La Cgil sfila a Bergamo, ora è lite sui numeri

21/06/2002

Lombardia



La Cgil sfila a Bergamo, ora è lite sui numeri

Gli organizzatori: «Un successo, eravamo in cinquemila». La Cisl: «No, un migliaio. Che flop»

      DAL NOSTRO INVIATO
      BERGAMO – «Eravamo in cinquemila!». «No, non più di un migliaio». «E’ stato un successone!». «No, un clamoroso flop». «La mobilitazione paga!». «No, il dialogo paga». Ora che tutto è finito, vuota piazza Vittorio Veneto, via le bandiere rosse, silenziosi i fischietti e i cori antiBerlusca, per terra una maglietta con la scritta «Articolo 18: non ci
      stò » (sì, con l’accento), adesso, a colpi di cifre e con quella asprezza che solo chi ha qualcosa in comune può in certi momenti tirar fuori, la lite in famiglia può proseguire. Cgil contro Cisl e Uil. Cisl e Uil contro Cgil. Uniti (a parole) nella difesa dell’articolo 18. Divisi (nei fatti) su come condurre la lotta. I cofferatiani in sciopero. Gli altri al lavoro. Sindacato in ordine sparso, ieri, sotto i cieli di Bergamo.
      La Cgil, solitaria e orgogliosa, convinta fin quasi alla cocciutaggine di essere nel giusto, ha attraversato a colpi di bandiere rosse la Bergamo «bianca», postdemocristiana e cattolicissima, sapendo che qualcuno l’avrebbe vissuto come un affronto, anzi, proprio di questo facendosi forza. «Abbiamo osato» ha gridato dal palco, davanti a una folla di cigiellini storditi dal caldo (forse non cinquemila, ma certo più di un migliaio), il segretario provinciale Maurizio Laini. Sì, hanno osato. Nella patria di Savino Pezzotta, nell’unica città d’Italia dove il popolo Cisl è più numeroso di quello cofferatiano. «Abbiamo osato per dimostrare che in questo territorio "bianco", immobile e distratto, ci sono anche altri colori».
      Loro, i cislini, i presunti «immobili e distratti», hanno occhieggiato per tutta la mattina dalle finestre delle fabbriche e degli uffici, contando una a una le teste del corteo, assicurandosi che nessuno dei loro si fosse fatto ammaliare dal verbo cofferatiano, tempestando di telefonate le aziende della zona «per capire quanti avevano aderito allo sciopero». Perché quel corteo cigiellino, irrobustito dalle presenze dei Cobas, di Rifondazione, ma soprattutto dei Ds (a casa invece i centristi della Margherita), che dalla stazione è planato su piazza Vittorio Veneto dopo aver rovesciato slogan e gentilezze varie contro la sede dell’Unione industriali, faceva paura, eccome se faceva paura, ai seguaci di Pezzotta, che proprio in queste ore si stanno giocando una fetta di futuro ai tavoli della trattativa con il governo.
      E’ finita com’era iniziata. Ognuno sulle sue posizioni. Dopo giorni di legnate. A Bergamo come a Roma. Con Pezzotta a lamentarsi: «Quelli della Cgil, stavolta, hanno voluto farmi una cattiveria». E i cofferatiani a fare i santerellini: «Ma adesso non si può più manifestare a Bergamo? Ma quale provocazione». Ognuno in realtà sapendo che l’altro niente di più stava facendo se non i propri interessi, visto lo stato disastroso dei rapporti.
      Inevitabile che ieri, attorno a quel corteo, andassero in scena due interpretazioni. Quella della Cgil. «Siamo in tanti, siamo più di cinquemila» ha tuonato dal palco Giuseppe Casadio della segreteria nazionale, militarizzando i cuori cofferatiani al grido «c’è un attacco molteplice e multiforme al sistema dei diritti», puntando il dito contro «le titubanze di Cisl e Uil», liquidando come «farse» le trattative a Palazzo Chigi.
      E quella di Cisl e Uil. «No, erano poco più di un migliaio, è stato un flop» ha commentato a freddo il segretario cislino, Mario Gualeni, pezzottiano fin nelle ossa. «Sì la partecipazione è stata bassa, erano in tanti al lavoro» lo spalleggia il segretario Uil, Roberto Prometti. Balletto di cifre. La Cisl parla di un’adesione allo sciopero, almeno per quanto riguarda il turno di lavoro del mattino, «attestata attorno al 4-5 per cento», «nessuna delle grandi aziende ha subito particolari intralci all’attività». La Cgil invece sforna un elenco di fabbriche dove «il lavoro si è quasi completamente bloccato: Bayer, Same, Filco, Italcementi» e parla di «grande adesione». E non manca la coda velenosa: Susanna Camusso, segretario lombardo cigiellino, ha accusato i carabinieri di «aver chiesto alle aziende le percentuali di adesione allo sciopero: un fatto inaudito e intimidatorio».
      Vincitori? Vinti? Forse solo cocci da raccogliere. Lo fa capire il cigiellino Casadio quando urla dal palco: «Spero che dopo l’estate si possano vedere in piazza anche Cisl e Uil». Lo ammette il pezzottiano Gualeni: «Un ragionamento insieme andrà, comunque, costruito». Lo spera Prometti della Uil: «Un punto di equilibrio va trovato».
Francesco Alberti


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