La Bolkestein si avvicina

02/02/2006
    giovedì 2 febbraio 2006
    mercoledì 1 febbraio 2006

    Pagina 7 – CAPITALE/LAVORO

      La Bolkestein si avvicina

        Il primo assaggio in Svezia, a spese dei lettoni. Tra due settimane il voto a Strasburgo

          ALBERTO D’ARGENZIO

            BRUXELLES
            Uguale remunerazione per uguale lavoro: è questo, secondo i sindacati svedesi, il succo del caso Laval. Un affaire conosciuto anche come Vaxholm, giocato tra un’impresa lettone e i sindacati svedesi, che entra nel vivo dell’Europa, fino alla Corte di giustizia europea del Lussemburgo. Scade oggi il termine per presentare le memorie scritte delle parti, ma anche per inviare le opinioni della Commissione europea e degli stati membri. Dietro a questo caso si cela il tema più caldo di questo 2006, quello della liberalizzazione dei servizi, meglio conosciuto come «direttiva Bolkestein». La Bolkestein verrà discussa il 14 febbraio a Strasburgo, due giorni dopo il Parlamento europeo la voterà in prima lettura. Il caso Laval presenta la medesima posta in gioco – quella del dumping sociale legato al principio del paese d’origine – solo che questa volta a decidere saranno i giudici della Corte e non gli eurodeputati: «Se il caso Laval va male – ha avvisato John Monks, segretario del sindacato europeo Ces – passerà il principio del paese d’origine, indipendentemente dalla sorte della Bolkestein».

              Il caso. Ad inizio giugno 2004 l’impresa di costruzioni Laval un Partneri Ltd, con sede sociale a Riga in Lettonia, inizia i lavori di riammodernamento di una vecchia scuola a Vaxholm (a nord di Stoccolma), grazie ad un contratto strappato puntando sui costi inferiori. L’impresa occupa solo operai lettoni, in totale 35, di cui il 65% sindacalizzato in patria. Poco dopo l’apertura del cantiere, la compagnia viene contattata dalla Federazione svedese operai della costruzione, la Bygggnads, per negoziare una convenzione che sottometta gli operai lettoni alla legislazione svedese. Si discute senza un accordo, e anzi il 14 settembre la società firma sì un contratto collettivo, ma lettone. Il 19 ottobre arriva l’avviso di un’azione sindacale, il giorno dopo Laval risponde completando la convenzione collettiva lettone in modo che riguardi tutti gli operai all’estero, sindacalizzati o no, e condendola con un articolo che vieta espressamente la possibilità di firmare altri accordi collettivi. Puntuale, il 2 novembre, il sindacato attua il blocco dei lavori. Il 3 dicembre la Federazione elettricisti lancia un’azione di solidarietà che mette in scacco tutte le installazioni elettriche nei cantieri Laval.

                Il 7 dicembre la società si rivolge al Tribunale del lavoro svedese per far bloccare le azioni sindacali, ma un primo verdetto, pronunciato il 22 dicembre, le dà torto. I lavoratori lettoni tornano in patria per Natale, dopo le feste il cantiere rimane vuoto e così il comune di Vaxholm annulla il contratto. La Laval non ci sta e continua la sua azione di fronte al Tribunale del lavoro basandosi sulla Direttiva europea sul distacco dei lavoratori, in vigore dal dicembre 1999. L’articolo 3 impone di rispettare il salario minimo nazionale, ma la Svezia non utilizza questo sistema, sostituito dalle contrattazioni collettive. Non essendoci un minimo, Laval argomenta che non è tenuta a rispettarlo; inoltre si fa forza con il Trattato di Nizza, dove interdice la discriminazione su base nazionale e la limitazione nella libera prestazione di servizi.

                  Argomenti deboli, secondo i sindacati: «Non accettiamo alcuna discriminazione – ribatte Erland Olauson, vicepresidente del sindacato Lo – è assurdo un sistema in cui salari diversi si applicano allo stesso impiego a seconda della nazionalità del lavoratore». Per quanto assurda, questa è la posizione espressa in ottobre a Stoccolma dal Commissario al Mercato interno Charlie McCreevy. Ieri, però, il portavoce di Barroso ha preferito stare zitto, e solo oggi si saprà cosa pensa la Commissione.

                    Gli stati sono divisi: Danimarca, Finlandia, Germania ed Austria hanno inviato a Lussemburgo un parere di sostegno alla posizione svedese, come, in via informale, Francia, Lussemburgo e Spagna. A difesa della Laval sono scese Polonia e Repubbliche baltiche, mentre la Repubblica Ceca rimane neutrale. L’Italia non è pervenuta. Questo caso, simile a quello degli equipaggi estoni contrattati su Ferry finlandesi, dimostra come la Direttiva sul distacco dei lavoratori non offre le tutele sufficienti in vista dell’ondata di liberalizzazione che Bruxelles vuole lanciare sui servizi. La cosa curiosa è che la Svezia è uno dei tre paesi che non ha chiuso le frontiere ai lavoratori dei nuovi stati membri.