«La Cgil dica quel sì»

06/02/2003



06 Febbraio 2003



        «La Cgil dica quel sì»
        Lavoro e società chiede un pronunciamento chiaro sul referendum
        Il primo passo. «Non staremo dalla parte del no» ha dichiarato Epifani, ma questo non basta alla minoranza che con la Fiom ha raccolto le firme

        MANUELA CARTOSIO


        MILANO
        Se tutta la Cgil si schiererà per il sì al referendum sull’articolo 18, la vittoria è certa. E allora smetta di tentennare e di nascondersi dietro l’accademica contrapposizioni tra la sua proposta di legge e il referendum. Lo pronunci quel sì, «presto e chiaro». L’invito è stato rinnovato ieri dall’assemblea regionale di Lavoro e società, la minoranza della Cgil che con la Fiom ha raccolto le firme per il referendum. «Di certo non staremo dalla parte del no», aveva detto lunedì proprio a Milano il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. «Un primo passo positivo, ma insufficiente», secondo Nicola Nicolosi, segretario della Cgil lombarda, che mette sull’avviso la maggioranza: senza quel sì, finirà «la luna di miele», l’unità sancita dal congresso di Rimini.

        Il rischio di un «disimpegno» della Cgil sul referendum preoccupa Giampaolo Patta, della segreteria nazionale. «Sarebbe un fatto traumatico non solo per i nostri rapporti interni, ma per i milioni di donne e uomini che la Cgil ha coinvolto nella giusta battaglia per la difesa dell’articolo 18». La rinuncia ad estendere quel diritto a chi lavora nelle aziende con meno di 15 dipendenti sarebbe percepita come un’incoerenza. E la è, afferma Patta che, comunque, non dà la partita per chiusa e offre alla maggioranza Cgil una possibile mediazione.

        Lavoro e società ha bocciato la proposta di legge della Cgil che cancella qualsiasi soglia dimensionale alla giusta causa, ma lascia ai padroncini la possibilità di non riassumere il lavoratore licenziato pagandogli un consistente indennizzo. «Sulla proposta di legge potremmo trovare un punto d’incontro », dice Patta (e non sarebbe un grande sacrificio, dato che con gli attuali rapporti di forza parlamentari quella proposta è destinata a non fare un passo). «A patto che tutta la Cgil si impegni per il sì al referendum».

        «Questa contrapposizione tra legge e referendum mi risulta del tutto incomprensibile», dice Elena Ceschin, delegata alla Hewlett Packard, «è ovvio che dobbiamo batterci per estendere i diritti sia ai Cococo che ai dipendendenti delle piccole aziende». Più malizioso Graziano Fracassi, della Cgil di Brescia, la falsa contrapposizione la interpreta così: «Con la legge la Cgil lancia una sfida virtuale per sfuggire alla sfida reale, quella del referendum». Il giuslavorista Mario Fezzi riconosce che la proposta Cgil migliora la situazione esistente, «ma una maggioranza che in queste ore sta approvando le nefandezze che sappiamo sul mercato del lavoro, non la prenderà neppure in considerazione». Dunque, non resta che vincere il referendum.

        Paolo Cagna, il vero papà del referendum, ha fatto una articolata e convincente difesa della sua creatura. Tra le molte argomentazioni a favore, ne citiamo solo una. Sulla «deroga sperimentale» all’articolo 18 il governo andrà avanti. «Se l’848 bis diventerà legge prima che si svolga il referendum, la modifica sarà assorbita dal nostro quesito. E, allora, ringraziamo. Se invece il governo furbescamente rimanderà l’approvazione della legge delega a dopo il referendum, è chiaro che solo la vittoria del sì potrà fermarlo». Dovrebbero capirlo tutti, insiste Cagna, anche la Cgil che «soffre» questo referendum.

        Tino Magni, della segreteria nazionale della Fiom, inquadra il sostegno al referendum nella scelta di fondo della Fiom di «contrastare la precarietà». Certo, il referendum non basta, «l’estensione dei diritti va fatta vivere, e noi ci proviamo, nelle piattaforme contrattuali». Ma perché non sfruttare l’occasione del referendum per tatticismi o per problemi di primogenitura? Di questi problemi Magni non ne ha, «semmai ho il timore che la guerra metta nell’angolo il referendum». Questa volta tutta la Cgil è per il no alla guerra, «spero che sul referendum tutta la Cgil sia per il sì».