La Caritas: «Sette milioni a rischio povertà per i tagli al Welfare»

25/10/2004

            sabato 23 Ottobre 2004

              Presentato il dossier 2004 sull’esclusione sociale: la precarietà del lavoro, lo spettro della devolution sanitaria. Don Luigi Nozza: «Smantellano l’assistenza e abbandonano i più deboli»
              La Caritas: «Sette milioni a rischio povertà per i tagli al Welfare»

                Paola Zanca

                ROMA «Vuoti a perdere», così li chiama la Caritas. Sono i sette milioni di esclusi sociali in Italia. Presi e buttati via senza paracadute come i lavoratori precari, dimenticati in un angolo come gli anziani malati, nessuna possibilità di riciclaggio nemmeno per chi è cyberdipendente. É il quadro tracciato da un’indagine svolta direttamente sul campo, su un campione di 12 mila «cittadini incompiuti» che si sono rivolti alla rete di Centri d’Ascolto e Osservatori delle Povertà e delle Risorse istituita dalla Caritas in tutta Italia. Lavoratori atipici, immigrati regolarizzati, pensionati, famiglie monoreddito. Sono solo alcune delle forme di esclusione sociale che Caritas e Fondazione Zancan hanno individuato nel loro rapporto annuale 2004.

                Pochi numeri e percentuali, molte analisi e riflessioni sul fenomeno, per capirne le cause, verificare gli esiti delle politiche sociali attuate e trovare delle soluzioni possibili. E il primo, inequivocabile segnale che arriva dal rapporto è uno solo: i tagli alle fondi del Welfare aggraveranno ancora di più la situazione. Non c’è ombra di dubbio nelle parole di monsignor Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italia: «É in atto uno smantellamento dello Stato sociale, e i soggetti problematici sono un surplus umano, di cui non è vantaggioso accollarsi gli oneri socioassistenziali». Lungi dal mero assistenzialismo, la Caritas avanza proposte reali e concrete: sviluppare una nuova politica economica e occupazionale che preveda ammortizzatori sociali in caso di periodi di disoccupazione forzata, riavviare la politica del «reddito minimo di inserimento» sperimentata nella precedente legislatura, istituire una sorta di «pronto soccorso» dell’assistenza sociale a cui ci si possa rivolgere tempestivamente. E soprattutto niente devolution, perché è fondamentale garantire da Milano a Palermo le stesse opportunità.

                La soglia di povertà calcolata da Caritas non si basa solo sul potere d’acquisto e quindi non comprende solo chi già versa in condizioni di indigenza, ma abbraccia uno spazio più ampio, in cui sono compresi pure i soggetti a «rischio di povertà», con aspettative negative rispetto alla propria vita. É il caso dei lavoratori atipici, non una minoranza se si considera che oggi, in Italia, il 16% degli occupati è precario e il 20% lavora in nero. Sui giovani precari, generalmente assenti nelle statistiche tradizionali perchè ancora nel nucleo familiare, pesa un alto grado di vulnerabilità sociale che blocca qualsiasi prospettiva per il futuro: una casa, un figlio e una pensione, forse, resteranno un sogno per molti. Insomma, non sono poveri ma è probabile che lo diventino.

                Caritas punta il dito anche su nuove forme di esclusione sociale. Sono le persone colpite da depressione o degrado cognitivo, sono i nuovi drogati del telefonino o del videopoker, sono i maniaci dello shopping o del lavoro. Disagi psichici a cui di solito si risponde con un’arrendevole constatazione dei fatti. Dalla filosofia dei mali incurabili, la Caritas vuole passare a politiche di sostegno e di inclusione sociale di queste realtà emergenti. Perciò è essenziale coinvolgere i medici di famiglia, trasformarli in sensori, sentinelle che suonino i campanelli d’allarme. Un rumore assordante rimbomba già nelle orecchie.