La Cgil e la sindrome del governo «amico» (B.Ugolini)

26/07/2007
    giovedì 26 luglio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 9) – Economia

    Il commento

      La Cgil, la sindrome
      del governo «amico»
      e i colpi sotto la cintura

        Bruno Ugolini

          Una Cgil che vede luci e ombre e decide di firmare il protocollo stilato dal governo, senza per questo considerare chiusa la partita. Ed un’altra Cgil che vedendo le luci sovrastate dalle ombre chiede, ma resta in minoranza, di non apporre quella firma.

          Un atto del genere avrebbe però voluto dire rinunciare ai tanti risultati ottenuti e, in parte, riconosciuti da tutti. Questa sembra essere un po’ la sintesi di quanto è avvenuto nel principale sindacato italiano.

          Non è stato un voltafaccia. L’organizzazione di Epifani ha vissuto le ultime battute del negoziato come un colpo sotto la cintura, per usare termini pugilistici, al momento del gong finale.

            La scelta di non rendere rigidamente vincolante la fine del contratto a termine dopo 36 mesi e quella di rendere meno pesante per gli imprenditori il ricorso alle ore straordinarie, non erano state negoziate col sindacato. Certo ha pesato la necessità di trovare il consenso all’intesa finale anche delle forze confindustriali ed ha pesato il fatto che sui contratti a termine era già stata siglata, dal precedente governo, un’intesa separata con Cisl e Uil. Ma dubitiamo, ad ogni modo, che le stesse Cisl e Uil siano contrarie all’introduzione di un tetto obbligatorio per il ricorso ai contratti a termine. È una saracinesca sacrosanta, onde non ridurre la vita di tanti giovani ad un rincorrere senza fine fasi di lavoro, contratto dopo contratto, con attese angoscianti. Verrebbe voglia di scrivere che tali peggioramenti hanno in qualche modo davvero sacrificato i giovani, come tanti avevano predicato (con evidente strumentalità) in questi giorni. E che forse è stato un errore mettere al centro di tutto l’interesse il cosiddetto scalone. Quella trappola ereditata dall’ex ministro Maroni, che provoca drammi come quelli raccontati in un’Email al nostro giornale da Giuliano Ciampolini, un operaio tessile messo in mobilità da una piccola azienda. Costui, in nome di tanti altri, dichiara che non entrerà nella lista degli "usurati" e quindi non potrà andare in pensione nel 2008. Resterà così per un anno, finita l’indennità di mobilità e finite le prospettive di trovare altri lavori, senza reddito. È il dramma di tanti cinquantasettenni che dimostra come spesso non si sia di fronte, certo, a fannulloni in cerca di lavoro nero e come siano diversificate le posizioni. Fatto sta che ora il rischio è che anche i tanti risultati conquistati dal sindacato e che avevano fatto parlare di svolta epocale siano annebbiati, dispersi, non capiti. Un appuntamento decisivo è, in questo senso, la consultazione del mondo del lavoro. La Cgil, decisa ad appoggiare un "si" all’intesa, ha sempre sostenuto per ogni accordo, grande o piccolo che fosse, la necessità di interpellare non solo i propri iscritti ma tutti i lavoratori. Un criterio che dovrebbe valere anche per varare le piattaforme rivendicative e da alcune categorie, come i metalmeccanici, è stato spesso adottato. Non è solo una questione di rispetto della democrazia, è anche un modo per rafforzare il ruolo di rappresentanza dei sindacati, di coloro che negoziano non solo per conto di lavoratori e lavoratrici che hanno acquistato una tessera con la sigla Cgil, Cisl e Uil ma anche per tutti gli altri (e sono la maggioranza del mondo del lavoro) che non aderiscono ad alcuna organizzazione sindacale. Un modo per tener conto anche dei loro pareri. È una questione che divide da sempre Cgil da Cisl e Uil. E che sta all’origine anche del mancato varo di un sistema di norme e magari di un’apposita legge su tali questioni. L’unico settore per il quale è stato raggiunto un accordo è il pubblico impiego. Le remore di Cisl e Uil hanno le radici, in sostanza, in una concezione che si rifà al cosiddetto sindacato dei "soci", e non dei lavoratori. C’è anche il timore (ma le esperienze come quelle nel pubblico impiego dovrebbero aver rassicurato) che la democrazia venga usata come una clava per far prevalere tesi di una singola organizzazione, senza tener conto del pluralismo sindacale.

            L’esito della consultazione resta, in siffatte condizioni, incerto. La bocciatura della maxi-intesa sarebbe un colpo non solo per i dirigenti di tutto il sindacato ma anche per il governo di centrosinistra. Quello che doveva essere un patto sociale, da annoverare tra i successi più importanti della coalizione, riceverebbe un duro colpo, anche dal punto di vista dei consensi futuri. Sarebbe un’altra esperienza da annoverare tra quelle dette in modo autocritico di "riformismo senza popolo". Bisognerebbe fare in modo di evitare un tale rischio, magari, se possibile, con modifiche in sede parlamentare, evitando, però, di passare dal male al peggio, cioè di aprire la corsa ai peggioramenti. Visto che l’attuale Parlamento non sta correndo a sinistra.