La Cgil al tavolo del dopo-Unipol

11/01/2006
    martedì 10 gennaio 2006

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      La Cgil al tavolo del dopo-Unipol

        Epifani ai Ds: «Non chiudetevi». Al convegno della Di Vittorio, le due linee sulla scalata rossa
        Proverbi Bersani «Amici di tutti, parenti di nessuno». L’ex ministro si smarca all’emiliana. E ironizza sui salotti buoni: «Hanno le paratìe mobili»

          ROBERTA CARLINI
          «Mi auguro che la discussione si apra, che non ci si chiuda». Guglielmo Epifani non si sbilancia più di tanto riguardo alla bollente direzione dei Ds di domani che ha all’ordine del giorno il caso Unipol. Ma – dice ribadendo la posizione critica della sua Cgil sulle architetture di Consorte- «se una banca compra un’assicurazione o viceversa, lo scopo deve essere quello di dare un servizio ai clienti, altrimenti si fa solo un pasticcio». Alla vigilia della prima discussione ufficiale nella Quercia sul tema che ne ha sconvolto le fronde, per un’intera giornata la Cgil ha riunito economisti e politici, pezzi di partito e sindacato, a discutere sulle tesi della Fondazione Di Vittorio «Per lo sviluppo»: tre volumi fitti fitti, dedicati alla concorrenza, al welfare e alla ricerca. Insomma, alla politica economica del futuro (eventuale) governo dell’Unione, sulla cui discussione non poteva non pesare l’intreccio politico-economico del momento: quella maledetta scalata dell’Unipol, quelle maledette sue alleanze coi i «furbetti» sulle quali appaiono in questi giorni i primi cenni di autocritica diessina. I giochi li apre Marcello Messori, introducendo la tavola rotonda e piazzando subito lì, accanto alle questioni economiche strutturali (delocalizzazioni, rendita, welfare), il tema dei ceti dirigenti: «per sostituire un ceto economico fragile e non innovativo non basta il solo nuovismo». La denuncia ha un nome e una data: affaire Telecom, scalata della cordata Colaninno-Gnutti a danno del patto con il quale l’asfittico «salotto buono» controllava con poche lire il colosso delle tlc. Su quella scalata l’economista Messori, allora a Palazzo Chigi, ruppe con il governo di D’Alema. Oggi dice, senza tirar fuori le questioni giudiziarie e i misteri irrisolti: «Fu un fallimento industriale». I «nuovi» rivendettero dopo pochi mesi, rivelando il loro intento speculativo. «Alla fragilità del salotto buono – è la morale di Messori – non possiamo sostituire i furbetti, sennò al posto di una debolezza avremo dei comportamenti illeciti».

            In prima fila, alcuni dei protagonisti di quel governo ascoltano attenti. Ai microfoni dei cronisti hanno già consegnato la loro presa di distanze dalle vicende che hanno travolto l’ex capo-padrone di Unipol Giovanni Consorte, che affondano le loro radici appunto in quell’alleanza tra i vertici cooperativi e il finanziere Gnutti iniziata ai tempi di Telecom: «Forse abbiamo peccato in un difetto di sobrietà e su questo dobbiamo riflettere», ha detto il responsabile del programma dei Ds Pierluigi Bersani. Mentre l’ex ministro dell’Economia Vincenzo Visco ha rivendicato di non aver mai commentato le offerte pubbliche di acquisto fatte su Antonveneta e Bnl, pur dando magnanimamente atto a tutti di «aver avuto un certo riserbo. Le cose incriminate – ha aggiunto – sono un’intervista e una telefonata: non mi sembrano particolarmente rilevanti».

              Non lo saranno, ma da settimane non si parla d’altro e non tutti pensano che sia per colpa di una campagna orchestrata contro la Quercia. Tra i banchi di una platea tutta composta da addetti ai lavori – economisti, membri di autorità di vigilanza e uffici studi – si ricorda il momento del primo provvedimento Consob con il quale Gnutti e Consorte furono segnalati all’autorità giudiziaria per insider trading sulle obbligazioni dell’Unipol: correva l’anno 2002, era ancora lontana la scalata alla Bnl e l’estate calda delle intercettazioni e dei verbali segreti. Durante la quale – e per i mesi successivi, fino all’epilogo di questi giorni – Consorte e soci furono difesi dai dirigenti diessini che oggi ne fanno (semi)pubblica ammenda.

                Saliti in cattedra a parlare delle tesi per lo sviluppo, Visco e Bersani sanno dunque che non possono glissare sul tema. Il primo la prende alla lontana: «negli ultimi dieci anni è crollato il sistema di governance dell’economia». Un sistema che aveva i suoi pilastri «nella Banca d’Italia che controllava le banche, nell’Iri che controllava l’economia pubblica, in Mediobanca che garantiva il capitale privato e nella Dc al centro del sistema politico». E’ crollato tutto, dice Visco e non per nostalgia: l’ex ministro sostiene che se il passaggio è rimasto incompiuto è per colpa della «regressione» berlusconiana.

                  «Siamo in un guaio serio», esordisce con franchezza emiliana Bersani. Ma non sta parlando del suo partito, parla dell’economia italiana che è a pezzi e non solo per colpa di Berlusconi: la rendita spadroneggia, emerge una nuova questione sociale, non si sa più qual è la specializzazione produttiva del paese… Tutte questioni forti, che richiedono «una politica forte». E i famosi Poteri forti? «Magari ci fossero!», sbotta Bersani. Se alcuni dirigenti del suo partito attribuiscono ai Poteri forti oscure trame, Bersani preferisce ironizzare sulle «paratìe mobili» dei salotti, che si alzano o si abbassano, ospitando nobili casate o furbetti parvenu, a seconda delle convenienze. Ma la direzione Ds è alle porte e Bersani chiude da pragmatico: «Abbiamo bisogno di tutti quelli che stanno alle regole: amici di tutti, parenti di nessuno».