La Cgil non è un partito alternativo

16/07/2001

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La Cgil non è
un partito alternativo

LA LETTERA

di SERGIO COFFERATI


CARO direttore, le chiedo ancora una volta ospitalità per offrire ai suoi lettori qualche personale valutazione sulle recenti vicende sindacali che hanno indotto nei giorni scorsi Mario Pirani ad un commento carico di livore verso la Cgil e fondato su presupposti palesemente falsi come di rado capita di leggere.
Una volta tanto il veleno non sta nella coda, ma addirittura nell’incipit dell’articolo, infatti Pirani inizia ad esplicitare la sua tesi partendo dallo "sciopero separato della Fiom" che a suo dire ha una ragione più politica che sindacale, perché si presterebbe a trasformare la Cgil in una organizzazione che ripudia il riformismo e che, attraverso il suo segretario generale, mirerebbe a condizionare sullo stesso terreno il congresso dei Democratici di Sinistra. Tesi singolare, ma priva di fondamento. Nella vicenda contrattuale dei metalmeccanici il primo atto separato non è lo sciopero della Fiom, ma l’accordo firmato dalle altre due organizzazioni di categoria con Federmeccanica, che fissa un incremento salariale di 112 mila lire che diventano 130 con l’artificio di aggiungere 18 mila di future spettanze degli stessi lavoratori da non computare, ovviamente, nei prossimi aumenti.
Questa soluzione è fuori dal mandato che il sindacato aveva ricevuto dai lavoratori attraverso il referendum sulla piattaforma, non perché rappresenta una mediazione rispetto alla stessa (si rassereni Pirani, i sindacalisti sanno ancora che per fare un accordo è necessario mediare), ma per due buone ragioni: quegli incrementi non consentono di difendere il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori metalmeccanici.

Anzi, ne fissano la diminuzione anche per gli anni a venire, e poi al¬terano le funzioni salariali del con¬tratto nazionale, fissate come uno dei pilastri di quella politica dei redditi (ancora cara ad alcuni di coloro che la promossero agli inizi degli anni ‘90) intesa come fondamento dell’equità redistributiva e come efficace pratica nel controllo dell’inflazione e nel risanamento finanziario.
Per queste ragioni la Fiom non ha firmato e ha confermato lo scio¬pero, con il pieno consenso della Cgil. Esplosione di radicalismo? Volontà di rottura unitaria da parte della Cgil? Qui siamo davvero al ridicolo. Lo dimostra il fatto che solo dopo dieci ore la Fiom ha firmato, con Fim e Uilm, il contratto delle aziende Confapi (notoriamente più deboli delle altre) per un incremento di 130 mila lire pulite, senza artifizi contabili. Ovviamente i lavoratori delle aziende Confapi sono stati esentati dallo sciopero del venerdì successivo (anche questa è da considerare una decisione politica?).
È poi superfluo aggiungere che nelle ultime due settimane sono stati firmati i contratti del commercio, degli alimentaristi e della carta. Accordi positivi per la Cgil, e rispettosi della politica dei redditi, ma capisco che non essendo utilizzabili a so¬stegno di nessuna tesi politica non intrighino Pirani. Ma torniamo ai metalmeccanici, dopo uno sciopero davvero ben riuscito (spieghi Pirani la ratio della sua tesi «le piazze erano piene ma le fabbriche non erano vuote) cosa chiede ora la Fiom? Pensate un po’, chiede che sul contratto si pronuncino i lavoratori con un referendum, la stessa cosa che chiede da mesi a Cassino dove l’accordo separato, citato nell’articolo di Pirani, fissa un forte aumento del carico di lavoro degli operai della fabbrica mentre le assunzioni sono, per il momento, le promesse che la Fiat fa a quei lavoratori per convincerli ad accettare la dura soluzione odierna in cambio di un ipotetico lavoro per i loro figli.

Inutile dire che la Cgil è d’accordo con la «pretesa» della Fiom e la sosterrà. I miei predecessori e tra loro quelli con i quali ho lavorato, da Lama a Trentin, mi hanno insegnato che ogni giudizio nelle vicende sindacali deve partire dal merito delle stesse (è sempre una buona regola soprattutto per i riformisti) e che la democrazia sindacale ha tra i suoi fondamenti il rispetto dell’opinione dei lavoratori, anche questa per dei riformisti è cosa importante.
Bastava guardare i cortei di quello sciopero per rendersi conto di poche ma semplici cose. I tantissimi giovani presenti chiedevano di avere lo stesso contratto dei loro compagni delle aziende Confapi (pensate, gli operai della grande Fiat che chiedevano il trattamento degli operai delle «boite» dell’indotto!), ritenevano che quelle 18 mila lire negate rappresentassero la privazione di un diritto e chiede¬vano di potersi pronunciare su questioni che li riguardano a tutela della loro dignità. Dunque scioperavano per difendere un sistema di regole e un’idea di democrazia nel rapporto tra loro e le organizzazioni sindacali. Altro che estremismo radicale!
Ma caro direttore non le avrei chiesto spazio per annoiare i suoi lettori se il tutto si fosse limitato a valutazioni legittime, per quanto rancorose, sul sindacato espresse da un suo opinionista non nuovo a questa prassi. Basta ricordare la campagna sulla scuola e la sua richiesta singolare di silenzio, rivolta alla Cgil, sulla riforma dei cicli che coinvolge non solo le famiglie italiane ma anche un milione di lavoratrici e lavoratori di quel settore (è come se la Fiat decidesse di riconvertirsi in azienda alimentare e ci si chiedesse di astenerci da ogni commento con la tesi che il problema riguarda i consumatori); oppure la reprimenda sul popolo delle partite Iva, contenuta nello stesso articolo, con l’originalissima accusa di conservatorismo sindacale, smentita, qualche pagina più in là, in una bella intervista da quel pericoloso estremista che risponde al nome di Giuliano Amato. Ma l’articolo di Pirani echeggia, e in qualche parte illustra grevemente, opinioni presenti nel dibattito congressuale dei Ds. Strumentalmente trasforma una delicata vicenda sindacale in una presunta iniziativa politica. L’autore lo fa in buona e composita compagnia, da autorevoli rappresentanti del governo a uomini di punta di Confindustria.
Ritengo che gli avvenimenti di questi giorni siano stati chiari, come molte delle vicende recenti, solo commentatori prevenuti hanno trasformato la richiesta di recepire correttamente una direttiva co¬munitaria sul tempo determinato nella indisponibilità della Cgil alla flessibilità, o hanno descritto la richiesta di un contratto dignitoso per i metalmeccanici in un assurdo atto massimalista.
È questo «rimuovere il merito» che crea ostilità strumentale al sindacato. Sono consapevole che, a questo proposito, l’unica difesa resta, anche quando solitaria, la riproposta dei contenuti, delle valutazioni e delle conseguenti scelte della Cgil. Da militante dei Ds invece, sono convinto che la crisi della sinistra stia tutta nella rimozione dei fondamentali del riformismo, nella sua lettura caricaturale. Quando tende a scomparire dai propri cromosomi il valore sociale del lavoro nelle sue molteplici forme, quando si considera l’astratta modernità un faro, quando si co¬loca la libertà delle persone fuori da regole condivise, quando i diritti sono presentati come un impedimento, ci si può anche autodefinire riformisti ma si è un’altra cosa.
E allora da parte mia a questi presunti riformisti non resta che indirizzare un augurio mutuato da quello che il Padre guardiano rivolge a Leonora nella Forza del destino: «La Vergine degli angeli vi copra del suo manto, e voi protegga vigile di Dio l’angelo santo».