La battaglia dei buoni pasto

14/03/2007
    mercoledì 14 marzo 2007

    Pagina 20 – Cronache

    Domani il no-ticket day. Gli esercenti: nel settore c’è il caos dopo una sentenza del Tar, le società ci pagano con mesi di ritardo

      La battaglia dei buoni pasto,
      due milioni a digiuno

        Sono 2 milioni e 200 mila i clienti che in media, ogni giorno, usano il mini-assegno per i pasti (1,6 milioni privati e 600 mila pubblici). Volume d’affari: 11 milioni di euro al giorno (Emmevì)

          ROMA — Sarà difficile domani pranzare con i buoni pasto. Nei pubblici esercizi aderenti a Fipe-Confcommercio non saranno accettati. E i possessori dovranno accontentarsi al massimo di un caffè, offerto dagli esercenti per rabbonire i clienti. E’ il «No-ticket day», indetto per protesta contro una sentenza del Tar del Lazio che ha annullato il decreto del presidente del consiglio dei ministri del 18 novembre 2005 di regolamentazione del settore: in pratica sono aumentate le commissioni pagate dagli esercenti, diminuite le garanzie di pagamento e sparito il termine di rimborsare i ristoratori entro 45 giorni. «Adesso ognuno può fare quel che vuole», ha spiegato ieri il presidente della Fipe, Lino Enrico Stoppani nella conferenza stampa di presentazione della manifestazione, chiedendo «regole certe».

          A restare a bocca asciutta però saranno i 2 milioni e 200mila clienti (1,6 milioni privati e 600mila pubblici) che, in media, ogni giorno usufruiscono di quel mini-assegno. Un volume di affari da 11 milioni di euro al giorno che a fine anno raggiunge i 2,3 miliardi di euro: il triplo di sette anni fa. Sono circa 7 milioni, infatti, gli italiani che pranzano fuori: a mensa, in un bar, al ristorante o alle scrivanie. Di questi il 30 per cento sono donne. Il 40 per cento del totale usa il buono pasto nei 100mila esercizi convenzionati. E la gran parte viene spesa in sei regioni, dove forte è il peso delle metropoli: Milano, Roma, Torino, Napoli, Bologna, Firenze.

          Una torta ghiotta che le 14 società di ticket tentano di accaparrarsi con una lotta senza esclusione di colpi. Compresi i prezzi al ribasso. Le società che vendono i buoni pasto ai datori di lavoro, infatti, li offrono a prezzi scontati. Un buono da cinque euro può essere venduto a 4,5 o a 4. A volte anche a meno. Ma il cliente riceverà un pasto per l’intero prezzo del ticket. Dov’è il trucco? Nel risarcimento del ristoratore che dovrà rivendere il buono alle società emettitrici. Queste ultime però pagheranno poco (chiedendo a loro volta sconti fino al 20% del valore) e male (anche con ritardi di otto mesi). «Per questo serve un modello certo di aggiudicazione», spiega la Fipe che assieme a Fida (Federazione dettaglianti alimentari) e Anseb (Associazione italiana emettitrice buoni pasto) chiederà al Tar la sospensiva e presenterà ricorso al Consiglio di Stato.

        V.Pic.