La classe dirigente boccia se stessa

28/02/2007
    mercoledì 28 febbraio 2007

    Pagina 32 - Economia

      Il Rapporto della Luiss sulle élite. Non raggiungono le 20 mila, le persone che hanno un ruolo guida per la società

        La classe dirigente boccia se stessa

          Troppi leader "anziani", le nuove leve ancora non ci sono

            Mancano i centri e i
            luoghi di formazione:
            non più i partiti di
            massa né i sindacati

              ROBERTO MANIA

              ROMA – La classe dirigente italiana boccia se stessa. Di più: non ritiene nemmeno di avere un ruolo di guida. L´autoscatto è stato fatto con il Rapporto della Luiss sulle élite, che per la prima volta prova a disegnare i confini e i tratti distintivi della classe dirigente italiana. Ne emerge un quadro sconfortante, di una società che, nella perenne transizione del post-Tangentopoli, non riesce a selezione, se non in una sostanziale opacità, la maggior parte dei suoi leader. Fino al punto che oggi i dirigenti italiani sono ancora più vecchi: nel 1990 l´età media era di 56,8 anni, nel 2004 si è alzata a quasi 62 (61,8), con l´entrata nel gruppo di testa che per oltre il 50 per cento avviene tra i 45 i 55 anni. Declina la politica, innanzitutto, sede sempre più incerta della rappresentanza degli interessi generali; ma stentano anche i protagonisti dell´economia e della cultura a dare voce ad un nuovo esprit republicain.

              Mancano i centri e i luoghi stessi della formazione: non più i partiti di massa, né i sindacati. Ma si sente anche il vuoto dell´azione propulsiva che ebbero, nei decenni passati, istituzioni come la Banca d´Italia, o le scuole aziendali di Olivetti, Fiat o Eni. Tutto tende a complicarsi nella "società liquida" che racconta Zigmunt Bauman, e che al sociologo italiano di scuola-Censis Nadio Delai serve per dire che in essa «le classi sociali si "zebrano" tra loro». E allora diventa difficile anche solo individuare i membri della nostra élite. «Sono poco numerosi, ma in realtà molto pesanti», spiega Carlo Carboni, dell´Università di Ancona, tra gli studiosi più attenti ai mutamenti della classe dirigente. Carboni parla di «mappe a fisarmonica», all´interno della quali possono entrare e uscire gli stessi dirigenti. La "mappa ristretta" ("i numero 1") non va oltre le duemila unità, per toccare le seimila nello step intermedio ("le élite traenti") e arrivare fino a 17 mila ("le élite di policy"), allargando a tutti i dirigenti della pubblica amministrazione.

              Davanti allo specchio l´élite italiana non si piace. Si vede esattamente come la percepisce il resto della popolazione. Sintetizza Ilvo Diamanti: «Caratterizzano la classe dirigente non le competenze, ma le conoscenze; non la responsabilità, ma la cooptazione». Così che il potere si esercita più nella sua versione negativa (i veti) anziché nell´assunzione di decisioni. «Una classe dirigente – dice Diamanti – tutta all´opposizione». E nella prospettiva di uno storico come Ernesto Galli della Loggia «le classi dirigenti sono, ahimè, dei prodotti storici». Dunque non si possono «generare», come auspicherebbe il Rapporto dell´Università della Confindustria.

              Spetta alla politica aprire la società alla cultura del merito e della competizione, anche per selezionare la nuova classe dirigente. Spetta alla politica perché – sostiene Luca di Montezemolo presidente della Confindustria e della Luiss – «credo che non possiamo accettare una sorta di "Paese fai da te" dove molti si danno da fare, anche con grande generosità, nell´indifferenza degli altri. L´indifferenza di chi è protetto, di chi non si misura con il mercato e la competizione, di chi sta seduto a poppa mentre altri remano anche per lui».