La Cgil punta sulla «contrattazione sociale»

07/10/2004


            giovedì 7 ottobre 2004

            Sul modello – nato dall’iniziativa di sei Camere del lavoro – verrà verificata la disponibilità di Cisl e Uil e delle associazioni degli imprenditori

            La Cgil punta sulla «contrattazione sociale»

            Bruno Ugolini

            ROMA La Cgil lancia una sua idea di contrattazione territoriale. Non è una contrattazione categoriale, riservata agli occupati. È una contrattazione «sociale». Non riguarda il peso delle buste paga. Riguarda cose che certo incidono anche sulle buste paga. Qualcuno le chiamava un tempo «salario differito». I capitoli possono essere tanti: la casa, gli asili, l’ambiente, il tempo libero, la salute, perfino l’acqua in certe zone del Mezzogiorno. Il tutto sostenuto da un fondo capace di trovare le risorse necessarie. Tutto è partito – e anche questo è significativo – da sei Camere del lavoro: Brescia, Torino, Bologna, Reggio Emilia, Matera, Cosenza. Avevano tenuto un convegno insieme lo scorso aprile. Non è una nuova corrente come qualcuno potrebbe credere. Sono realtà sindacali che hanno messo in moto, una volta tanto, una possibile dialettica sui contenuti. E strappano a Roma, nella sede della Confederazione, la benedizione autorevole di Guglielmo Epifani.

            È lui ad introdurre l’iniziativa di presentazione alla stampa. Lo fa respingendo l’accusa che una tale contrattazione sociale, oggettivamente più favorita al Nord, possa essere inserita in uno scenario di devolution sindacale, per aiutare i più forti. Spiega che semmai è il contrario. Essa, nella concezione delle sei Camere del lavoro promotrici, punta a politiche inclusive e di solidarietà. Non intende, insomma, scalfire un sistema di diritti e trattamenti nazionali, per spostarne il peso a seconda dei territori.


            Non è nemmeno un tentativo di mettere un bastone tra le ruote della discussione fortemente voluta dalla Cisl sulla riforma contrattuale. Nasce, come spiega ancora Epifani, da esigenze d’altro segno. L’intenzione è di promuovere, come puntualizza Dino Greco, segretario a Brescia e uno dei «padri» dell’iniziativa, non uno sviluppo qualsiasi, ma uno sviluppo capace di evitare il rischio crescente di nuove povertà e marginalizzazioni. È un modo per inseguire, ricostruire, «una buona vita» a Torino come a Matera. Il fondo territoriale potrà essere destinato a questi interventi sociali chiamando in causa anche la responsabilità sociale dell’impresa. Nelle future piattaforme territoriali saranno chiamati in causa soggetti diversi, capaci di trasmettere, con le loro proposte, un’altra idea di società, capace di rispettare la dignità dell’essere umano. Un progetto ambizioso, certo, riconosce Greco. Ma se non si muove qualcosa nel sindacato il rischio è quello della deriva corporativa, del «ciascuno fa da sé». Qualcosa si sta già muovendo su questa linea «neoterritoriale». Non a caso il segretario di Reggio Emilia, Mirto Bossoli, parla di un’iniziativa unitaria nel suo territorio. Le scelte del governo poi, pesando sugli enti locali, aumentano lo scadimento della vita sociale. Il malessere crescente c‘è a Torino (Vanna Lorenzoni) come a Cosenza (Massimo Covello), come a Matera (Angelo Cotugno). È una proposta che avrà bisogno di gambe. Sarà avviata, annuncia concludendo Epifani, una fase sperimentale, verificando le disponibilità della Cisl, della Uil e delle associazioni imprenditoriali locali. È partito un treno. Con alcune importanti locomotive. Con alcuni binari. Ma in fondo è un ritorno alle origini. Quando le Camere del lavoro erano centri motori di tante aspettative per chi lavora, per chi non lavora.