La Cgil sceglie di restare fuori dallo scontro

27/12/2000
Corriere della Sera
Mercoledì 27 Dicembre 2000








STRATEGIA / Timori per i casi di tesserati che ai seggi scelgono la destra.
Niente congresso in campagna elettorale.
La Cgil sceglie di restare fuori dallo scontro
      ROMA – Alla fine ha prevalso la prudenza e la Cgil ha deciso di giocare il suo congresso nel posticipo. Aspetterà che il corpo elettorale del Paese si sia pronunciato e poi inizierà la lunga trafila dei congressi, un rito che in un’organizzazione complessa e ramificata come quella guidata da Sergio Cofferati durerà sei mesi, dal settembre 2001 al febbraio 2002. La cosa potrà far storcere la bocca a sinistra ma la Cgil con la sua decisione manda al sistema politico un messaggio inequivocabile: non siamo agnostici, ma stiamo fuori dalla competizione. Non possiamo mettere a repentaglio il prestigio della maggior organizzazione di massa che esiste nel Paese impegnandola in un corpo a corpo con il centro-destra». Le maggioranze possono cambiare, i sindacati restano. E chiunque si installi a palazzo Chigi la Cgil deve rendere conto a 5 milioni di iscritti che – come attestano tutte le ricerche sociologiche degli ultimi anni – non votano più come un sol uomo. C’è dunque un contenuto politico nella scelta di Cofferati di andare al 2002. Qualcuno nell’Ulivo avrebbe potuto preferire che la Cgil si impegnasse nella campagna congressuale già dal prossimo gennaio in maniera che almeno le convention periferiche – quelle che stanno più a cuore ai candidati dei collegi – si svolgessero contemporaneamente alla campagna elettorale, ma il gruppo dirigente del sindacato rosso ha stimato che si sarebbe trattato di un errore. Nell’attesa di una possibile vittoria di Silvio Berlusconi e dell’inizio di uno confronto che non potrà ripetere il canovaccio del ’94 – culminato con la grande mobilitazione sulle pensioni che mise in crisi il governo del Cavaliere -, la Cgil deve riuscire a trasformare se stessa in un sindacato che non pone pregiudiziali.
      Tanto attenti a modulare i tempi dello scontro gli uomini della Cgil sono invece più espliciti nell’indicare ciò che avversano nella piattaforma politico-programmatica. La riforma fiscale alla Tremonti, destinata a privilegiare il taglio delle imposte per i ceti affluenti, l’idea dei «contratti liberi», le scelte in materia di immigrazione sono considerati altrettanti punti di forte dissenso. Il gruppo dirigente cofferatiano pensa di aver dotato l’organizzazione di qualcosa che assomiglia fortemente a un programma (c’è una linea sul fisco, i diritti, la scuola, lo sviluppo, ecc.) e quindi si sente legittimato a tener fermi quei punti nei confronti di qualsiasi interlocutore. Ma gli effetti dell’impostazione Cgil sul voto dei suoi iscritti, quelli no, nessuno si sente di poterli prevedere. Il voto dissociato, tessera rossa e scheda azzurra o leghista, è un fenomeno sociologicamente irreversibile. Con ciò non vuol dire che Cofferati si sentirà estraneo alla campagna elettorale. I rapporti con il candidato premier Francesco Rutelli sono migliorati, c’è attesa per il programma «della buona e piena occupazione» e si confida che non vi siano elementi di collisione con quello sindacale. A febbraio, poi, il sindacato rosso organizzerà una grande assemblea nazionale di delegati, sarà la sede per ribadire il modello sociale e di sviluppo per il quale si batte la Cgil. Un modello che l’ha vista protagonista dal ’93 ad oggi.
      Lo slittamento del congresso nazionale al 2002 lo farà coincidere con l’uscita di Cofferati e non ci saranno, quindi, vuoti. La successione è tutta da giocare ma sarà decisa dentro l’organizzazione, nessuno dall’esterno potrà pilotare candidature o bocciature. Da qui alle elezioni politiche però qualche indizio sul futuro leader lo si potrà avere, basterà vedere chi si candiderà nelle liste diessine abbandonando così la partita. E chi invece sarà ancora in pista. Restano le relazioni industriali. Era da tempo che i rapporti con la Confindustria non si presentavano così burrascosi. E in più alle porte c’è il doppio appuntamento rappresentato dalla vertenza Fiat e dal contratto dei metalmeccanici. In Cgil si ha l’impressione che gli imprenditori non abbiano ancora deciso fino a che punto portare avanti la revisione del modello contrattuale vigente (quello a due livelli), perché se il tandem D’Amato-Pininfarina scegliesse fino in fondo di terremotare l’architettura delle relazioni industriali le conseguenze non sono immaginabili. La vicenda si politicizzerebbe e lo scontro tra i due Poli avrebbe un argomento in più.

      Dario Di Vico