La Città Raccontata Dai Container

22/02/2011

Palermo – NELL´AMBITO delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell´Unità d´Italia, l´Istituto italiano di Cultura di Budapest propone la mostra fotografica di Domenico Aronica dal titolo "Focus on Palermo". L´esposizione mostrerà fotografie dei mercati storici, delle processioni religiose, dei monumenti, della vita quotidiana, secondo uno sguardo lontano da quello abituale da fotoreporter. Ogni fotografia mostrerà una storia, un piccolo racconto di una città che ogni giorno lotta per mantenere viva la sua identità culturale.
La mostra illustra una città caleidoscopio, vista dal di dentro da un artista palermitano esperto di paesaggi urbani.
Fotografo delle metropoli, Aronica si dedica da anni esclusivamente a cogliere lo spirito delle città per svelarci la loro identità nascosta: Berlino, Milano, Il Cairo, Parigi, e adesso Palermo. Lo sguardo di Aronica si sforza di andare oltre l´evidenza, ci svela aspetti inconsueti: il mercato può diventare uno spazio vuoto, quasi spettrale. Un cane che ci fissa intensamente, un bimbo che guarda in alto, chissà dove. Attimi sospesi fuori dal tempo. N
el corso degli ultimi mesi l´emergenza abitativa palermitana ha portato più volte sulle pagine della cronaca la situazione del campo container di via Messina Montagne, dove gruppi familiari di senza casa trovano una collocazione che si vorrebbe pro tempore. A dispetto degli annunci che periodicamente ne promettono lo smantellamento, quelle baracche multicolori affacciate su uno spiazzo brullo sono ormai una costante del paesaggio palermitano, sia pure occultate dalla distanza in un altro comune, così come quella particolare pratica dell´abitare con tutti i problemi relativi – servizi, spostamenti, percorsi – è un tassello di un panorama metropolitano che sempre più si connota, globalmente, come l´intrecciarsi complesso di soggetti plurali che condividono il medesimo territorio.
È questo l´assunto alla base di una pubblicazione come "Luoghi d´artificio. Narrazioni della metropoli al tempo della crisi" (a cura di Salvatore Cavaleri, Giovanni Di Benedetto e Enzo Macaluso, Navarra Editore, pagine 170, 14 euro; viene presentato giovedì alle 18 al Laboratorio Zeta di via Arrigo Boito 7), che legge la realtà palermitana di inizio secolo non come la manifestazione residuale e periferica del tempo della globalizzazione ma, al contrario, come una dimensione interna e funzionale ai nuovi processi dell´economia. Una prospettiva rovesciata rispetto a quella usata abitualmente che fa prevalere, per Palermo, la rappresentazione di una realtà arroccata e chiusa in sé stessa.
Per i curatori di "Luoghi d´artificio", e anche per gli autori dei contributi qui raccolti e già pubblicati on line sul sito www. kom-pa. net (tra cui Marcello Faletra, Claudio Collovà, Matteo Di Gesù, Vito Bianco), lungi dall´essere una mera sommatoria di non-luoghi come vorrebbe una pubblicistica pigramente adagiata sulla celebre definizione di Marc Augè, la metropoli contemporanea è il teatro di una nuova drammatizzazione dell´economia dove la contraddizioni, anziché essere il sintomo di una rottura e di una crisi, sono il segno di un diverso dispositivo che regola i flussi di merci e persone. Vista sotto questa angolazione, Palermo, così come si sta trasformando sotto i nostri occhi, diventa una realtà paradigmatica del tempo presente: dove gli spazi patinati degli ipermercati e dei centri commerciali che la cingono come una cintura di beni di consumo convivono senza fratture con il paesaggio arcaicizzante ancora prevalente in gran parte del centro storico, il flusso di immagini digitali interagisce con l´ingombro di corpi e rovine – di corpi in rovina – così come sono stati raccontati tante volte di recente da teatro, cinema e letteratura, la presenza sempre più ubiqua e orizzontale dei migranti si mescola, senza sciogliersi, a pratiche e percorsi urbani che per mera inerzia spesso ripetono i medesimi meccanismi. Una dimensione "Junkspace", città spazzatura o città generica, per utilizzare la definizione con cui Rem Koolhaas (a cui rimandano gli autori) definisce la realtà urbana generata dal fallimento della modernità, che a Palermo si presenta diffusa, quasi senza gerarchie da un capo all´altro della città.
L´inerzia allora è l´altro tema che corre sottotraccia tra le pagine di "Luoghi d´artificio", intesa come resistenza a elaborare nella percezione e nel racconto di Palermo i mutati parametri della condizione contemporanea, preferendo un approccio parcellizzato che finisce per esaltare, magari involontariamente, stereotipi e luoghi comuni appena riverniciati. Ed è una questione che chiama in causa sia i fallimenti di progettazione e pianificazione urbanistica di cui la politica dovrebbe farsi carico se solo fosse capace, culturalmente, di leggere i mutamenti che ha sotto gli occhi; sia, su un altro registro, alcune modalità narrative che hanno portato Palermo e più generale la Sicilia a occupare una riconoscibile porzione di palcoscenico nel panorama culturale non solo italiano degli ultimi anni.
In un articolo intitolato "Mafia light" il regista Claudio Collovà individua così in alcuni modelli di fiction, film e anche di teatro di parola il crinale ambiguo di un target produttivo facilmente identificabile, semplificato e indirettamente autoassolutorio che ha per premessa una nozione di separatezza dello scenario fisico e antropologico palermitano.
Al tempo della crisi, invece, non esistono confini ma solo flussi (di cose, persone, informazioni, immagini) che percorrono il mondo: discontinui, disomogenei, alcune volte livellando i luoghi sino a renderli intercambiabili (è il caso dei centri storici europei il cui scenario visivo è articolato dalla successione dei medesimi marchi), altre volte distribuendosi in modo tale da determinare una geografia di frattali i cui margini esaltano differenze e possibili conflitti. Così, plurale, è Palermo colta nel momento delle sue trasformazioni profonde, in modo diverso in ogni singola tessera di una territorialità profondamente interconnessa a dispetto delle fratture sociali che la attraversano. Ed è su queste basi plurali che andrebbe rinegoziata ogni possibile narrazione identitaria: ancora una volta, questo assunto vale per le politiche urbane (è sintomatico che al di fuori dei centri commerciali l´unico luogo vissuto come nuovo centro di scambio simbolico e sociale sia stato il prato del Foro Italico, un progetto a basso disegno architettonico neppure previsto con questa funzione); e vale anche per quelle forme della rappresentazione che cercano di interpretare la complessità del presente. Non è un caso che allo sguardo privo di pregiudizi di un antropologo padovano come Ferdinando Fava che ha studiato il quartiere San Filippo Neri (e che in una intervista raccolta nel volume illustra metodo e risultati della ricerca), una realtà così mediatizzata come lo Zen disaggreghi gli abituali stereotipi narrativi in una percezione molto più sfaccettata e composita. Al di là e al di qua degli orizzonti apocalittici che sembrano cristallizzare in vulgata di maniera – anche l´apocalisse può essere un brand – il racconto di Palermo. Nel centenario della nascita di Renato Guttuso l´amministrazione provinciale proporrà una mostra antologica a lui dedicata che sarà ospitata nel piano nobile di palazzo Sant´Elia. La mostra sarà uno degli eventi clou della quattordicesima edizione di Provincia in Festa, ed è stata presentata alla Borsa del turismo di Milano
Organizzata dalla Fondazione Mazzotta di Milano, la mostra proporrà le opere della Fondazione Francesco Pellin di Varese che rappresenta la più imponente e significativa collezione privata del maestro bagherese, e ripercorrerà il cammino artistico di Guttuso dal 1931 al 1986. Un arco temporale molto ampio per rappresentare e ricostruire non solo la fantasia e il fervore creativo, ma anche la personalità dell´intellettuale, del testimone di un secolo, il Novecento, e simbolo pèittorico di una sicilianità verace. La Provincia torna così ad ospitare una mostra di Guttuso a 26 anni dall´esposizione organizzata nella primavera del 1985 nei saloni del piano nobile di palazzo Comitini, sede principale dell´ente. "Guttuso e la Sicilia – opere dal 1970 ad oggi", curata da Maurizio Calvesi, è stata infatti fra le ultime mostre prima della scomparsa dell´artista, avvenuta il 18 gennaio 1987.
Legata idealmente a Guttuso è la presentazione del volume di Salvatore Farina "Dolcezze di Sicilia, storia e tradizioni della pasticceria siciliana con quarantasei ricette d´autore", Edizioni Lussografica. Un affascinante viaggio fra le ricchezze gastronomiche della nostra terra compiuto con maestria e eleganza e realizzato anche in edizione inglese. L´8 maggio a Bagheria, l´associazione Dulcezio di Salvatore Farina creerà un´installazione dolciaria dedicata al celebre quadro di Guttuso che ritrae la Vucciria.
Infine alla Bit anteprima assoluta di "Provincia in Festa" che per la sua quattordicesima edizione si estenderà all´intero periodo estivo. Quest´anno l´evento celebra in maniera particolare il 150° anniversario della fondazione dell´Ente (2 settembre 1861) e il 50° anniversario della elezione democratica dei suoi organi (4 dicembre 1961).
Le piazze, i cortili storici e i palazzi istituzionali del territorio ospiteranno rassegne di musica jazz, classica, elettronica. Le aree museali dell´Ente (Palazzo Sant´Elia, Loggiato San Bartolomeo e Palazzo Jung) garantiranno un´offerta culturale sui temi dell´arte moderna e contemporanea. Novità di quest´anno la rassegna "Assolo", incontri con il cinema e il teatro in una sorta di omaggio alla nuova generazione di artisti palermitani che hanno conquistato le scene nazionali e internazionali. M
are, sangue e preghiere. Spettacolo cruento e grandioso, sacra carneficina, rito impressionante, la mattanza è il simbolo della civiltà del "vero pescatore" che caccia una preda "grossa" e dunque "giusta". Banchi di tonni giunti nelle acque calde delle Egadi per riprodursi. Deviati e condotti nella camera della morte, arpionati dai tonnaroti al ritmo delle cialome. Un rito che rivive attraverso immagini vecchie di ottant´anni e più.
«Un evento affascinante e complesso animato da un´etica di fondo tutta mediterranea che purtroppo non appartiene più al mondo del mare». Dice così, a proposito della pesca del tonno, il celebre documentarista Fosco Quilici, che presenterà – stasera alle 18 nella sala cinema del Centro sperimentale di cinematografia ai Cantieri culturali alla Zisa (e domani a Trapani, alle 17, a Palazzo Milo) – l´edizione in Dvd del documentario "La pesca del tonno" (Istituto Luce, 1924-1931, Edizione Regione Siciliana). Un documentario inedito, 31 minuti e 42 secondi, girato tra il 1924 e il 1931 dall´allora Istituto Nazionale Luce.
«Si tratta – continua Quilici – di un vero e proprio scavo archeologico cinematografico, una ricerca all´interno delle scatole di pellicole dell´Istituto Luce che costituisce un reperto interessantissimo e che ci permette di tornare a riflettere sul valore e sul significato del rito della mattanza». La stessa che Quilici ha immortalato nell´ormai lontano 1970. «Nessuno prima di allora – racconta – aveva filmato quelle scene così emozionanti. Ho un ricordo meraviglioso di quei giorni. Ed ebbi anche paura al momento di riprendere i tonni nella camera della morte, proprio quando cominciavano a dare segni di follia. Mi salvarono per miracolo, pescandomi proprio come un tonno. Quella fu l´esperienza più emozionante della mia vita. E quella del resto fu l´ultima grande mattanza». Quilici ricorda ancora «la coralità paziente di quei pescatori, gente che abbandonava i vigneti della terraferma, le campagne del Trapanese, per un´avventura in cui credeva con anima e corpo. Era un rito centenario, e si vedeva, si percepiva. Un rito caratterizzato dal filo conduttore religioso: la preghiera mattutina, le immagini sacre attaccate ai galleggianti su migliaia di metri di reti. I pescatori invocavano un Sant´Antonio di gesso, il protettore delle spose. E dopo averlo invocato invano, si arrabbiavano e lo gettavano in mare. Lo raccolsi dal fondo e lo portai con me. Lo tengo ancora oggi nella mia barca».
Dalle immagini poetiche che verranno proiettate stasera (il filmato in questione appartiene all´era del muto ma si arricchisce delle sonorità contemporanee di Gianni Gebbia) salta fuori con forza la sapienza delle mani che tirano su le reti e di quelle che tagliano il tonno e lo sistemano per bene dentro le scatole.
Ma a che serve rievocare tutto ciò? «Ce lo chiediamo costantemente – risponde Sebastiano Tusa, Soprintendente di Trapani e organizzatore dell´iniziativa – e la risposta è che è giusto operare affinché la memoria non ci abbandoni lasciando il compito di rievocarla ai muti segni della cultura materiale. Le cognizioni che i pescatori e i contadini del mare siciliani e mediterranei hanno conquistato con l´esperienza millenaria tramandata di padre in figlio sono la più ricca enciclopedia verbale esistente, costruita anche sulla memoria di successi ed insuccessi, di sacrifici e conquiste che si configurano come scienza costituendo il corollario sovrastrutturale che ci fa percepire la ricchezza e la complessità di una civiltà che affonda le sue radici remote in un passato millenario che travalica anche la storia scritta. Ma c´è anche un importante messaggio che emana da queste immagini facendoci pensare e preoccupare». Quale? «Nel passato, vuoi per rispetto, ma soprattutto per le limitate capacità di intervento, l´uomo ha avuto un rapporto con il mare sempre equilibrato che ha consentito a quest´ultimo di rigenerare con facilità le proprie riserve energetiche. Oggi statistiche e rapporti sull´ecologia del Mediterraneo ci sconvolgono perché ci fanno intravedere con chiarezza che il ritmo di sfruttamento delle risorse marine è superiore al ritmo rigenerativo. Pertanto anche le più ottimistiche previsioni indicano un progressivo degrado del Mediterraneo con conseguenze catastrofiche».
Soluzioni? «Speriamo solo che queste previsioni siano errate per eccesso e che le politiche ambientali dei paesi rivieraschi abbiano un effetto positivo per bloccare un degrado che potrebbe essere anche prossimo futuro. Queste immagini dell´Istituto Luce sono un contributo e uno stimolo a prendere coscienza che senza un rapporto corretto con il mare non può esservi progresso. Da parte nostra – conclude Tusa – non ci stancheremo mai di tenere alta l´attenzione su questa pagina di storia siciliana e mediterranea perché siamo fermamente convinti che soltanto così questo enorme patrimonio materiale ed immateriale potrà salvarsi dall´oblio e dalla globalizzazione continuando a trasmetterci il suo forte messaggio etico».