La commedia è finita – di Massimo Riva

20/09/2002

 
VENERDÌ, 20 SETTEMBRE 2002
 
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LA COMMEDIA E´ FINITA
 
Addio miracolo economico la commedia è finita
Per giustificare gli svarioni di questi sedici mesi, il governo si nasconde dietro le tensioni sul prezzo del petrolio e la crisi delle Borse
  
MASSIMO RIVA  

A CINQUECENTO giorni da una vittoria elettorale che gli ha regalato una maggioranza parlamentare con cui fare e disfare a piacimento, il governo di Silvio Berlusconi è costretto ad ammettere di avere venduto agli italiani una politica economica avariata. Invece di godersi quel prodigioso miracolo che ha abbacinato milioni di elettori e sul quale si è giocato un bel pezzo di credibilità anche il governatore della Banca d´Italia, oggi il Paese è chiamato a fare di nuovo i conti con l´emergenza finanziaria, in un quadro congiunturale che tutto promette fuorché il Bengodi che il presidente del Consiglio – ormai stonato come un disco rotto – non si stanca di propagandare.
Il compito di iniziare a svelare la verità sui conti effettivi dell´Italia è stato affidato al superministro degna spalla del premier
Sarebbe troppo pretendere dall´onorevole Berlusconi che egli abbia il coraggio politico e il senso di responsabilità istituzionale di riconoscere in prima persona l´inganno perpetrato alle spalle degli italiani. C´è un insormontabile ostacolo caratteriale e psicologico che impedisce questa operazione verità: il «piazzista di Arcore», come lo chiamava Indro Montanelli, è uomo dal sorriso infrangibile, che non ama dare cattive notizie, che desidera solo applausi, che è intriso di quella cultura dello spot televisivo per cui tutto deve apparire (l´essere non conta) bello, attraente, positivo. Ecco perché ieri la parte ingrata di far cadere almeno i primi veli sulle favole raccontate agli italiani è stata affidata ad altri: all´onorevole Giulio Tremonti, che non è soltanto il ministro competente per i conti pubblici, ma che è stato anche la degna «spalla» di Berlusconi nella recita di questi sedici mesi sul tema del miracolo economico annunciato e mai neppure intravisto.
Già al principio dell´estate il ministro dell´Economia aveva dato un robusto taglio alle allegre stime di crescita della ricchezza nazionale, che aveva fatto giusto un anno fa, infischiandosi di tutto, perfino dei contraccolpi della tragedia americana dell´11 settembre sull´intera economia mondiale. Da una previsione iniziale di aumento del prodotto interno lordo (Pil) del 2,3 per cento si era così passati a quasi la metà: 1,3 per cento.
Ora che l´estate volge al termine e dopo che Fondo monetario, Commissione di Bruxelles e financo la domestica Confindustria hanno di nuovo ridimensionato i loro pronostici, buon ultimo il ministro Tremonti china il capo e si rassegna a prevedere una crescita dello 0,6 per cento: meno della metà di quanto assicurato appena tre mesi fa, un quarto di quanto indicato con la Finanziaria dello scorso anno.
Per giustificare simili svarioni Tremonti si è riparato dietro l´orizzonte malcerto dell´economia internazionale, le tensioni sul prezzo del petrolio, il cattivo andamento delle Borse mondiali. Evidentemente, ancorché tosato della sua sicumera, il lupo non perde il vizio della finzione scenografica. Infatti, i segnali di frenata dell´economia americana ed europea, nonché di caduta dei mercati azionari, sono di parecchi mesi precedenti il fatidico 11 settembre e un anno fa è stato il ministro Tremonti (e non altri) a non volerli vedere seppellendoli sotto un irresponsabile ottimismo di facciata. Oggi si può essere solo lieti che il ministro si guardi attorno per il mondo e scopra che c´è anche una congiuntura internazionale di cui tener conto. Peccato che sia un po´ tardi e la frittata ormai sia fatta.
Del resto, a riprova che non è facile per questo governo abbandonare il vizio della millanteria, il ravveduto ma incorreggibile Tremonti ha assicurato che, a dispetto del minore incremento del Pil, egli riuscirà a contenere il deficit di quest´anno sotto il 2 per cento, mentre nel 2003 si avrà una crescita del 2,3 per cento e un forte avvicinamento al pareggio di bilancio.
Ancora una volta cifre che appaiono scritte sull´acqua. A fine agosto – ultimo dato disponibile – il «buco» nei conti pubblici superava i 30 miliardi di euro, oltre il 2 per cento del Pil. Che cosa immagina Tremonti per riportarlo sotto questa soglia in soli tre mesi? Mistero. Quanto all´anno prossimo, anche peggio. La Confindustria – non l´opposizione rossa – calcola che per raggiungere non il pareggio ma un deficit dello 0,8 per cento nel 2003 sarebbe necessaria una manovra da circa 40 miliardi di euro: praticamente il doppio di quella prospettata dal ministro dell´Economia. E così siamo di nuovo al punto di partenza.
Perché questa pervicace volontà di non dire agli italiani la verità sullo stato effettivo dei conti pubblici? Delle resistenze caratteriali di Berlusconi s´è detto, ma il ministro Tremonti perché? Una ragione probabilmente c´è. Al principio si poteva pensare che egli inseguisse davvero il miraggio di una ripresa miracolosa. Oggi la spiegazione va cercata sul terreno dei rapporti politici. Gli ampi sostegni di cui il governo Berlusconi godeva all´inizio della sua opera vacillano. A prendere le distanze per primo è stato chi forse si era esposto di più, come il governatore della Banca d´Italia. Ora però il malcontento è sempre più forte anche nel mondo imprenditoriale, al punto da spingere perfino un fan berlusconiano come l´attuale presidente di Confindustria a criticare apertamente il governo. Poi c´è il profondo imbarazzo di quei sindacati, come Cisl e Uil, che si sono spesi nell´operazione Patto per l´Italia e adesso si vedono ripagati con un piatto di lenticchie sul terreno salariale. Da ultimo – e forse per Tremonti ancora più minaccioso – c´è il malessere che serpeggia fra i cosiddetti centristi della maggioranza, i quali fanno capire che è ora di finirla con le favole ed, anzi, che è il momento di procedere a un´operazione verità sui conti come premessa per spiegare al paese le manovre necessarie e per recuperare credibilità all´estero. In linea, per altro, con le sollecitazioni sempre più pressanti che vengono dal Quirinale e che – non a caso – infastidiscono i tremontisti della Lega.
In questo scenario Tremonti non può non aver capito: 1) che il sipario sta per calare sulla commedia del miracolo economico dietro l´angolo; 2) che a pagare il conto del teatro non sarà l´impresario-capo per la semplice ragione che Silvio Berlusconi è il padre-padrone della compagnia; 3) che la vittima sarà, quindi, chi ha fatto da spalla al presidente del Consiglio nella recita economica. Nel tentativo di allontanare da se il momento della resa dei conti, al ministro non resta che insistere nel promettere che tutto si aggiusterà, anzi si sta già aggiustando. Così prendendo tempo, ma rendendo ancora più sicura la fine ingloriosa dell´avventura. E più salato il conto per gli italiani.