La beffa delle pensioni minime – di Massimo Riva

01/03/2002


VENERDÌ, 01 MARZO 2002
 
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Soltanto centomila hanno chiesto l´aumento promesso dal governo. Maroni ordina un´inchiesta
 
La beffa delle pensioni minime
 
 
 
 
MASSIMO RIVA

IL PIÙ sbandierato impegno del governo Berlusconi – un milione di lire di pensione minima per i più bisognosi – ha assunto all´improvviso i toni e i modi di una clamorosa farsa teatrale. A buttare sul comico la vicenda è stato ieri il ministro del Lavoro. Sulla base dei dati forniti dall´Inps – dice Maroni – risulta infatti che la stragrande maggioranza di coloro che avrebbero diritto al promesso aumento finora non ha inviato la documentazione necessaria.
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VENERDÌ, 01 MARZO 2002
 
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La beffa delle pensioni minime
 
 
 
 
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MASSIMO RIVA


Le cifre fornite, in effetti, hanno dell´incredibile. Su una platea potenziale stimata dal governo in 2.200.000 persone interessate al provvedimento, circa 600mila pratiche hanno potuto essere evase d´ufficio dall´Inps, mentre per i casi rimanenti l´Istituto ha sollecitato l´invio di un´autocertificazione del reddito come previsto dalla legge. Ebbene su 1.600.000 richieste inviate le risposte giunte fino ad oggi sono state appena 200mila (secondo l´Inps) e addirittura soltanto 100mila secondo i dati del ministro Maroni. In queste condizioni, parlare di un avvio fallimentare dell´operazione è usare un pietoso eufemismo.
In un paese normale a un ministro altrettanto normale un simile esito avrebbe forse fatto venire il dubbio che qualcosa nel tanto reclamizzato provvedimento non funzioni. Per esempio, che i termini dell´autocertificazione richiesta dalla legge siano magari un po´ troppo complicati, soprattutto visto che gli interessanti sono in gran parte persone anziane e talora cittadini con scarsa padronanza del linguaggio in uso nei documenti burocratici. Il ministro normale di un paese normale avrebbe così provveduto a semplificare le procedure e a lanciare un´acconcia campagna di informazione presso l´opinione pubblica. Come pare, fra l´altro, che gli sia stato suggerito dall´Inps.
Il ministro Maroni, no. Invece di fare al meglio la sua parte di amministratore pubblico, ha deciso di buttarla, come s´usa dire, in politica. Così seguendo un canovaccio già noiosamente replicato dal presidente del Consiglio ogni volta che qualcosa gli va storto, anche l´on. Maroni ha gridato ieri al complotto e al sabotaggio, facendo balenare il sospetto di comportamenti dolosi sapientemente organizzati al fine di boicottare un provvedimento che il governo Berlusconi considera il fiore all´occhiello della sua politica sociale. Nel caso specifico ci sono state risparmiate le rituali accuse contro le «toghe rosse» ovvero gli autoconvocati del Palavobis, che forse sarebbe stato davvero un po´ troppo arduo coinvolgere in questa vicenda. Ma il sospetto è ormai nell´aria. Chi sono i colpevoli? Magari i pensionati di sinistra che rinunciano ai soldi pur di non darla vinta a Berlusconi? Oppure l´Inps ovvero le Poste?
Ora attendiamo tutti i risultati della rigorosa inchiesta che il ministro del Lavoro ha ordinato, seduta stante, per far luce sulle disfunzioni che hanno provocato questa – chiamiamola così per il momento – falsa partenza del provvedimento con il quale il governo Berlusconi vorrebbe dimostrare l´incontestabile superiorità della sua cura per gli italiani meno abbienti. Aspettiamo, dunque, a piè fermo che il ministro Maroni metta alla berlina del paese, nome e cognome, gli odiosi congiurati che avrebbero tramato per far fallire una legge concepita a vantaggio della parte più debole e bisognosa della popolazione.
Con l´auspicio, però, che questa indagine ministeriale sia condotta davvero senza riguardi per nessuno. Neppure per la sostanza del provvedimento i cui effetti sono stati per ora così deludenti. Infatti, uno dei nodi ai quali converrà che gli ispettori di Maroni dedichino attenzione riguarda proprio le condizioni stabilite dalla legge per la concessione del fatidico milione al mese. Fin dal principio, da più parti, è stato avanzato il dubbio che, in realtà, i criteri fissati dal governo siano tali da restringere robustamente il numero degli effettivi aventi diritto. Insomma, non si vorrebbe che la platea dei 2.200.000 potenziali beneficati, vantati nelle stime governative, fosse parecchio esorbitante rispetto a quanto dicono le norme. In altre parole, che il «buco» di quasi un milione e mezzo di mancate risposte si possa in buona parte spiegare col fatto che si sono sovrastimati, a fini di pura propaganda, i possibili interessati. La farsa toccherebbe così un colmo inarrivabile.