La buona flessibilità – di Fabrizio Galimberti

11/04/2002





La buona flessibilità
di Fabrizio Galimberti

In una versione aggiornata di «Hansel e Gretel» la strega è la flessibilità: una nemesi vorace che vuol divorare coloro che si avventurano nelle sue lande inesplorate. La flessibilità? Una trappola per i deboli e gli oppressi, un ritorno dello sfruttamento, un attentato ai diritti dei lavoratori, un’insidiosa sirena che canta delizie ma che trasforma la barca tranquilla dell’impiego in un guscio di noce sballottato dagli elementi. E questa è solo metà delle invettive
La flessibilità diventa vieppiù bieca quando è associata alla globalizzazione: le imprese si delocalizzano, i lavoratori perdono il posto o vengono obbligati a essere "flessibili". In tempi di scioperi e cortei, di scontri epocali sull’art. 18, di radicalizzazione della contesa sociale e politicizzazione del conflitto, è utile guardare pacatamente ai numeri. Gli esperimenti controllati sono difficili in economia, ché troppe sono le variabili in gioco. Ma in Italia – da tempo vero laboratorio di innovazione politica e sociale (come in tutti i laboratori, ogni tanto qualche provetta scoppia in mano allo sperimentatore…) – vi è stato negli ultimi anni qualcosa di vicino a un esperimento controllato. Si tratta dei provvedimenti sulla flessibilità. Da quando l’Italia si è seriamente messa in pista per Maastricht si sono succedute riforme nei campi cruciali della finanza pubblica e del mercato del lavoro. La strategia era quella di abbassare drasticamente il deficit di bilancio e di compensare l’urto deflattivo all’economia con riforme che favorissero l’occupazione. Ebbene, i numeri dicono che questa strategia ha avuto successo oltre ogni speranza. Gli effetti della prima riforma del Governo Berlusconi in materia di mercato del lavoro (il recepimento della direttiva Ue sui contratti a termine, attuato nell’agosto scorso) si devono ancora dispiegare pienamente, ma non vi è dubbio che quelle misure si inseriscono a pieno titolo in una politica di allentamento delle rigidità che iniziò nel 1997 e che ha dato gli incredibili risultati descritti nei grafici qui a fianco. Storicamente l’Italia è sempre stata segnata da bassi tassi di occupazione, cioè da una pochezza di occupati in relazione alla popolazione in età di lavoro. Si tratta di un fatto strutturale, che ha le radici in dualismi territoriali e in disallineamenti fra domanda e offerta di lavoro. Ma negli ultimi anni, ed esattamente in relazione alle prime misure di flessibilità introdotte (Pacchetto Treu del 1997), quella minorità occupazionale dell’Italia ha cominciato a migliorare. Il tasso di occupazione è migliorato di quasi 5 punti in 6 anni, il tasso di disoccupazione è sceso di quasi tre punti; e, quel che più conta, questo miglioramento quantitativo si è accoppiato a grossi miglioramenti qualitativi. Fra i giovani, vi è stato un aumento solo modesto del tasso di occupazione, assieme a una forte diminuzione del tasso di disoccupazione giovanile: questo combinato disposto vuol dire che aumenta il tasso di scolarità (e quindi la "qualità" della futura forza lavoro) e intanto trovano più facilmente lavoro quei giovani che vogliono lavorare. Anche per l’altra componente storicamente "minorata" della forza lavoro italiana – quella femminile – le notizie sono egualmente buone, con aumenti dell’occupazione e riduzioni della disoccupazione superiori alla media. Insomma, la flessibilità paga, sia in termini di aumenti di posti a tempo pieno che di aumenti di lavori atipici, per i quali esistevano domande e offerte che finora non riuscivano a incontrarsi.

Giovedí 11 Aprile 2002