«La camera non voti sul lavoro»

29/10/2002





 
   
29 Ottobre 2002
POLITICA




 

«La camera non voti sul lavoro»
L’opposizione dichiara incostituzionale la legge delega che oggi va in aula
Via i contratti Maroni invita la Margherita a votare la delega, e apre il fronte dei contratti «differenziati»


CARLA CASALINI

E’arrivata ieri in aula a Montecitorio la legge delega del governo sul lavoro, con 200 emendamenti ancora da discutere, ma è già bloccata da una `pregiudiziale’ dell’opposizione: «Questa legge viola la Costituzione», quindi la Camera deliberi di «non procede nell’esame del disegno di legge 3193 recante delega al governo in materia di occupazione e mercato del lavoro». Tre testi distinti presentati dai deputati Ds, della Margherita, del Prc, medesima l’eccezione di costituzionalità: il provvedimento del governo «invade indebitamente» la sfera di competenza delle regioni violando l’art.117 della Costituzione. Tradotto: lesione del potere delle regioni di fare leggi «in concorrenza» con lo stato, su «tutela e sicurezza del lavoro». E’ la riforma della Costituzione introdotta dall’ultimo governo di centrosinistra: ben più che discutibile, giacché lede il fondamento universale dei diritti nel lavoro, diversificabili per regioni e territori; ma ieri l’opposizione l’ha imbracciata per contestare che «la legislazione di principio», che resta allo stato, possa esplicarsi «sotto forma di decreto delegato». In più, la «genericità dei criteri» della legge «elude l’art.76 della Costituzione».

In effetti, chiara è la direzione della legge berlusconiana: liberazione della intermediazione di manodopera, invenzione di una congerie di forme precarie del lavoro; fino alla non obbligatorietà del «consenso del lavoratore» su un part time reso «elastico»; e al provvedimento odioso che consegna donne e uomini disabili al lavoro in affitto. Ma la formulazione degli articoli promette anche di più, su questa strada: uno sfondamento totale in successive precisazioni e decreti.

Ultima «eccezione», la violazione dell’art.24 della Carta, in quanto la legge delega (all’art.5) «esclude la possibilità di ricorso in giudizio, se non in casi limitati» sui contratti, una volta che i diversi rapporti di lavoro siano stati «certificati» da strutture pubbliche apposite o da «enti bilaterali» formati da imprenditori e sindacati. Insomma una espropriazione, a monte, del diritto individuale di difendere la propria condizione di lavoro. Un passaggio, questo, che ricorda da vicino il tentativo di impedire ai lavoratori di ricorrere in giudizio se licenziati in modo illegittimo. Il che è logico, essendo una medesima filosofia a ispirare queste norme, e quelle sull’«articolo 18».

I firmatari del «Patto per l’Italia», che hanno acconsentito a questo sconquasso, non si sentono per la verità del tutto tranquilli. Dalla Uil, Fabio Canapa chiede un «incontro urgente» al ministro Maroni: dopo il Patto, infatti, non li si è degnati di alcuna «informazione» sul procedere della delega sul lavoro, e si rincorrono voci sull’introduzione di nuovi provvedimenti – come un fantomatico «modello belga» – che alludono a forme di «rapporto» individuale allargate, a favore dei padroni.

Per altro anche sulla finanziaria è «slittato» l’incontro dei ministri con i sindacati, e nel polverone sollevato dal governo – di cui quel che si capisce è solo negativo – il ministro del welfare Roberto Maroni coglie l’occasione per dire una cosa chiara sui contratti. Per carità, «la materia riguarda le parti sociali», ha assicurato ieri il ministro, «e però» oggi il Fondo monetario internazionale dà ragione a chi pensa, come lui, che il contratto nazionale vada abolito. Per fortuna «i tabù sembrano caduti», e quindi bisogna «differenziare» i contratti «tra Nord e Sud», con diversi salari, condizioni, diritti.

La segretaria Cgil Carla Cantone boccia Maroni con un no deciso. Mentre il leader della Cisl Pezzotta, d’accordo su uno snellimento del contratto nazionale in favore di una contrattazione differenziata «per aree, territori», si risente per la formulazione troppo esplicita di Maroni: «Eliminare del tutto il livello nazionale è un’illusione».

Maroni tenta anche una sortita politica, una pressione sulla Margherita perché voti la delega, e si distacchi dalla «sinistra rigida e ultraconservativa»: in fondo «questa riforma sviluppa il pacchetto presentato da Treu quand’era ministro…». Lo rassicura un altro ex ministro della Margherita, Letta, «saremo pragmatici», e annuncia una riunione del partito oggi, per decidere sul «lavoro».