La Cgil s’astiene due volte

01/12/2004
    martedì 30 novembre 2004
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    COLUMN

      La Cgil
      s’astiene
      due volte

        DI EMANUELE MACALUSO

          Oggi c’è sciopero contro la Finanziaria, e per me è come un richiamo della foresta. Il sindacato è stato la mia prima casa, dalla liberazione della Sicilia nel 1943. Dal 1947 al 1956 ho diretto nell’Isola la Cgil di Di Vittorio e di Santi, ma anche quella di Pastore e Rapelli – erano gli anni dell’unità sindacale. Ho ricordato queste radici personali per dire che continuo a seguire le vicende del sindacato con interesse e partecipazione, anche umana. Auguro successo alla lotta unitaria dei sindacati per lo sviluppo economico, anche se vedo tutta la difficoltà di una trattativa su questo terreno. Di Vittorio fu mio maestro e riferimento. Novella, Lama, Trentin, che vennero dopo Di Vittorio e con i quali lavorai per anni, mi davano una sensazione di continuità con la mia Cgil.

          Il Cinese.Anche Cofferati, che è di una generazione successiva, per come l’ho conosciuto e capito, mi dava la stessa sensazione. Sino a un certo momento, sino a quando quella Cgil sembrò sciogliersi in un indistinto movimento che acclamò Sergio leader per una stagione, rapidamente esauritasi, senza infamia e senza lode. Però, può darsi che sia stato io a non capire il «nuovo» di cui in quei movimenti si parlava tanto e di cui non si parla più. Le scelte politiche successivamente fatte da Cofferati le ho seguite con partecipazione, e il suo successo come sindaco di Bologna mi sembra un buon segno per lui e per la città. Tuttavia la sua «astensione» nel confronto congressuale dei Ds, il partito cui appartiene, non la capisco: più che una scelta mi sembra una difficoltà a scegliere, a far valere le sue idee e posizioni. In passato, Cofferati lamentava (con ragione) l’incapacità dei dirigenti dei Ds a schierarsi e operare nel difficile cimento in cui il mondo del lavoro è coinvolto. Nel congresso di Pesaro (2002) si impegnò sino in fondo, e con lui quasi tutto il quadro della Cgil, sostenendo il Correntone le cui elaborazioni sui temi del lavoro non andavano oltre le solite generiche giaculatorie. In verità, il tema della riforma dello stato sociale è uno scoglio evitato da tutti in tutti i congressi, e anche in questo. Sempre a Pesaro, solo la piccola minoranza dell’area liberal di Morando affrontò il tema. E fu sconfitta. Ma qual è oggi la posizione di Cofferati? Perché non contribuisce a fare una scelta? E qual è la posizione del suo erede, Guglielmo Epifani?

            L’Epifani.Ho letto le due pagine che l’Unità dedica ad un forum con il segretario della Cgil. Pure Epifani al congresso si asterrà. Ma tra i sostenitori delle mozioni si è scatenata una rissa su chi ha più aderenti tra i dirigenti Cgil. Epifani dice di essere infastidito da questa gara, ma ne vede anche il lato positivo: «La Cgil ha fatto buone scelte e ha acquisito credibilità e consensi». Tuttavia, «non lo convince nessuna delle quattro mozioni», anche se riconosce che «Fassino è il segretario che ha provato a tenere più conto di altri della centralità del lavoro». Epifani vuole quindi che «la sinistra faccia propria l’idea del valore del lavoro». Fassino, Mussi, Salvi e la Bandoli hanno rifiutato questa esigenza? Lo si dica. O c’è una reticenza generale, in tutte le mozioni e fra gli astenuti (il forum è una testimonianza) ad affrontare il nodo scottante della riforma dello Stato sociale? Eppure è proprio Epifani a lamentare un pauroso deficit programmatico del suo partito e dell’Alleanza prodiana. Se le cose stanno così, l’astensione di Epifani e Cofferati ha un solo significato: non dispiacere ai vecchi compagni di cordata (Mussi, Salvi e altri) e ai vincitori del Congresso (Fassino, D’Alema e altri). Non è un bel vedere.