La Cgil alza il prezzo sulle pensioni

15/12/2003


    13 Dicembre 2003

    IL 16 IL PARLAMENTINO DELL’ORGANIZZAZIONE DECIDE. LAPADULA: BISOGNA AFFRONTARE ANCHE LA QUESTIONE DELLA SPESA SOCIALE

    retroscena
    Roberto Giovannini

    La Cgil alza il prezzo sulle pensioni
    «Più fondi al Welfare, estendere a tutti il sistema contributivo»

    ROMA
    LA Cgil di Guglielmo Epifani si dichiara disponibile «seriamente» a discutere di welfare e pensioni anche con il governo di centrodestra, ma non c’è dubbio che fissa condizioni decisamente rigide e chiede un prezzo pesante. Il sindacato di Corso d’Italia, dopo l’esito interlocutorio dell’incontro di Palazzo Chigi che ha rinviato tutto al 10 gennaio, ha convocato per il 16 e 17 dicembre il suo Direttivo (il «Parlamento» dell’organizzazione) per decidere il da farsi. In Cgil c’è chi teme che la strategia superunitaria di Epifani possa portare a concessioni in tema di previdenza; dal Direttivo, però, dovrebbe uscire una soluzione largamente condivisa, che così potrebbe essere sintetizzata: se vuole davvero trattare, il governo si prepari ad allargare i cordoni della borsa, e non si faccia grandi illusioni sulle pensioni. Insomma, la Cgil indica i suoi sì e i suoi no, e segue la Cisl nella predisposizione di una proposta da trasformare eventualmente in piattaforma unitaria.
    A illustrarci in dettaglio la strategia già delineata da Guglielmo Epifani al convegno del Cnel di due settimane fa ci pensa Beniamino Lapadula, responsabile delle politiche economiche e grande esperto di pensioni. Sullo sfondo, la volontà di non dare alibi ad eventuali accordi separati e una forte determinazione di marciare con Cisl e Uil, ma anche la preoccupazione di non farsi «intrappolare» dal governo in una «finta trattativa» che punterebbe solo a stemperare il clima sociale e a permettere al centrodestra di superare senza guai le scadenze elettorali. Di qui, la decisione di stringere i tempi: via libera a una proposta Cgil, da confrontare con Cisl e Uil. Se il governo il 10 gennaio sarà disponibile a trattare sulla base di queste proposte si negozierà, altrimenti sarà sciopero generale.
    Il punto di partenza – spiega Lapadula – è che l’Italia ha una spesa sociale inferiore di 2,5 punti alla media europea, e che seguendo le intenzioni del governo si andrebbe ancora più in basso, peraltro soltanto con lo scopo di continuare una politica di taglio delle tasse per i ceti più ricchi. «Noi – afferma il sindacalista – vogliamo una modifica sostanziale della politica economica e fiscale del governo, a cominciare da un potenziamento del sistema del Welfare. Ci rendiamo conto delle difficoltà economiche, ma non è accettabile una politica dei due tempi, non si può discutere di pensioni da tagliare oggi e di un welfare da potenziare domani». Con gradualità, ma con segnali significativi da subito, la Cgil sollecita tre interventi: per gli anziani completamente non autosufficienti, per potenziare gli ammortizzatori sociali, restituendo circa 2,5 miliardi di euro di maggiore prelievo fiscale (fiscal drag 2003 e maggiore tassazione delle liquidazioni). Si chiedono poi risposte sulla Sanità (a proposito della crescente esposizione debitoria delle Regioni) e sul «riccometro»: si rischia che gli autonomi ricchi ed evasori accedano gratis a servizi per cui i dipendenti saranno costretti a pagare.
    Sulle pensioni, dice Lapadula, «sono anni che la Cgil riconosce che ci sarà una transitoria”gobba” di spesa». La soluzione migliore sarebbe l’estensione pro-rata del metodo di calcolo contributivo, «ma questa proposta non ha il consenso di Cisl e Uil, e noi vogliamo marciare con Cisl e Uil». Come evitare che la «gobba» sbanchi il sistema? Primo problema, per la Cgil dovranno essere i lavoratori autonomi (per la quota significativa che compete loro) a «pagare» la loro fetta di «gobba». Secondo, serve «come avviene in 10 su 15 paesi d’Europa» un apposito Fondo di riserva «in grado di fronteggiare i momenti di maggiore sofferenza del sistema a ripartizione». Questo fondo – seguendo una vecchia idea di Modigliani, e senza cambiamenti per i lavoratori – può essere alimentato dalle liquidazioni non versate ai fondi pensione, gestite professionalmente; da sinergie tra gestori privati e erogatori pubblici, come in Svezia; da una parte degli adeguamenti dei contributi delle categorie privilegiate. «L’importante – afferma Lapadula – è che eventuali maggiori oneri non ricadano sulla finanza pubblica, ma siano fronteggiati grazie al Fondo».
    E sull’età di pensionamento? Per la Cgil non serve aumentare l’età di pensionamento legale, quanto quella di pensionamento effettivo, con politiche mirate a rendere più agevole il lavoro degli anziani, sul versante delle imprese e su quello dei lavoratori, con incentivi, formazione e flessibilità in uscita. Altro non serve, né sull’età anagrafica né su quella contributiva. «Abbiamo un appuntamento nel 2005 – è la replica – dove si dovrà correggere il sistema per tener conto dell’aumento della speranza di vita. La verifica del 2005 è l’unica sede giusta, e giunge tre anni prima del progettato intervento del governo, che peraltro come ha dimostrato Tito Boeri dal 2024 aggrava i conti». La Cisl sta pensando a «quote» (94 o 95), ovvero alla possibilità di consentire il pensionamento dei lavoratori combinando età anagrafica e contributiva per arrivare a «94» (60 anni di età e 34 di contributi, 53 anni di età e 41 di contributi, ecc.). Una buona idea? «Le quote non sono un toccasana – dice Lapadula – paradossalmente potrebbero portare aumenti di spesa e non risparmi, e non fu un caso se nel ‘95 vennero scartate. Comunque, mi pare che la Cisl abbia pensato alle “quote" non per oggi, ma in rapporto alla verifica del 2005. Altrimenti, se fosse una "riduzione del danno" rispetto alla proposta di delega del governo, noi non saremmo d’accordo. Ma sono convinto – è la conclusione – che riusciremo senza problemi a trovare una posizione unitaria con Cisl e Uil».
    Certo, le richieste Cgil al governo sembrano davvero pesanti. È un modo per impedire un negoziato? «Niente affatto – conclude Lapadula – se ci saranno le condizioni per un negoziato serio vogliamo trattare. Ma il governo deve accettare di correggere la sua linea su welfare e fisco, e non pensare che noi si possa trattare sulle “quote” o su piccole correzioni della delega».