La baby Italia non riesce a decollare

05/10/2007
    venerdì 5 ottobre 2007

      Pagina 3 – Economia

        Analisi
        La baby Italia non riesce a decollare

          “E’ il ritratto
          di un Paese
          paralizzato”

          Restano a casa sette giovani su dieci
          E il 40% di chi esce è costretto a tornare

            ROBERTO GIOVANNINI

              Poveri «bamboccioni». Per scelta o perché costretti a tirare avanti con i mille euro di un precario contratto a progetto in una grande città, costretti dallo stipendio leggero e dal caro affitti (o mutui) a convivere con i genitori. Resta il fatto che, come spiega l’economista Giacomo Vaciago, «una volta i poveri si sposavano giovani e facevano un sacco di figli. Oggi invece solo i pargoli dei ricchi hanno i soldi per andar via di casa e procreare». E resta il fatto che l’Italia detiene un tristissimo record europeo: addirittura il 59% degli under 35 vive con mamma e papà. Sono solo il 27% nell’«arretrata» Grecia, il 23% in Francia, il 16,5% in Germania, il 12% in Finlandia (dati 2003).

              La fotografia di un paese paralizzato dalla sindrome del «bamboccismo», una «malattia che distrugge il Dna dinamico, evolutivo della società», spiega Renato Brunetta, politico di Forza Italia ed economista di vaglia. «Il simbolo di un sistema sociale immobile – insiste Vaciago – nemmeno l’India delle caste era tanto paralizzata». Una paralisi che, avvertono i demografi, potrebbe avere un costo incalcolabile in un futuro nemmeno troppo lontano: se è vero che l’Italia – insieme al Giappone – è uno dei paesi col tasso di invecchiamento più accelerato, presto sulle spalle di pochi lavoratori relativamente «vecchi» graverà l’immane onere di finanziare milioni e milioni di anziani. Ma anche se non è possibile stimarlo, il «bamboccismo» ha anche un costo in termini di mancata crescita e mancata innovazione. Uno sviluppo potenziale paradossalmente strangolato a suon di profumati bucati, letti rifatti a modino e tagliatelle amorosamente scodellate.

              Tradotto in linguaggio economico, Brunetta declina così il «bamboccismo»: «scarsa mobilità territoriale, sociale e professionale; scarsa propensione al rischio; scarsa dinamicità dell’offerta e della domanda di lavoro; minore efficienza del sistema produttivo». «Basta pensare – insiste Vaciago – che l’età media in cui si riceve l’eredità è di 64 anni. Una società costruita per servire i vecchi. All’estero i giovani escono da casa a 18 anni per andare all’Università; in Italia, dove ogni paesello o quasi ha un Ateneo che certamente non è Oxford, “si è raggiunti” dall’Università».

              Problemi forse amplificati dalle tradizioni culturali: nel seno della famiglia allargata si vive tutto sommato senza rischi e senza sofferenze, il figlio di un professore sarà professore. Tutti mali che secondo Vaciago possono essere curati da una robusta iniezione di meritocrazia e competitività sin dai primi anni della scuola. E loro, i «bambocci»? davvero tutti soddisfatti di vivere una sorta di eterna adolescenza? I numeri dicono proprio di no. Secondo una ricerca Istat, il 16% di chi sta in casa lo fa perché non trova un lavoro stabile, il 24,1 perché non può permettersi di pagare mutui o affitti. Alessandro Rosina, giovane economista della Bocconi, chiarisce che stare a casa con mamma e papà per moltissimi non è affatto una scelta. «Dagli anni ‘90 in particolare per i giovani sono decisamente aumentate le difficoltà economiche. Intanto, l’accesso all’occupazione è divenuto molto più arduo: tra i 20-25 anni, solo poco più del 40% ha un impiego, contro il 60% medio in Europa». E una volta trovato un lavoro, ci si accorge che si guadagna poco: secondo i dati del Panel Europeo delle Famiglie (Echp), il reddito medio dei giovani italiani occupato nella fascia 25-30 anni è quasi la metà rispetto ai coetanei inglesi, e del 50% più basso rispetto a francesi e tedeschi.

              Poi ci sono i costi per l’affitto o il mutuo. «Spesso e volentieri – continua Rosina – il lavoro è a termine. Non a caso oltre il 40% dei giovani che vanno via di casa sono costretti poi a tornare alla base. Tutto ciò crea disagio, frustrazione, scarsa fiducia nel futuro». Alla fine, è un gioco a somma zero: opportunità zero, lavoro zero, mobilità zero, innovazione zero, voglia di rischiare zero, sviluppo zero.