La Cisl prepara la proposta con un vincolo: il sì Cgil

10/12/2003




10 dicembre 2003
E la Cisl prepara la proposta.
Con un vincolo: il sì Cgil

«Se non aumentiamo l’età pensionabile nel 2005 l’importo degli assegni verrà ridotto»

      ROMA – La riunione del parlamentino della Cisl, (il «comitato esecutivo») che si è svolta ieri era fissata da tempo, ma il caso ha voluto che sia avvenuta in un giorno decisivo per la vertenza sulle pensioni. Alla vigilia del vertice convocato a sorpresa da Palazzo Chigi, Savino Pezzotta e i suoi hanno scoperto le carte e chiesto ai dirigenti dell’organizzazione il mandato a trattare col governo. Lo hanno ottenuto, ma con un vincolo importante: che la Cisl dovrà procedere unita alla Cgil e alla Uil. Un avvertimento chiaro al governo affinché non provi a dividere i «buoni» (Cisl e Uil) dai «cattivi» (Cgil). Ma il sindacato di Pezzotta ha mandato un messaggio anche alla Cgil di Guglielmo Epifan i. Altrettanto importante. La Cisl vuole fare una trattativa vera. Come spiega Pier Paolo Baretta, segretario confederale che ieri nell’esecutivo ha svolto la lunga relazione sulle pensioni, «noi rifiutiamo l’immobilismo, perché così si offrirebbe un alibi in più al governo per approvare una riforma inaccettabile».
      E per dimostrare che la Cisl vuole veramente il negoziato Baretta ha appunto scoperto le carte entrando nel dettaglio della proposta di riforma alternativa a quella del governo. E ha affrontato anche il tabù dell’età pensionabile. Non è arrivato al punto di proporne l’aumento. Ma ha posto le premesse perché si possa discutere anche di questo. Vediamo il suo ragionamento. Oggi per andare in pensione di anzianità bisogna avere 57 anni di età e 35 anni di contributi. La riforma proposta dal governo cancella questa possibilità stabilendo che servono almeno 40 anni di contributi. Baretta propone di reintrodurre il doppio canale (età e contributi), ma col sistema della «quota». Significa che 57 più 35 fa 92 e che il lavoratore sarebbe libero di andare in pensione di anzianità quando vuole (per esempio a 54 anni con 38 di contributi) purché la somma dell’età e dei contributi faccia almeno 92.
      La «quota» introdurrebbe maggiore flessibilità, ma Baretta ricorda anche che «durante il negoziato per la Dini (la riforma del ’95,
      ndr ) si parlò molto di "quote"». E qui il plurale sta a significare che l a quo ta 92 può salire gradualmente, anche se il dirigente della Cisl non lo dice esplicitamente.
      Il problema dell’età va affrontato, ha detto però Baretta nel chiuso del comitato esecutivo, perché nel 2005 c’è un appuntamento al quale non si può sfuggire. La riforma Dini prevede per quella data la revisione dei coefficienti di calcolo delle pensioni in base all’invecchiamento della popolazione. Poiché dal ’95 al 2005 si registrerà un aumento di circa 2 anni della vita media questo si tradurrà in una riduzione dei coefficienti e quindi dell’importo delle pensioni. Ora, domanda Baretta: è meglio accettare un taglio, oppure un lieve aumento dei requisiti d’accesso (cioè la somma di età e contributi), in linea con l’allungamento della vita, mantenendo i coefficienti attuali?
      Facciamo un calcolo. Ogni aumento di una unità della quota, per esempio da 92 a 93, comporta risparmi di spesa previdenziale pari allo 0,2% del prodotto interno lordo. Se gradualmente si passasse da quota 92 a quota 94 si otterrebbe un risparmio dello 0,4%. A questo si potrebbe sommare l’incremento al 20% dei contributi per i lavoratori autonomi che, secondo le stime della Cisl, vale lo 0,3%. Il totale fa 0,7%, esattamente quanto si propone di risparmiare il governo con la sua riforma. Ovviamente il sindacato chiederebbe importanti contropartite. Fin qui la Cisl. Adesso tocca alla Cgil. Se Epifani vuole davvero l’unità sindacale, dovrà convincere i duri della Cgil che qualche compromesso è necessario.
Enrico Marro


Economia