La Cgil contro il monarca

11/12/2009

«E’grave che si taglino i fondi per l’editoria cooperativa e politica, mettendo a rischio la vita di giornali come il manifesto. E che avvenga in Finanziaria, promettendo poi un decreto per por rimedio. Cioè scegliendo la strada legislativa, espropriando il Parlamento, come avviene sempre più spesso. E’ una logica monarchica che non tollera nemmeno gli organismi di garanzia, come dimostrano le ultime e gravissime dichiarazioni del Presidente del Consiglio».
Guglielmo Epifani parte dall’accetta calata da Tremonti sulla stampa per commentare le pratiche e la filosofia del governo. In tempi di crisi, mentre è in corso il varo di una Finanziaria che definisce «di galleggiamento» e alla vigilia del congresso Cgil – si concluderà tra il 5 e l’8 maggio – cui il sindacato si presenta diviso su due documenti, come non accadeva da tempo.
Partiamo dalla Finanziaria e dall’ultima invenzione, l’operazione sul Tfr: cos’è e cosa rappresenta?
Questa è una finanziaria fatta di annunci roboanti cui non corrisponde nulla di concreto sul lavoro e sulla crisi economica. Mentre la disoccupazione aumenta. Di eventuale politica industriale e di sostegno agli investimenti forse se ne parlerà a gennaio. Quindi il nostro giudizio è fortemente negativo, anche perché non si è fatto nulla sul fisco, né si son volute colpire le rendite finanziarie. Sul Tfr è bene chiarire che non sono a rischio le liquidazioni dei lavoratori, ma che il governo usa una parte del Tfr per la spesa corrente: c’è bisogno di finanziare la missione in Afghanistan o qualunque altra cosa? Si prende da lì. Insomma, il lavoro fa un prestito allo stato. A costo zero per lo stato. Un’assurdità. Mentre quegli accantonamenti avrebbero potuto essere eventualmente usati per un prestito alle imprese, viste anche le difficoltà di accesso al credito che oggi conoscono.
Ma le imprese non protestano…
Probabilmente non hanno la forza di dire al governo che sta sbagliando, ma che sia uno sbaglio lo sanno.
E’ una timidezza molto diffusa: la maggioranza è lacerata, Berlusconi sembra debole,
ma nessuno dice basta. Perché sono tutti – o quasi – fermi?
E’ vero. Il governo ha un’enorme base parlamentare, ma è diviso. La credibilità internazionale del paese è precipitata,ma tutti sono immobilizzati. Noi, per la verità, nel nostro campo cerchiamo di fare, a partire dallo sciopero generale della scuola e del pubblico impiego di oggi. Perché la formazione è una voce strategica per il futuro,mentre il governo «riforma con i tagli » o vive alla giornata.
Non è da ieri che è così. Forse siete stati troppo timidi nell’opporvi a queste politiche sociali ed economiche. Prendiamo lo scorso quattro aprile: non è uno spreco portare due milioni di persone in piazza per chiedere solo un tavolo di confronto? Non si è persa un’occasione per aprire un conflitto generale con il governo e le controparti?
No, dentro quella richiesta di confronto istituzionale c’era la richiesta di un cambiamento di politica sociale, di misure anticicliche di fronte alla crisi in arrivo. Ma anche in sé il tavolo non è una questione di scarsa rilevanza, perché si chiede la trasparenza di un confronto alla luce del sole, un metodo che può sostenere un merito.
E con cosa è stato sostituito quel tavolo? Con incontri ritualmente inutili e con tante cene riservate, segrete…
Qualcuno alle cene c’è andato, mentre a voi risposte non sono arrivate..
E noi abbiamo continuato con le nostre iniziative, come quella di oggi.
Ma perché altri, cioè Cisl e Uil, accettano gli inviti a cena?
Forse perché pensano che il governo è forte, che non c’è alternativa e accettano il recinto. Un eccesso di realismo. Sbagliato. E che lede il principio della rappresentatività perché si accetta l’arbitrarietà con cui il governo sceglie con chi confrontarsi. E’ lo stesso principio con cui si espropria il Parlamento dalla sua funzione legislativa.
A proposito di rappresentanza sindacale, una delle principali critiche che fa il «documento d’opposizione» a quello «di maggioranza » è che di fronte alla politica sindacale sbagliata di Cisl e Uil, la Cgil naviga a vista, anzi brancola nell’incertezza…
Non è vero. Non è vero per quanto riguarda l’idea di paese: basti pensare che per la prima volta un sindacato pone la questione ambientale alla base di una politica economica anti-crisi. E questo il documento di maggioranza lo afferma chiaramente. Non è vero sulle politiche contrattuali, perché noi stiamo firmando dei buoni contratti fuori dall’accordo separato, come per gli alimentaristi, le telecomunicazioni, i cartai. E credo che potremo farlo presto anche per chimici, edili e tessili. Dimostrando che si possono fare i contratti superando i vincoli posti dall’intesa separata di gennaio tra Cisl, Uil e governo. Per il resto, abbiamo aperti parecchi contenziosi con il governo: dall’opposizione alla reintroduzione dello staff leasing alle vertenze sul pubblico impiego e sulla scuola. Mi sembra che sia perlomeno ingeneroso dire che non abbiamo una politica sindacale. E accorgersene alla vigilia del congresso è perlomeno singolare.
E come si spiega?
Non lo so. Quello che so è che i due passaggi fondamentali fatti dalla Cgil quest’anno
– la conferenza d’organizzazione e il giudizio negativo sull’accordo separato di gennaio – sono stati votati da tutti… So anche che con due documenti contrapposti la discussione rischia di impoverirsi e bloccarsi. Temo un congresso «di conta».
Cosa avrebbe dovuto discutere, invece, un congresso della Cgil unitario?
Problemi da discutere ne abbiamo, mica va tutto bene. A partire dal rapporto tra lotte e risultati: noi abbiamo lottato tanto, ottenendo qualcosa, ma ancora troppo poco rispetto alle energie messe in campo. Problema che chiama in causa le politiche delle alleanze sociali. Secondo, la questione dell’unità. Io penso che noi abbiamo più che ragione e che siano gli altri
ad avere torto, parecchio torto. Però un lembo da cui ripartire dobbiamo trovarlo…
La ricerca di regole comuni di rappresentanza?
Si, ma non solo. Anche da dove partire per recuperare un rapporto tra organizzazioni.
Ma una legge per la democrazia sui luoghi di lavoro è ancora un obiettivo della Cgil?
Certamente si. Ma sapendo che da soli non la possiamo fare e che la maggioranza
parlamentare è ostile a una legge sulla rappresentanza sindacale. Inoltre non possiamo nemmeno pensare che l’unità sindacale dipenda solo da una legge che è sempre frutto della politica, condizionando così la nostra autonomia. Che va mantenuta anche quando le divisioni tra i sindacati sono molto profonde come oggi, basta pensare a ciò che accade nel pubblico
impiego con le convocazioni ministeriali separate e accettate da Cisl e Uil. Ci sarebbe poi stato da discutere molto sul tema contrattuale, su come riconquistare, ad esempio, il contratto dei metalmeccanici, sapendo che è stata Federmeccanica a imporre dentro Confindustria l’accordo separato di gennaio. Per tutto questo penso che sarebbe servito un congresso unitario, di confronto vero – in cui ci si divide anche sui singoli temi – ma non di contrapposizione.
Qual è il punto che può trasformarlo in un muro contro muro?
Il nodo della confederalità. Noi non siamo un sindacato di categorie, siamo un sindacato generale del lavoro, di tutto il lavoro. E non si può ridurre tutta la dialettica interna in un rapporto esclusivo tra confederazione e categorie.
Di cosa stai parlando?
Del fatto che per la prima volta nella storia della Cgil un documento viene sottoscritto da tre segretari generali di categoria. E io mi interrogo su questa novità con tutti i suoi rischi.
E di fronte a questi rischi che garanzie mette in campo il segretario generale della
Cgil, che è anche parte in causa?
La discussione deve essere libera, ciascuno decida sui documenti proposti. Dobbiamo garantire a tutti, anche a chi non sta in una fabbrica o in ufficio, di poter discutere e votare, tenendo conto che molti ormai lavorano o sono sparsi sul territorio, come gli edili o come i pensionati. Abbiamo stabilito delle regole precise che penso garantiscano tutti. Dopodiché è chiaro che se si fa un congresso su due documenti l’esito deve essere coerente con il voto degli iscritti.