La beffa della social card torna con pochi fondi e sarà gestita dai privati

18/02/2011


Solo 750 mila beneficiari, il governo tenta il rilancio
ROMA – Poveri ma esclusi dalla social card. I poveri più poveri senza fissa dimora, i poveri immigrati perché non cittadini italiani, i nuovi poveri giovani e precari. Poveri. La social card è stata l´unica misura contro la povertà realizzata dal governo ma ha fallito il bersaglio. Ha portato un beneficio a non più del 3-4 per cento delle famiglie, lasciando fuori la stragrande maggioranza di chi ne avrebbe avuto bisogno. L´emendamento inserito nel cosiddetto Milleproroghe, decreto omnibus che ha rilanciato la social card anche in versione privatista con l´entrata in campo degli enti «caritativi» impegnati nel volontariato, ne è l´implicita conferma. La social card non ha funzionato mentre l´Italia – come ha scritto Marco Revelli nel suo "Poveri, noi" – continua a essere «un Paese strutturalmente fragile, fortemente esposto al rischio diffuso di deprivazione, con sacche di povertà superiori alla maggior parte dei nostri partner europei». Abbiamo otto milioni di persone in condizione di povertà relativa e più di tre milioni in povertà assoluta. In tutto quasi quattro milioni di famiglie povere. In poco più di due anni sono stati 750 mila coloro che hanno utilizzato la carta acquisti. Più al sud che al nord. Ma in quel numero del ministero dell´Economia c´è anche chi ha comprato con la carta una sola volta. Dunque sono molto meno le persone che la usano costantemente, 4-500 mila. Perché basta che cambi uno dei requisiti (l´età, per esempio) per non averne più diritto. Eppure il governo stimava in 1,3 milioni i potenziali beneficiari della carta prepagata. Perché è andata così? Perché si è scelta la social card anziché uno strumento di sostegno diretto al reddito come accade in Europa? Perché i più poveri sono rimasti esclusi? Perché, ora, si apre all´ingresso dei privati? E quali privati?

LE ESCLUSIONI
La social card non è stata pensata per tutti. Intanto ha tagliato fuori gli stranieri per quanto residenti e, in molti casi, poveri. La social card è solo per gli italiani, mentre la quota di stranieri che ha perso il lavoro a causa della lunga crisi globale è costantemente in crescita. Lo dicono le tabelle dell´ultimo "Rapporto sulle politiche contro la povertà e l´esclusione sociale" consegnato al governo prima dell´estate: nel 2007 gli stranieri senza lavoro erano il 9,3 per cento del totale, sono passati al 13,5 per cento nel 2008 e al 16,6 per cento nel 2009. A Torino ogni cento nuovi iscritti nelle liste di mobilità 37 sono stranieri. Ma sono fuori dalla social card. Fuori come i giovani con lavoro instabile e senza figli con meno di tre anni. Perché a parte i requisiti di reddito (tra questi non superare i 6.300 euro annui circa o gli 8.300 se pensionato e tanti altri vincoli) per la social card si deve essere o over 65 oppure under 3. L´Italia, appunto, non è un Paese per giovani. I quali, però, sono sempre più poveri: gli under 34 erano il 4,6 per cento del totale, oggi sono saliti al 4,8 per cento; e la classe di età compresa tra i 35 e i 44 anni è passata dal 5 al 5,6 per cento. È una metamorfosi sociale, accelerata dalla recessione, che il governo sembra non aver visto. «Hanno pensato solo a una ristretta tipologia di famiglia, a una parte dei pensionati, ma non ai giovani. Per loro i giovani non sono poveri», sostiene Stefania Trombetti, responsabile del Sistema servizi della Cgil. Nemmeno la Cisl, questa volta, è d´accordo con il governo. Pietro Cerrito, segretario confederale: «La reintroduzione della social card è una misura sbagliata, perché ha la pretesa di intervenire a favore dei pensionati poveri. Ma dietro c´è invece l´idea culturale e politica secondo al quale bisogna combattere solo la povertà assoluta, mentre si diffonde e cresce l´impoverimento di chi riceve pensioni medio-basse».

LE LOBBY
E forse c´è anche questo dietro l´emendamento voluto dal titolare del Lavoro, Maurizio Sacconi, e presentato dal senatore del Pdl Maurizio Castro, strettissimo collaboratore del ministro, e che negli anni Novanta guidò le relazioni industriali alla Electrolux proponendo forme ardite di partecipazione sindacale introducendo per primo anche il job on call, il lavoro a chiamata. Ma qual è l´obiettivo della modifica voluta da Sacconi? Quali sono le lobby che si vogliono favorire? Di certo c´è un elemento ideologico. C´è la versione italiana della Big society che teorizza il premier conservatore inglese David Cameron. C´è l´idea di un welfare state leggero post-fordista e molto privato che, in fondo, echeggia le parole d´ordine dell´annuale meeting riminese di "Comunione e Liberazione" con il suo esercito di volontari, la sua rete, e gli intrecci con il business cooperativo delle mense e dei servizi alle persone. Gli individui anziché lo Stato, che hanno sedotto pubblicamente Giulio Tremonti come Maurizio Sacconi, un tempo socialisti ora ciellini d´adozione. «È la sussidiarietà classica: più società, meno Stato», spiega Castro. Per questo si vuole affidare anche agli enti «caritativi» un pezzo della gestione della social card. Saranno loro, una volta selezionati (entro trenta giorni dall´approvazione arriverà un decreto del ministero del Lavoro), a individuare i soggetti davvero bisognosi. Un esame empirico, sul territorio. Senza i soggetti pubblici. Ma chi controllerà? Quale sarà, se ci sarà, il ruolo dei Comuni? Ci sono 50 milioni aggiuntivi a disposizione (per la social card ce ne sono ancora 550 da spendere mentre ne sono stati spesi 500), per una prima sperimentazione in una decina di città con più di 250 mila abitanti. «Perché – dice ancora Castro – il "centro" ha per sua natura un approccio giuridico-burocratico. Il "centro" non vede i poveri, i suburbi, i quartieri degradati». Ecco: l´implicita ammissione di un semi-fallimento. Perché, appunto, i clochard la social card, con la sua carica di 40 euro mensili più 20 per chi utilizza il gas naturale, non l´hanno mai vista, né chiesta. La vedranno attraverso i privati? E i giovani precari saranno inclusi? O resteranno invisibili?

IL MODELLO
Ma cosa pensano i potenziali «enti caritativi»? La Caritas per esempio. Attacca il vicedirettore Francesco Marsico: «La Caritas non ha mai chiesto una modifica di questo tipo». Non l´ha mai chiesto perché non la condivide. Marsico: «Il problema della social card è che esclude una larga fetta di famiglie povere e la sperimentazione decisa dal governo non risolve questa criticità di fondo. Anzi, ne aggiunge altre. Perché pone il problema del rispetto del principio costituzionale di equità sia per ciò che riguarda i soggetti destinatari, sia sul versante dei soggetti erogatori». Non è questo che vuole la Caritas.
Il modello social card, comunque, si sta diffondendo lungo la Penisola. Ci sono Regioni, Province e Comuni che hanno deciso di integrare la carta. L´ha deciso il Friuli (120 euro a bimestre), la Provincia di Latina (40 euro), i Comuni di Alessandria (80 euro), di Susegana (40 euro), di Cassola (80 euro), di Grado (80 euro ma solo per i bimbi sotto i tre anni). È una strada.
Cristiano Gori, docente di politiche sociali alla Cattolica di Milano, coordinatore della proposte delle Acli per una diversa social card, ha un approccio pragmatico. Ricorda, per esempio, che aver aumentato il reddito delle famiglie che hanno ottenuto la carta di circa l´8 per cento non è poca cosa. Ma non basta. Perché la social card tremontiana-sacconiana non può dare di più. Neanche nella versione privatista. «Serve uno strumento universalistico – dice Gori – . Una misura base per tutta la popolazione in condizioni di povertà assoluta. Non è più una questione di risorse perché rimangono quasi 500 milioni». Propone una carta prepagata per tutte le famiglie povere, che sia estesa agli stranieri, che preveda 129 euro al mese destinati a salire nelle zone dove il costo della vita è superiore, che dia accesso anche ai servizi alla persona e non solo agli acquisti alimentari, che, infine, attribuisca un ruolo ai Comuni. Un´altra strada alla social card. E per tutti i poveri.