La Cgil: poveri stipendi Inflazione, tasse e contributi hanno «mangiato» 5.453 euro

28/09/2010

ROMA — Inflazione e fisco hanno prosciugato in dieci anni i salari dei lavoratori dipendenti italiani con una perdita di potere d’acquisto pari a 5.453 euro. Lo sostiene il quinto Rapporto Ires-Cgil 2000-2010 sulla crisi dei salari.
Buona par t e del l a per di t a , qualcosa come 2.069 euro, sarebbe dovuta alla mancata restituzione del drenaggio fiscale, cioè alle maggiori tasse che il cittadino è costretto a pagare perché mentre il suo salario reale, colpito dall’inflazione, non aumenta, quello monetario, su cui si applicano le aliquote, cresce.
Per il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, «esiste l’urgenza di interventi di sgravi per il lavoro dipendente» non essendo più accetta-bile che « i l bene pi ù scarso, il lavoro, oggi sia più tassato delle altre forme di reddito». Bisogna quindi «riequilibrare» il fisco in tempi rapidi.
Secondo le stime dell’Ires, le retribuzioni contrattuali nel 2010 , conun’ inflazione pari-all ’1,7%, crescono del 2,1%, così come quelle di fatto che scontano una pressione fiscale dello 0,2%. In queste condizioni, nel biennio 2009-2010 l’aumento in busta paga sarebbe stato di appena 16,4 euro netti medi mensili. Se poi si tiene conto anche dell’ abbattimento del reddito dovuto al massiccio ricorso alla cassa integrazione, l’aumento risulta solamente di 5,9 euro al mese.
Il rapporto calcola che oltre 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 7 milioni ne guadagnano meno di mille, di cui oltre il 60% sono donne. Oltre 7 milioni di pensionati di vecchiaia o anzianità guadagna meno di mille euro netti mensili. Esistono poi delle differenze tra lavoratore e lavoratore: prendendo come riferimento il salario netto medio mensile di 1.260 euro, una lavoratrice guadagna il 12% in meno; un lavoratore di una piccola impresa (1-19 addetti) il 18,2% in meno; un lavoratore del Mezzogiorno il 20% in meno; un lavoratore immigrato (extra Ue) il 24,7%; un lavoratore a tempo determinato il 26,2%; un giovane lavoratore (15-34 anni) il 27% in meno e un lavoratore in collaborazione, infine, il 33,3% in meno.
«Sarebbe il momento – afferma il presidente dell’Ires, Agostino Megale – di dare avvio ad una riforma vera non spostandosi dalle persone all’Iva: perché se uno toglie un punto di Irpef e fa pagare due punti in più di Iva sul pane e su altre cose il risultato finale è che lavoratori e pensionati pagheranno più tasse». L’idea invece è quella di tassare le rendite, «come negli altri Paesi europei – suggerisce Megale – dal 12% al 20%» tassando le grandi ricchezze oltre gli 800 mila euro.
L’altro problema è la produttività, quella reale delle imprese italiane è cresciuta dal 1995 di 1,8 punti percentuali, mentre in Francia, Regno Unito e Germania, dai 25 ai 32 punti. «Il governo sostenga la domanda interna – conclude Megale – sostenga i salari, e dunque inneschi un circuito positivo affinché il Paese riprenda a crescere, aumenti anche la produttività con più investimenti e si possa per questa via aumentare anche i salari».