La Cisl costretta a scioperare?

23/09/2003





 
   

23 Settembre 2003











 
La Cisl costretta a scioperare?
Le pressioni su Pezzotta, la battaglia interna, il sud. Ecco i perché della rottura

P. A.

Sulle pensioni la Cisl si allontana dal governo Berlusconi, anche se non rompe come aveva rotto ai tempi del governo di Massimo D’Alema, quando era segretario Sergio D’Antoni. Sulla nuova «riforma» strutturale non si accettano però mediazioni a ribasso in via Po, anche se la posizione finale da prendere è stata molto sofferta, perché una parte del sindacato cislino ha puntato fino all’ultimo momento sulle proposte di mediazione elaborate dal ministro del welfare, Roberto Maroni. Quelli che avevano creduto in un accordo, avevano anche ben presente la necessità di smarcarsi in qualche modo dalla posizione della Cgil, che ormai da giorni si prepara allo sciopero generale. La Cisl, invece, almeno secondo le intenzioni del suo segretario generale, era pronta a sottoscrivere un accordo sugli incentivi in busta paga proposti da Maroni (100% e non 50% come prevede la delega e completamemte esentasse) e sul trasferimento del Tfr ai fondi pensione, ma sulla base di una scelta volontaria dei lavoratori e non di una imposizione come vorrebbe il governo. Ora però la scena è completamente cambiata. Dopo una serie di interviste di fuoco sui giornali che hanno dovuto rincorrere le varie prese di posizione degli esponenti del governo (spesso in contraddizione tra loro stessi), ieri il segretario generale Savino Pezzotta, ha recitato un intervento molto duro e netto davanti allo stato maggiore della sua organizzazione. Anche la Cisl potrebbe essere costretta a decidere per lo sciopero, anche se è ancora presto per anticipare le modalità e le forme della protesta. E’ chiaro però che oggi dopo l’incontro formale a palazzo Chigi, anche la Cisl dovrà prendere una decisione insieme a Cgil e Uil. Questo esito potrebbe anche apparire clamoroso, ma a dire il vero era stato anticipato, tra le varie possibilità da due o tre segretari che contano e già in tempi non sospetti. L’eventualità che si andasse a una rottura con il governo sulla questione delle pensioni era stata messa in conto (insieme ad altre possibili mediazioni) e neppure tanto tra le righe sia da Pier Paolo Baretta, che da Raffaele Bonanni, entrambi segretari confederali e dirigenti rappresentantivi di pezzi importanti della Cisl. Pier Paolo Baretta, sindacalista con una lunga storia cislina alle spalle e proveniente dall’esperienza della sinistra carnitiana e ora in area politica socialista, ha cercato sempre di tenere separato il giudizio sull’applicazione del Patto per l’Italia dal giudizio sulla finanziaria 2004 e le pensioni. Baretta ha criticato in più occasioni la fumoseria del governo e le dichiarazioni che smentiscono altre dichiarazioni. Anche Baretta aveva sperato nella possibilità di «vittoria» all’interno del governo delle posizioni di Maroni, ma aveva ben capito che i giochi politici della maggioranza avrebbero potuto portare anche a un irrigidimento sugli intervernti strutturali proposti da Tremonti.

Raffaele Bonanni, da sempre uno dei cislini più vicini o almeno dialoganti con il governo Berlusconi e considerato anche perfino in simpatia con Forza Italia, ha scelto da alcuni mesi, più o meno da prima dell’estate, di irrigidire la sua posizione sulle pensioni e si è anche spostato più verso i popolari della Margherita. Bonanni ha un certo peso nella Cisl e qualcuno calcola che rappresenti un 55 per cento di tutta l’organizzazione. Ma la sua «base» e si tratta di una base vera perché più che un politico Bonanni è un sindacalista-sindacalista, è quasi tutta la sud. Deve perciò rappresentare lavoratori che non sono rappresentati dalla Lega di Bossi e deve difendere anche l’aerea cislina del pubblico impiego. C’è chi sostiene che la riforma strutturale di Tremonti, quella dei 40 anni di contributi, colpirebbe più i lavori discontui e comunque chi ha cominciato tardi a lavorare. Colpirebbe dunque più la «base» di Bonanni che quella della Lega di Bossi, che è stata invece oggetto di compromesso tra lo stesso Bossi e Tremonti.

Ma la Cisl ha anche una base al nord ed è rappresentata oggi soprattutto dai metalmeccanici della Fim. Ieri il segretario Giorgio Caprioli ci ha spiegato che sulle pensioni non esistono grandi differenze dentro la Cisl. In particolare l’obbligatorietà del passaggio del Tfr ai fondi pensione non piace ai metalmeccanici del nord, ma non piace neppure agli altri. La Cisl era invece più disponibile ad accettare l’idea di alzare i contributi degli autonomi e dei cococo. In tutto questo la Cisl risente anche delle tensioni interne, di schieramento in vista del congresso che si terrà il prossimo anno e in vista di una candidatura alla poltrona del vice di Pezzotta.