorganizzazione della Pubblica Amministrazione («anche attraverso il passaggio ai privati di attività che lo Stato oggi ha in esclusiva»). E sul metodo sferrano l’attacco: se non c’è accordo, avanti con leggi delega. Cioè il governo farà da solo, con buona pace del parlamento.
Il metodo «caterpillar», secondo Billè – che fa riferimento anche al richiamo del Capo dello Stato – è una «pericolosa scorciatoia»: i commercianti non vedono motivi validi per fare le riforme attraverso leggi delega. Quanto al merito, per l’associazione resta prioritaria la riforma fiscale.