La Cgil non ci sta: colpiti i diritti

07/02/2003

          venerdì 7 febbraio 2003

          La Cgil non ci sta: colpiti i diritti
          Opposizione fino al referendum dopo la controriforma di Maroni. Precarietà anziché investimenti

          Angelo Faccinetto
          MILANO La Cgil non ci sta. La nuova legge sul mercato del lavoro che l’altra
          sera, al Senato, ha avuto il via libera definitivo – con il lavoro a chiamata, lo staff leasing, le esternalizzazioni facili, lo snaturamento del part-time, la privatizzazione del collocamento che rischia di sfociare in un nuova forma di caporalato – colpisce i diritti dei lavoratori. Ancora una volta. E proprio mentre prende forma, corredata da oltre cinque milioni di firme, la proposta di legge di iniziativa popolare per l’ampliamento dei diritti e delle tutele.
          Così lo sciopero generale dell’industria e dell’artigianato, proclamato per il prossimo 21 febbraio dalla confederazione, sarà anche l’occasione per dare
          una risposta forte contro le deleghe. «Il sistema industriale perde in competitività e il declino del paese è purtroppo una realtà – dice il segretario confederale, Carla Cantone -, si intensificano le crisi aziendali e i licenziamenti, ma come risposta il governo non trova di meglio che scegliere, come unico sistema per fermare il declino, di precarizzare i rapporti di lavoro per ridurre diritti e costi contrattuali. E in più, come se non bastasse, decide di procedere anche sulle pensioni».
          Ancora più duro, se possibile, il giudizio della Fiom. «Con il varo della 848 – si legge in un volantino distribuito ieri nelle fabbriche – è stato varato il più
          grave attacco ai diritti dei lavoratori da cinquant’anni a questa parte». «A causa di questa legge – si spiega – i lavoratori potranno essere assunti d’ora in poi con tutte le forme di sfruttamento». In cima alla lista delle preoccupazioni delle tute blu Cgil, proprio il lavoro a chiamata, «senza orari definiti, a disposizione in qualsiasi momento, con salari e diritti diversi». Mentre servirebbero investimenti insomma, anche per la Fiom, si offre precarietà. Conclusione: un no nettissimo.
          E una ragione in più per aderire alle otto ore di sciopero del 21. La Cgil, però, su questo tema rischia di trovarsi sola. Cisl e Uil, sulla delega, hanno espresso infatti giudizi diversi. E, pur con le cautele del caso, positivi. Per la confederazione di Pezzotta, in particolare, il provvedimento appovato mercoledì «chiude la partita flessibilità». Come dire, va bene, ma adesso non si vada oltre. Se dunque non verranno verificate discrepanze con quanto previsto nel Patto per l’Italia, il quadro potrà funzionare. Al più ci potrà essere spazio per qualche aggiustamento in sede di decreti attuativi.
          Ninete di più. Battaglia difficile, insomma. Anche perché sul fronte opposto – quello imprenditoriale – il giudizio positivo è di quelli convinti. Così, se il ministro del Welfare, Maroni, parla di prima riforma strutturale e di passi avanti sulla via della modernizzazione, il numero uno di Confindustria,
          Antonio D’Amato, inneggia alla «più grande riforma del mercato del
          lavoro degli ultimi trent’anni». «Lo renderà più flessibile, più europeo» – dice.
          Anche se i nuovi istituti introdotti poco hanno a che vedere con la tradizione del vecchio continente e guardano piuttosto oltreoceano. D’Amato respinge l’idea che la delega possa portare ad una istituzionalizzazione del lavoro precario.
          L’equazione, per lui, è semplice. Ed è quella di sempre. Più flessibilità uguale a
          maggiore capacità di creare occupazione.
          In attesa che i fatti gli diano ragione. Più cauto il giudizio della Lega delle
          cooperative. Se le nuove norme contengono strumenti di flessibilità necessari
          per garantire «adeguati tassi di competitività», secondo il responsabile Area politiche del lavoro, Graziano Pasqual, devono essere ora introdotti nuovi servizi e tutele. Una critica anche sulla figura del socio-lavoratore. La nuova disciplina coglie meglio alcune specificità, ma Legacoop non condivide tutte le novità introdotte.