La Cgil congela la discussione unitaria

29/06/2005
    mercoledì 29 giugno 2005

      SINDACALIA. RIFORMISTI PREOCCUPATI
      Di Ettore Colombo

        La Cgil congela la discussione unitaria
        Meglio farla nel 2006, col governo amico

          Varata la mobilitazione contro il governo. «Tanto anche Cisl e Uil dovranno seguirci»

            «Ci vuole il tempo che ci vuole» perché si parla «dell’architrave delle relazioni industriali», che «o sono condivise o non sono». Dunque, «disponibilità al confronto ma senza scorciatoie». Poi, se ci sarà l’intesa unitaria, «referendum consultivo tra i lavoratori». E’ la posizione ufficiale della Cgil sulla riforma degli assetti contrattuali. Ricorda la politica del gambero, più che la strategia del cavallo, ma se la sinistra interna storce il naso, i riformisti si dicono soddisfatti. Il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno? Chi ha seguito il direttivo dell’altro giorno parla di «discussione pacata». Fin troppo. Tra le righe del documento finale, approvato all’unanimità con l’astensione di Cremaschi e pochi altri filo Prc, c’è la scelta di mobilitarsi contro il governo e aspettare il 2006 per dare avvio (concreto) alla discussione unitaria e presentarsi al nuovo governo (unionista, spera la Cgil) con un accordo globale scritto grazie a (nuovi) rapporti di forza.

            Nelle settimane passate alcuni autorevoli membri della segreteria (Nicoletta Rocchi su tutti), avevano tentato il pressing per una più veloce convergenza con Cisl e Uil. Obiettivo, presentarsi con una discussione avviata sul serio al congresso della Cisl, dove Pezzotta solleverà di certo con forza il tema, e rafforzare l’asse confederale. Ma gli epifaniani doc (Carla Cantone in testa, delegata a seguire la trattativa) sono stati irremovibili, nonostante personalità ponte come Marigia Maulucci abbiano cercato di far quadrare il cerchio. L’ordine del giorno finale chiede di «riprendere il lavoro unitario con Cisl e Uil in entrambe le commissioni» (contrattazione e regole democratiche), ma anche di chiudere i contratti aperti (di fatto solo quello dei meccanici) e di non fare «sconti» al governo, che ha già chiesto di aprire il confronto, né a Confindustria, che annuncia a sua volta un documento sulle relazioni industriali e, teme la Cgil, vuole forzare la mano nel rinnovo dei meccanici. Commenti e bilanci post Direttivo fanno capire che la saracinesca sarà anche soft ma per ora è stata ben calata.

              Achille Passoni, che pure aveva appoggiato la Rocchi, sostiene che «la riforma della contrattazione non è la priorità, lo sono crisi economica e politica dei redditi, la discussione unitaria è da riprendere ma non abbiamo interrotto noi il lavoro unitario nelle commissioni. Comunque quel lavoro va concluso e le interviste di Pezzotta dell’ultimo mese forniscono un utile contributo per riprendere la discussione ma la riforma, senza la Cgil, non si fa». Passoni parla assistendo ai lavori della due giorni di assemblea programmatica, indetta a 25 anni dalla fondazione, della Funzione Pubblica: la densa relazione introduttiva del segretario Carlo Podda di fatto schiera i pubblici della Cgil accanto alla Fiom, su contratti e linea politica. Podda attacca non solo la Cdl ma anche l’Ulivo blariano, dal «candidato del 2001 (Rutelli, ndr.) che voleva ridurre le tasse» al pacchetto Treu (cosa diranno Margherita e anche i Ds?). Ce l’ha col «liberismo in salsa riformista» ed è tiepido pure verso Prodi, incoronato da Epifani a Serrravalle: lo accusa di aver voluto la direttiva Bolkestein. «Rivedere il modello contrattuale? Solo con una nuova politica economica e sociale», dice rapido, preferendo inneggiare a «spazio pubblico, beni comuni, intervento pubblico in economia». Paolo Nerozzi, segretario confederale con delega alla Fp, politicamente a cavallo tra Ds e Rifondazione come Podda, gongola: «Noi siamo pronti a discutere, anche se le emergenze sono altre» e lascia capire che la Cisl ha solo bisogno di un po’ di passerella. Al direttivo lui e altri avrebbero detto che «tanto Cisl e Uil non potranno che seguirci, in autunno, nelle battaglie contro il governo» mentre la sinistra radicale voleva di più: «l’indisponibilità a fare la riforma anche con un altro governo». Il riformista Agostino Megale difende l’ordine del giorno unitario: «vogliamo far marciare velocemente le proposte unitarie con Cisl e Uil e non avvantaggiare un governo che non dà risposte su conti pubblici, Sud e recupero del fiscal drag. Dobbiamo puntare a tutelare i redditi, redistribuire produttività e riformare i contratti. Questo governo non è in grado, sono certo che Pezzotta capirà». Capirà? Aldo Amoretti, presidente dell’Inca, non era al direttivo (festeggiava i 60 anni del patronato Cgil) ma scuote la testa: «Temo che la Cisl si allontani e prevedo tempi duri. La proposta formulata per loro da Santini era un buon punto di partenza, ben lontana dall’idea di scardinare il contratto nazionale». Una Cgil che rischia l’autosufficienza identitaria per alcuni riformisti farà la gioia (incontenibile) di Fiom e pubblici.