La battaglia del Tfr e i nuovi affari per la finanza. Seconda puntata

07/03/2002





 
   

1) Pensioni d’azzardo
2) «Vogliono distruggere il pubblico»
3) Fondi

Pensioni d’azzardo
Quanto può rendere un fondo? Quanto incide la volatilità della Borsa? Il modello dei fondi chiusi difende da casi come quello della Enron? Parlano sindacalisti e operatori. Differenza tra fondi collettivi e risparmio individuale in un bacino di oltre 10 milioni di lavoratori
PAOLO ANDRUCCIOLI

Il viaggio parlamentare della delega sulla previdenza è sospeso. Ma l’obiettivo finale del governo di destra è molto chiaro: riduzione dei contributi previdenziali (con effetti devastanti sull’Inps), ulteriore indebolimento della pensione pubblica e cancellazione del Tfr. Il lavoratore – se passasse la riforma Maroni – sarebbe privato della facoltà di disporre della propria liquidazione e avrebbe solo il contentino di poter "scegliere" a quale Fondo destinare i suoi soldi. Una palese violazione delle libertà da parte del Polo delle Libertà, dicono spesso i sindacalisti. La battaglia è però in pieno corso.
Continuiamo nel frattempo la nostra inchiesta nel mondo della cosiddetta previdenza complementare e privata perché le due precedenti riforme delle pensioni (Amato e Dini) hanno già ridotto il grado di copertura della pensione stessa. Per capire i fondi pensione, bisogna prima di tutto rispondere alle domande più frequenti. E’ vero che nessuno potrà mai dare la sicurezza dei rendimenti? E’ vero che un lavoratore potrebbe rischiare perfino di non recuperare i soldi che ha versato?
"Noi siamo contro la delega del governo Berlusconi – spiega Beniamino Lapadula della Cgil nazionale – proprio perché impone l’obbligo della cessione del Tfr. Siamo sempre stati a favore della scelta libera. Ma abbiamo lavorato per costruire i fondi di categoria come sistema di integrazione della pensione pubblica e con precise caratteristiche di salvaguardia". Lapadula spiega che i fondi pensione "negoziali" ovvero quelli di categoria sono stati pensati come difesa del valore solidaristico (è una forma di risparmio collettivo che dà una forza maggiore rispetto al risparmio individuale), insieme al valore della contrattazione nazionale e al basso costo della gestione finanziaria, cosa che non si può avere con un risparmio affidato alle banche, alle assicurazioni o alle Sgr (vedi glossario).
E’ pur vero, però, che anche i fondi negoziali dei sindacati sono basati su forme di investimento finanziario e che quindi hanno un rischio insito. Dipende sempre dal momento in cui si "esce". Se un lavoratore che ha risparmiato negli anni dovesse uscire in un momento di crollo delle borse sarebbe ovviamente penalizzato. Si sta studiando però un sistema di protezione che consiste nel ridurre progressivamente l’esposizione finanziaria e la volatilità man mano che ci si avvicina al momento della pensione. "Per i fondi chiusi – ci spiega un operatore di una Sgr – non potrà comunque mai capitare un caso alla Enron perché i fondi non sono mai basati solo sulle azioni di una singola società". La garanzia di base starebbe proprio nel modello della diversificazione degli investimenti, nel controllo e nel modello della tripartizione dei poteri. "Un fondo negoziale – ci dice ancora l’operatore – ha infatti un gestore finanziario scelto con gare pubbliche, un service amministrativo (che gestisce i versamenti) e una banca depositaria". Tutte le attività e le scelte di un fondo chiuso sono sottoposte al controllo permanente della Covip (commissione di vigilanza sui fondi pensione). Se un fondo avesse voluto fare scelte a rischio come quelle della Enron, la Covip sarebbe intervenuta molto prima del disastro. Certo, dicono sia i sindacalisti che gli operatori finanziari, c’è ancora molto da lavorare per mettere a punto un sistema che in Italia è stato appena avviato dato che su decine di fondi autorizzati solo otto fondi negoziali sono già operativi.
Le scelte dei singoli fondi sono comunque molto diverse tra loro. Basta analizzare i dati della Covip sui rendimenti dei fondi chiusi per scoprire che ce ne sono di più "aggressivi" dal punto di vista finanziario e di più tranquilli. I metalmeccanici di Cometa, per esempio, hanno operato scelte più prudenti del fondo dei chimici. Diversi anche i gradi di rendimento medio tra fondi chiusi e fondi aperti. Nella relazione del 2000, la Covip stimava un rendimento medio del 3,6% dei fondi sindacali e un rendimento del 2,9% per quelli aperti. Alla fine del 2001 gli iscritti ai fondi aperti (nella maggior parte lavoratori autonomi) erano 285 mila. Ai fondi di categoria erano invece iscritti 1.013.320 lavoratori. Ma il bacino potenziale degli aderenti ai fondi chiusi è di circa 9 milioni di lavoratori dipendenti e circa 4 milioni di lavoratori autonomi. (
2.continua)



"Vogliono distruggere il pubblico"
Intervista al professor Roberto Pizzuti. Il sistema a capitalizzazione non favorisce i lavoratori
ALESSANDRA BERGIA

Finora i lavoratori avevano tre risorse economiche: la retribuzione, il Tfr, e la pensione, composta principalmente dal trattamento della previdenza pubblica, più o meno ridimensionato dalla riforma Dini, e da una quota di previdenza complementare. Dopo la riforma del centrodestra, i lavoratori avranno la retribuzione e la pensione, all’interno della quale sarà notevolmente aumentata la quota a capitalizzazione. Mentre il Tfr sarà scomparso". Roberto Pizzuti vede nel progetto del ministro Maroni una specie di gioco delle tre carte, dove però ne sparisce una. E non crede al miracolo delle pensioni d’oro ottenibili destinando le liquidazioni alla previdenza a capitalizzazione. Per l’economista, docente all’università La Sapienza di Roma, lo scopo dell’operazione del centro destra è un altro, chiaro e semplice: "Ridurre il costo del lavoro di una quota fra i 3 e i 6 punti percentuali della retribuzione: questa somma viene sfilata ai lavoratori, in termini di minori pensioni future, e passata alle imprese."
Il governo però, nella delega, scrive che il taglio dei contributi non avrà "effetti negativi" per il calcolo della pensione.

Ciò è teoricamente possibile. Basta usare nel calcolo della pensione un’aliquota più alta di quella contributiva. Ma economicamente questo ragionamento non regge. Se si tagliano i contributi di 3-6 punti, lo squilibrio attuariale da coprire fra 30-40 anni, quando andranno in pensione i neoassunti di oggi, sarà diventato una montagna. E poi c’è lo squilibrio di bilancio che un taglio del genere provoca immediatamente in un sistema a ripartizione. Solo facendo ricorso al fisco si potrebbero continuare a pagare le pensioni in essere. Non che finanziare una parte di pensioni attraverso il fisco sia di per sé scandaloso. Nel caso dei lavoratori parasubordinati che oggi versano solo il 19% sarebbe addirittura doveroso, perché con questa aliquota non avranno mai un assegno adeguato. Se la società trae un vantaggio dalla condizione flessibile di queste persone, come si va dicendo, allora è giusto che la società si faccia per lo meno carico delle loro pensioni. Ma nel caso della delega, si attingerebbe alla fiscalità per coprire il buco creato da un regalo che va tutto alle imprese. Redistribuzione da salari a profitti.

Sul testo della delega si sono fatti molti esercizi. Forse quella frase "senza effetti negativi sulla determinazione dell’importo pensionistico del lavoratore" si riferisce al mix di pensione pubblica e di pensione a capitalizzazione, quella che domani i lavoratori si autofinanzieranno con il Tfr?

Le pensioni a capitalizzazione vanno bene per risolvere problemi di nicchia. Altro discorso è pensare di utilizzare la capitalizzazione per una quota consistente di previdenza generale, soprattutto innestandola su un sistema a ripartizione. Nella fase di transizione si creano scompensi enormi per pagare le pensioni esistenti. E si chiede ai lavoratori un risparmio forzoso, in una congiuntura che avrebbe bisogno di incrementare i consumi. Le pensioni a capitalizzazione hanno poi alcuni difetti che rendono molto pericolosa la loro estensione. I costi di gestione dei fondi arrivano fino al 40% del volume delle prestazioni, contro il modesto 2% dell’Inps. Poi c’è l’enorme problema della sicurezza. Un sistema a ripartizione dà un rendimento che è legato al Pil. Certo se il paese va male, vanno male anche le pensioni, ma il rischio è spalmato sull’intera collettività, cioè è minimizzato. I fondi a capitalizzazione invece ripartiscono il rischio solo sugli iscritti.

Messi in conto i rischi, i rendimenti sono però più elevati che in un sistema a ripartizione?

Per capire quanto rendono i mercati finanziari bisogna ragionare su un tempo lungo almeno mezzo secolo. In un periodo di 50 anni è ragionevole pensare che una fetta dell’economia , quella che dà guadagni finanziari, abbia sistematicamente rendimenti più alti rispetto al prodotto interno lordo, che è sostanzialmente una media ponderata di tutti i redditi? Sì, può accadere, ma solo in un caso: se c’è un costante aumento della quota del pil che va alle rendite finanziarie. Questa ipotesi sarebbe però devastante sul piano economico e sociale: vorrebbe dire che sistematicamente, per mezzo secolo, diminuisce la quota di ricchezza che va a stipendi e salari e aumenta quella che remunera i possessori di titoli.

Ma, si dice, perché lasciare fuori i lavoratori dalla borsa quando la borsa va bene?

Se la borsa va bene, è grazie a una certa quantità di reddito che viene investita sui mercati. In pratica con la delega si chiede ai lavoratori di incrementare questo flusso, di rinunciare a una parte di salario per farlo confluire sui mercati finanziari, per poi averne indietro una piccola rendita in pensione. La posizione di chi investe risparmio previdenziale in borsa è molto diversa da quella del risparmiatore individuale che compra azioni. Quest’ultimo se guadagna, può vendere subito; se perde aspetta. Il lavoratore non può intascare subito i guadagni e rischia grosso se al momento del pensionamento la borsa va male.

Il finanziamento dei fondi con l’intero Tfr farebbe bene all’asfittico mercato azionario?

L’accantonamento annuo per il Tfr si aggira sui 27.000-30.000 miliardi. Una somma del genere non troverebbe sbocchi sulla borsa italiana, dove le società quotate sono poche, insufficienti persino per soddisfare la domanda attuale. I soldi dei lavoratori finirebbero in gran parte all’estero, con buona pace dei progetti per il rientro dei capitali.



FONDI NEGOZIALI

Sono i fondi pensione contrattuali di categoria gestiti da rappresentanti dei sindacati e delle imprese. In Italia sono già operativi 8 fondi di questo tipo: Fondchim (chimici), Cometa (metalmeccanici), Fondenergia (energia e affini), Quadri e capi Fiat (quadri del gruppo), Fondodentisti (medici odontoiatri), Cooplavoro (cooperative di produzione), Solidarietà Veneto (aziende idustriali del Veneto) e Laborfonds (aziende del Trentino).

FONDI APERTI

Sono fondi pensione a cui può iscriversi chiuque a prescindere dalla collocazione professionale. Sono gestiti dalle banche, da società di gestione o da assicurazioni.

SGR

Sono le società private di gestione risparmio specializzate nella gestione dei risparmi e nella loro collocazione. Sono legate quasi sempre a grandi gruppi bancari.

MULTICOMPARTO

Un fondo pensione può avere una o più linee di investimento. Quando si parla di multicomparto si intende quindi la possibilità di scegliere da parte del lavoratore iscritto a un determinato fondo il tipo di rischio nell’investimento. In genere, quando il lavoratore si avvicina all’età del pensionamento, sceglie una forma più tranquilla di investimento. Discorso opposto, almeno in teoria, per i lavoratori più giovani che entrano in un fondo.

CONTRIBUTI

I contributi previdenziali per la pensione dell’Inps ammontano a circa il 33% della retribuzione lorda (un terzo a carico del lavoratore e due dell’azienda). La detrazione è automatica. Con le riforme Dini e Amato il sistema italiano è diventato "contributivo" e non più retributivo, cioè la pensione in base ai contributi versati e non in percentuale rispetto all’ultimo stipendio.