La compagnia del viaggiatore

23/09/2002



22 settembre 2002

La compagnia del viaggiatore

Sergio Cofferati si congeda con una manifestazione dalla Cgil. Cita il «Viaggiatore cerimonioso» di Caproni e ringrazia i suoi: «Sono felice di essere uno di voi». E detta le coordinate del suo riformismo che aggiorna quello di cent’anni fa. Al centro i diritti, vecchi e nuovi


GABRIELE POLO


ROMA
Se n’è andato tra ovazioni da stadio, il suo nome scandito all’unisono, centinaia di autografi da apporre su tessere, bandiere, magliette e qualunque cosa potesse servire a contenere il cimelio. Se n’è andato di fronte a un piccolo striscione che rilanciava il morettiano «non perdiamoci di vista» e a 3.500 iscritti e dirigenti combattuti tra la commozione, la gratitudine e un po’ di preoccupata nostalgia. Non poteva essere un congedo in punta di piedi, quello di Sergio Cofferati dalla Cgil. Non poteva esserlo, perché attorno a lui e a ciò che ha raffigurato nell’immaginario collettivo degli ultimi dodici mesi si sono raccolte speranze e ostinazioni di un’universo fino ad allora diviso e sfiduciato. Così quella andata in scena ieri al palazzetto dello sport di Roma è stata solo l’ultima puntata di un lungo arrivederci iniziato con l’evento del 23 marzo al Circo Massimo e proseguito in decine di feste e assemblee tese a preparare l’autunno sindacale e anche come trampolino di lancio di una «nuova politica». Un’uscita di tutt’altro segno rispetto all’ingresso al centro della ribalta sindacale fatto otto anni fa, in una primavera offuscata dal primo governo Berlusconi-Lega-postfascisti e con alle spalle le recenti ferite di lacerazioni profonde nel corpo della Cgil e del mondo del lavoro. Con la logica delle compatibilità e il primato del risanamento economico che avevano sacrificato la scala mobile e sospeso a lungo il diritto di contrattare. E con lui, Sergio Cofferati, ex leader dei chimici a raccogliere l’eredità difficile di Bruno Trentin, tra fosche e avventate previsioni che avevano fatto allungare su di lui l’ombra di D’Aragona, il sindacalista riformista che finì col trattare la resa con Mussolini, un’offesa che Cofferati ostinatamente ricorda, una maledizione sbagliata. Tutt’altro. Cofferati lascia la Cgil con addosso l’immagine di un Turati o di un Buozzi, per quanto possano valere i paragoni storici, prefigurando un proprio «manifesto» rilanciando e attualizzando nella crisi italiana di questo nuovo passaggio di secolo i criteri del riformismo più classico: i diritti del lavoro subordinato come riferimento per ogni altro diritto, lo sviluppo di qualità come motore per la valorizzazione delle risorse umane, la portata universale delle tutele degli individui da difendere ed estendere, la pace come valore in sé. Aggiungendo alla lunga storia del riformismo i tasselli della sostenibilità ambientale e l’intangibilità delle conquiste acquisite, evocando, forse involontariamente, quell’«economia morale» studiata da Edward Thompson nell’Inghilterra della prima industrializzazione: un progressismo non a tutti i costi sviluppista, un diritto alla resistenza anche a costo di essere considerati «distruttori di macchine», questo il vero balzo in avanti dal riformismo di cent’anni fa, che gli permette di guardare con attenzione al rapporto con i nuovi movimenti, preannunciando un rapporto privilegiato con i no-global (per la prima volta chiamati per nome), i pacifisti, l’associazionismo cattolico, le altre forme di protagonismo «di cittadinanza».

«Di te ci possiamo fidare», gli ha detto, concludendo il suo intervento, l’erede Guglielmo Epifani, citando una frase di Fernando Santi (altro storico dirigente sindacale riformista), in un discorso che ha usato lo stesso ritmo degli interventi cui Cofferati ci ha abituato in questi anni. Un’esposizione puntuale, quasi pignola, delle proprie ragioni e delle proprie obiezioni, con pochissimi toni alti, quasi nessuna asprezza e solo qualche battuta polemica; qualunque fosse l’umore dell’uditorio, lo stesso tono, sempre se stesso, di fronte a una piazza furiosa in una cupa Torino dell’autunno dei bulloni (quello del ’92), come dall’alto di un palco circondato da tre milioni di «puntini rossi» nella luminosa Roma del 23 marzo scorso. «Di te ci possiamo fidare», forse il più bel augurio che si possa fare a un dirigente politico o sindacale in tempi di trasformismo e di moderna barbarie. Quanto sia vero o no sarà una verifica quotidiana, ma certo i 3.500 del Palasport di ieri a quell’affermazione di Epifani ci credono profondamente, in una dimostrazione d’affetto che Cofferati ripaga subito con le parole tratte dal Congedo del viaggiatore cerimonioso, di Giorgio Caproni: «Con voi sono stato lieto della partenza e molto vi sono grato, credetemi, per l’ottima compagnia. Ancora vorrei conversare a lungo con voi. Ma sia. Il luogo del trasferimento lo ignoro, sento però che vi dovrò ricordare spesso nella mia nuova sede…». Il massimo dei ringraziamenti, per uno poco cerimonioso come Cofferati, l’ammissione di dovere gran parte di ciò che si è a quelli che lo hanno accompagnato in questi «26 anni di ruoli dirigenti nel sindacato».

Poi Cofferati mette in campo il suo pensiero, il suo primo discorso politico da ex sindacalista, le coordinate che lo guideranno nel «viaggio» che lo aspetta verso un pianeta poco conosciuto. E, «nelle profonde trasformazioni irreversibili che hanno contrassegnato la rappresentanza politica e sociale», il pensiero va subito alle origini di quella che indica come la sua storia, alle leghe di resistenza e alle società di mutuo soccorso che danno origine alla confederalità, cioè alla rappresentanza di interessi particolari che pretendono di poter essere generali. Una natura che va recuperata e difesa anche «di fronte a una politica che ha paura di questo sindacato», la destra perché trova in esso un’ostacolo forte ai suoi piani liberisti, la sinistra perché «vede cadere il concetto di autonomia assoluta della politica dalla rappresentanza sociale». E, qui, un ancoraggio forte ai valori, perché «il sindacato non può essere neutrale, proporlo è una sciocchezza, soprattutto quando si teorizzano modelli autoritari e gerarchici nell’organizzazione del mondo del lavoro, che rendono i deboli ancora più deboli e i forti ancora più forti». A questa politica la Cgil si è opposta negli ultimi dodici mesi, nella sua difesa dei «diritti fondamentali e inalienabili» essa si è incontrata con nuove generazioni, altre culture, settori sociali che non «pretende di rappresentare». Sono quei valori, per Cofferati, l’identità della Cgil, ma devono anche essere quelli di qualunque agire di sinistra, nell’obiettivo di estendere quei diritti a chi non li ha.

E’ una vera piattaforma culturale, prima che programmatica, molto in linea con le radici più lontane del movimento operaio, quando l’obiettivo immediato era quello di ottenere dignità e diritti fondamentali, sul lavoro come fuori da esso. Per questo Cofferati non vede alcuna contraddizione – semmai solo una difficile gestione – tra la Cgil della concertazione e quella dell’opposizione intransigente: «Aver anteposto, nella contrattazione, i diritti al bisogno è stato giusto e importante, perché ci sono cose negoziabili e altre che non lo sono». Tradotto in «cronaca», si può abbandonare la scala mobile, non l’articolo 18. Cofferati non approfondisce la «contraddizione», non affronta il difficile legame che c’è tra i diritti acquisiti e il potere di esigerli sotto la pressione di una condizione materiale che si è degradata, di salari che si sono allegeriti, di una flessibilità che è precarietà. «Racconterò in altro luogo le mie esperienze», dice annunciando la prossima pubblicazione di un libro con «la sua storia in Cgil». Forse lì troveremo il confine tra ciò che ha fatto di sua volontà e ciò che è stato indotto a fare dalle contingenze. Ma certo la sua scelta di dire no al Patto per l’Italia, di non subordinare i diritti alle presunte «esigenze del paese» è parte fondante della ritrovata identità della Cgil. Un’identità «scaturita da scelte di merito, cui non rinunceremo mai, anche nella continua e paziente ricerca della mediazione. Non ci condanneremo all’immobilismo se non saremo d’accordo con gli altri, staremo in campo con le nostre proposte», dice parlando quasi come fosse ancora il segretario generale. E qui arriva l’altro nodo, che parla già del futuro, quello della democrazia come orizzonte e pratica: se la Cgil sceglie «di farsi legittimare dai propri rappresentanti e non dalle controparti firmando accordi purchessia» (stoccata feroce a Cisl e Uil), questa vuole essere anche la coordinata per il futuro del Cofferati politico, che chiede alla sinistra di riconoscersi in questo primato della rappresentanza e del confronto democratico tra diversi. Primi banchi di prova per il rapporto tra sinistre e movimenti, le battaglie sui diritti del lavoro, lo sciopero del 18 ottobre, ma anch, e soprattutto, l’impegno contro la guerra: «Saremo insieme nelle prossime settimane per il diritto alla pace», dice Cofferati – in sintonia con Epifani – annunciando così una mobilitazione contro la guerra a tutti i costi, già praticata nelle intenzioni dell’amministrazione Bush.

La pace e la democrazia: altre parole guida del movimento operaio, altro riferimento alle radici. Una democrazia che non può essere racchiusa nelle istituzioni della politica, delegata ai soli partiti che Cofferati, se pur non lo esplicita chiaramente, considera al tramonto come unica e rigida forma della partecipazione politica. Ma la democrazia è una «prova» continua, un cimento cui si deve misurare anche la vita delle organizzazioni sindacali. E, allora, se è un bene che «sia finita l’antica divisione in componenti a favore delle aree programmatiche» («l’elezioni di Epifani per la Cgil è il completamento di questo percorso»), altre prove aspettano sia il sindacato che ciò che lo stesso Cofferati farà da oggi in poi. Democrazia con i lavoratori e nell’apparato, tra gli oltre cinque milioni di iscritti e sui luoghi della produzione come negli uffici dei 10.000 funzionari dell’organizzazione. Democrazia come pratica dell’incontro tra diversi che ispira le ipotesi di azione futura dell’ex segretario generale. Che se ne va con una lacrima e una dichiarazione d’affetto: «Non so quale sarà la mia stazione futura, ma ovunque porterò il vostro affetto. Sono felice di essere uno di voi».