La Cgil firma un accordo sulla legge 30

12/02/2004



 
   
12 Febbraio 2004
POLITICA






 
La Cgil firma un accordo sulla legge 30
Sindacati e imprenditori: i «contratti di inserimento» rilanciano il «primato delle parti sociali»
CARLA CASALINI


Fior di commenti ieri, nelle ore successive all’ accordo raggiunto tra Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confindustria sui «contratti di inserimento»: da parte confindustriale si sottolinea l’importanza della firma, perché la materia fa parte della famosa legge 30 sul mercato del lavoro, oggi detta da molti «legge Biagi» seguendo la strumentalizzazione del governo che così la nominò dopo l’assassinio del giurista bolognese; da parte sindacale si rileva invece il ripristino del «primato» della contrattazione collettiva, rispetto a qualsivoglia legge. Per la verità i segretari di Cisl e Uil, Bonanni e Canapa, non hanno mancato di alludere anch’essi alla materia «mercato del lavoro», ossia alla legge 30 che ne ha sancito la controriforma: e non per caso, giacché la Cgil, che tanto l’ha avversata, ieri invece ha sottoscritto l’accordo. Indubbiamente tutti ricordiamo le parole con le quali nel luglio 2002 l’allora neosegretario Guglielmo Epifani confermava il percorso tracciato dalla Cgil: «Chiederemo ai cittadini italiani due sì e due no», ossia la raccolta di firme per dire «no» alla delega 848 sul mercato del lavoro, e all’ accordo separato di Cisl e Uil con governo e Confindustria, noto come «Patto per l’Italia». E prometteva che in futuro, quando questi «atti» berlusconiani fossero diventati leggi, la Cgil sarebbe tornata a chiedere «conferma» di quelle firme per allestire «un referendum». Intanto, dopo la rottura di Cisl e Uil continuava gli scioperi da sola, e per lungo tempo nelle manifestazioni successive si espresse l’opposizione alla controriforma del mercato del lavoro, nel frattempo sfociata nella legge 30; si chiese alle opposizioni politiche di cancellarla, una volta tornate al governo.

Poi sulla legge 30 cadde il silenzio delle denunce, e le pratiche hanno smentito la precedente opposizione: per prima la Fiom firmò all’Ilva un accordo che accoglieva alcuni punti della legge berlusconiana, ora la Cgil ha firmato l’«accordo sui contratti di inserimento». In attesa di conoscerne bene il testo, anticipiamo solo la notazione di un procedere incongruo.

Certo, in tempi di attacco del governo di destra al ruolo del sindacato, segnatamente alla Cgil, si capisce la sottolineatura sull’importanza della ripristinata «contrattazione tra le parti sociali». Non a caso il sottosegretario al welfare Sacconi non ha mancato di rammaricarsene. Si è preso la briga di ricordare tutti gli accordi separati, lodandone il «bene» che hanno prodotto; e, pur salutando oggi la «fine della contrapposizione ideologica», si preoccupa di un tale segnale lanciato dalla Confindustria che sta per cambiare il suo leader: «Non sarà che i candidati alla presidenza degli industriali intendano riproporre il benpensantismo secondo il quale non si può decidere senza la Cgil?»; quel «mugugno» con cui alcuni imprenditori afflissero Antonio D’Amato «sulla vicenda dell’art.18?».

La Cgil ieri nel commento all’accordo è tornata a criticare «radicalmente» la legge 30, sostenendo che lo ha firmato solo per «la difesa dei diritti delle persone». In gioco c’è l’«inserimento» a termine di giovani disoccupati «di lunga durata» (da almeno un anno); di donne in aree geografiche che ne riscontrano l’alta disoccupazione; di disabili; di ex lavoratori over55. La Cgil valorizza la sancita «potestà della contrattazione collettiva, anche aziendale, sulla stabilizzazione dei lavoratori assunti con questo contratto, forzando i limiti del 60% di conferme previsto dalla legge».

Resta comunque una domanda: che bisogno c’era di accogliere questa nuova tipologia contrattuale? C’è chi ricorda che proprio la legge 30 ha eliminato i contratti di «formazione lavoro», creando un vuoto che ora quelli di «inserimento» vanno a colmare. Quale vuoto, vista la pletora di forme precarie di contratto già esistenti cui «attingere»? E suona involontariamente grottesca l’enfasi della Confcommercio sugli «80 mila lavoratori» che ora potranno usufruire di questo contratto che «premia la formazione», giacché si sa già che sono previste solo 16 ore per la «formazione».