La Cgil e gli altri – di R. Barenghi

04/06/2002


            4 giugno 2002
            La Cgil e gli altri

            RICCARDO BARENGHI


            Che un attacco così profondo ai diritti di chi lavora fosse portato da un governo presieduto dal cav. Berlusconi, vicepresieduto dall’on. Fini e cogestito dagli on. Bossi e Tremonti non è sorprendente, ce lo aspettavamo. Che dietro tutti costoro ci fosse l’anima rampante della Confindustria, anche questo ce lo aspettavamo. Che questi due gruppetti riuscissero, dopo qualche fatica, a inglobare nel loro gioco di società anche due confederazioni sindacali come la Cisl e la Uil, ce lo aspettavamo un po’ meno ma non ci ha comunque lasciati di stucco. In ogni caso è un fatto che rischia di cambiare (in peggio) i rapporti tra sindacati per i prossimi dieci o forse più anni. Se dobbiamo essere sinceri fino in fondo, ci aspettavamo anche che l’Ulivo, se ancora si chiama così, non sarebbe stato particolarmente affettuoso con la battaglia della Cgil di Cofferati. Né esso Ulivo né il suo principale partito, i Ds. Ma, ipocriti, abbiamo finto di dimenticarci che D’Alema aveva proposto lui per primo di cancellare l’articolo 18, che Rutelli ha scoperto l’esistenza dell’articolo solo di recente, che Fassino – per usare un eufemismo – è sempre stato un politico più sensibile ai problemi di chi dirige un’impresa che ai diritti di chi l’impresa la subisce. D’altra parte, c’era una bella atmosfera nei mesi scorsi, perché guastarla: si scendeva in piazza, si scioperava, si girava attorno ai palazzi del potere. C’era fermento, il governo era il nemico ma anche l’amico non era tanto amato. Tanto valeva non star lì a guardare il capello.

            Abbiamo fatto male. Oggi che la Cgil resta sola, abbandonata per un piatto di lenticchie (indigeste a luglio) dai suoi compagni di strada, oggi che tutti si riuniscono intorno a un tavolo governativo, tutti tranne lei, oggi che non è facile dire io non cambio idea e come il 23 marzo, come il 16 aprile, come quando scioperarono i metalmeccanici, come tutto l’anno, io mi schiero con chi non molla, oggi che comincia l’estate, che i girotondi sono spariti, le elezioni sono passate e Forza l’Italia che vince, oggi che c’è più bisogno di me, io che faccio? Mi riservo, avanzo dubbi, mi defilo. E’ ora di tornare a far politica, ove la politica significa essere ragionevoli, trattare, trovare il punto di equilibrio, comportarsi da persone civili, smetterla con le piazzate, rinunciare a qualcosa per avere in cambio qualcos’altro.

            Ma il qualcos’altro stavolta non esiste, esiste solo una formidabile offensiva non solo contro i lavoratori ma i diritti di chi lavora, cioè potenzialmente contro tutti. Non stiamo parlando di un contratto, di un accordo su tanto o poco salario, meno o più orario che se non lo ottieni oggi puoi sempre riprovarci domani. Qui viene messo in discussione e rischia di essere cancellato un principio fondamentale per la vita delle persone. Vale per gli «italiani» e vale per gli immigrati, senza alcuna distinzione di razza, di sesso, di religione. Ti assumo quando ne ho bisogno e ti licenzio quando mi pare; ti faccio venire in Italia quando mi servi e ti caccio via quando non mi servi più.

            Possibile che dopo aver governato cinque anni azzeccandone una e sbagliandone cento, dopo aver perduto tre elezioni di fila grazie ai cento sbagli (che poi sono quelli di cui sopra), i dirigenti dell’Ulivo non riescano a capire che solo ricominciando da quei milioni di persone che oggi si rifiutano di trattare un merce non disponibile quale i loro diritti, potranno avere un futuro politico?

            Ma la domanda non è solo retorica, ormai è anche oziosa. Su questo giornale è stata pubblicata in mille forme diecimila volte. Sarà forse meglio smettere di porsela e cominciare a guardarsi attorno, tra milioni di persone giuste non dovrebbe essere tanto difficile trovare qualcosa di meglio di quel che oggi passa il convento.