«La Cisl fa sindacato, non politica come la Cgil»

01/07/2005
    venerdì 1 luglio 2005

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    CONVERSAZIONE. COL SEGRETARIO CONFEDERALE BARETTA

      di Ettore Colombo

        «La Cisl fa sindacato, non politica come la Cgil»

          «Il suo programma la Cisl lo fa al congresso e su quello chiede di rispondere a tutti, non lo consegna a una parte sola per produrre elaborazioni di parte. Ecco perché non ci sta bene, come è successo, che la Cgil partecipi alla costruzione del programma di un’area politica. Il sindacato non può aggregarsi a una parte politica, qualunque essa sia: perderebbe la sua autonomia e originalità. Questa la base per un corretto rapporto tra domande sociali, che poniamo, e risposte, politiche, che chiediamo. Ma come Cisl interroghiamo anche la maturità della politica: un sindacato “di comodo” non aiuta a migliorare la buona politica e, ormai, nemmeno ad allargare il consenso. Sarei stupito e preoccupato se anche la politica, non solo la Cgil, cercasse scorciatoie simili». Questa la posizione che il segretario confederale della Cisl Pier Paolo Baretta, uno degli uomini di punta del sindacato di via Po, vuole consegnare, alla vigilia del XV congresso cislino, proprio al Riformista. Posizioni totalmente condivise dal segretario generale Pezzotta ma tanto più importanti se si considera che vengono da chi ha rappresentato a lungo l’anima più genuina della sinistra interna cislina. Ex segretario della Fim, oggi Baretta si occupa di fisco e pensioni e, per lui come per molti altri, a via Po, «le vecchie correnti sono superate, non rappresentano più il dibattito interno alla Cisl. Stiamo costruendo una nuova unità che nasce dalla fusione delle esperienze sindacali, prima ancora che dai compromessi di gestione» ma certo non si tratta di un sindacalista “indifferente” al pubblico dibattito politico. Inoltre, la Cisl, rispetto all’abbraccio di Serravalle tra Epifani e Prodi, ha scelto, per molti giorni, il low profile. Ma tra una mediazione sulla riforma degli assetti contrattuali che non si trova perché la Cgil la rinvia di continuo, è il giudizio della Cisl, forse proprio perché aspetta “tempi” politici migliori, e l’invito di Epifani e di gran parte dei suoi e la scelta di partecipare di fatto alle primarie dell’Unione e dunque a scegliere tra Prodi e Bertinotti («la partecipazione di un sindacato alle primarie di un partito o di una colazione rappresenterebbe un ulteriore passo indietro», sottolinea Baretta), i rapporti tra Cisl e Cgil rischiano di ricordare la quiete prima della tempesta.

            Baretta ci tiene a sottolineare, però, anche altre questioni. La prima: «una società non è fatta solo del voto e della tv, è fatta anche di istanze sociali organizzate senza le quali non si governa. Le articolazioni della rappresentanza, dei corpi intermedi, devono rappresentare un bene prezioso, in una società matura». Professori e professorini della politica dovrebbero cercare di capirlo, è il concetto. Secondo: «la Cisl non si rassegna all’idea che l’autonomia non diventi patrimonio di tutto il sindacato». «Bisogna parlare con tutti», spiega paziente Baretta, perché «tutti, maggioranza e opposizione, devono sapere e confrontarsi con cosa pensa il sindacato». Terzo: in fondo l’accordo del ’93 è stato un grande “patto di legislatura”, sostiene. «Bisogna riproporlo ma non limitandosi allo scambio di documento ma dando avvio a un processo concertativo e negoziale sulla base di priorità condivise. Solo la miopia del governo Berlusconi non ha visto come il Patto per l’Italia poteva esserlo: l’occasione l’hanno sprecata», sferza Baretta, «e ora restano poche settimane di legislatura. Chiunque può redimersi ma dubito che accada ed è per questo che guardiamo alla prossima, di legislatura». Per Baretta non ci sono dubbi: al centro del nuovo patto devono esserci il rilancio della concertazione in chiave più moderna, una nuova politica dei redditi, centrata su un fisco ben diverso da quello, iniquo, di questi ultimi anni, e su un welfare che favorisca la stabilità del lavoro e dia risposta al positivo aumento della vita. Ma anche e soprattutto una politica che ridistribuisca davvero la produttività attraverso una ripresa dell’accumulazione. «Come farlo se non si vuol rivedere il modello contrattuale?», chiede. La Cgil fa melina, Baretta chiede di riprendere subito il confronto di merito tra le parti: «non si può dire che finché non c’è un nuovo governo non si tratta. L’autonomia negoziale tra le parti è preliminare al rapporto col governo e risolutiva, in tanti casi, dei rapporti bilaterali. Politiche salariali e redistribuzione del reddito possono essere discusse tra di noi e con Confindustria. Il paese è fermo, va rimesso in moto, non c’è solo un problema di quadro politico. E non è affatto vero che la nostra proposta di rinnovo degli assetti contrattuali abolisce il contratto nazionale, vogliamo solo redistribuire il reddito e ricostruire la rappresentanza andando sui posti di lavoro e nei territori dove la produttività nasce. E dove cresce la domanda di sindacato».