La Babele del centrodestra

16/11/2004

    martedì 16 novembre 2004

    retroscena

    CLIMA PESANTE IN TRANSATLANTICO SU MANOVRA E RIMPASTO

    La Babele del centrodestra
    Ormai si naviga a vista

    Tra i peones serpeggia lo scoramento: il premier è senza bussola
    Anche Marzano all’attacco, se la prende con i tecnici di Siniscalco


    Amedeo La Mattina


    ROMA
    QUANDO si tocca il fondo e nella Casa delle libertà la maionese impazzisce, finora c’è sempre stata una regola aurea: gli uomini di Forza Italia accusano gli alleati litigiosi ma difendono «quel santo di Berlusconi che ha una pazienza infinita…». Ieri in Transatlantico la musica era diversa. Nei capannelli, dentro e fuori dall’aula, i deputati forzisti mostravano facce lunghe e smarrite. E per la prima volta si è sentito dire l’inimmaginabile: «Il Cavaliere ha perso la bussola».


    Sono gli stessi azzurri che sono andati a chiedere lumi a Fabrizio Cicchitto, che in quanto vicecoordinatore del partito dovrebbe saperne di più, ma la risposta è stata un «boh» sconsolato e sconsolante. «L’errore del presidente è stato quello di fare troppi annunci sul taglio delle tasse senza avere un accordo in mano nella maggioranza», si è lasciato andare Cicchitto. Così, a corto di notizie su cosa intenda fare il premier, Cicchitto vira sul calcio e la sua amatissima e disastrata Roma. «Questa estate abbiamo fatto una campagna acquisti totalmente sbagliata…, ma anche l’allenatore non ha ancora deciso con quale modulo tattico far giocare la squadra, tanto che siamo arrivati a vedere Totti a centrocampo…». Una metafora? Del Neri come Berlusconi? Interviene Mario Baccini. «Se mi chiedete come mai domenica abbiamo perso, vi dico che è tutta colpa del campo. Era un pantano non praticabile…». Altra metafora? La maggioranza è nel pantano?
    Montecitorio, lato destro, ieri pomeriggio, sembra il porto delle nebbie. L’emendamento fiscale alla Finanziaria e il rimpasto di governo galleggia insieme alla maggioranza. «Ma al vertice di martedì scorso non avevano fatto un accordo i grandi leader? – ridacchiava alla bouvette Teodoro Buontempo – e ora ci troviamo qui senza sapere cosa fare». E infatti in aula è la maggioranza che fa ostruzionismo a se stessa sulla Finanziaria: parlano un po’ tutti, a titolo personale, non ci sono i numeri, si aspetta di fare il pieno sugli scranni del centrodestra che rischia di finire nel trappolone dell’opposizione, come è accaduto la scorsa settimana sul primo articolo della legge. Questa volta la chiamata alle armi via Sms non riesce.


    Ma la Casa delle libertà sembra procedere su un ottovolante di voci incontrollate. Il siciliano Udc Giuseppe Drago riferisce di aver sentito parlare di un «Berlusconi bis». Il suo collega di partito Mario Baccini, stufo di aspettare la sua promozione a ministro, e chiuso il discorso sulla Roma, dice: «Questa è la settimana decisiva. O si chiude tutto, sia la questione del fisco che del rimpasto, o salta tutto e si precipita verso le elezioni anticipate». Macché, commenta il relatore alla Finanziaria, Guido Crosetto, «non abbiamo l’acqua alla gola: la definizione dell’emendamento non è così urgente visto che andrà al Senato».


    Babele Montecitorio, con minacce di dimissioni da parte di Miccichè. Dice il viceministro dell’Economia con delega al Mezzogiorno: «Se sono questi i numeri per il Sud, e non penso che siano quelli definitivi, queste cifre saranno presentate al senato senza Miccichè al governo. Altro che Tremonti, con questi numeri sarò io a fare un partito del Sud…». Miccichè se la prende con il Ragioniere generale dello Stato Grilli, ma sembra rivolgersi a Siniscalco. E «i tecnici del Tesoro che hanno messo a disagio Berlusconi», nonché lo stesso Siniscalco che «dovrebbe nominare un direttore generale al suo ministero, sono l’obiettivo polemico di Antonio Marzano. Aggiunge Miccichè: «Sull’Irap non ci può essere un solo euro del Mezzogiorno a copertura. Chiaro? Chi pensa a cose di questo genere pensa alla secessione. Ma a secedere così siamo noi». Miccichè è un fiume in piena, è circondato di giornalisti. «Io ho la delega per il Sud. Fino a oggi è stata una delega di costruzione, ora è di difesa. Se sarò messo in condizione di difendere il Sud, resto al governo. Altrimenti non ci starò più». Arriva, guarda caso, il leghista ministro della Giustizia Castelli e si appartano a parlare.


    Il Transatlantico ribolle. La sensazione è che mai la maggioranza sia andata così in tilt, con accordi al vertice che dovevano essere tradotti in 48 ore (parola di Berlusconi) in un emendamento fiscale. E ancora discutono. Di chi è la colpa? Ieri se lo chiedevano tutti senza trovare il colpevole, anche se il maggiore indiziato è Siniscalco. «Se mi devo limitare alla lettura dei giornali – osserva Tabacci – quello che è avvenuto negli ultimi otto giorni è qualcosa di kafkiano: tutto e il suo contrario».


    «La maionese è impazzita? Capita», afferma l’azzurro Ferdinando Adornato. «Vedo che in tutta questa storia c’è molta irrazionalità. Si naviga a vista, ad horas, anzi ad minutos. E’ un disastro. Speriamo che almeno Fini venga nominato ministro degli Esteri nei prossimi giorni, altrimenti chi ci mandiamo al vertice sull’Iraq di Sharm el Sheik?». Poco più in là il sottosegretario alle Riforme Brancher annuncia che il vertice della maggioranza previsto per questa settimana è saltato. In compenso, Brancher informa che Bossi sta migliorando in maniera esponenziale, giorno dopo giorno, intervenendo direttamente nelle cose politiche e di governo: «Quanto sta succedendo è anche il risultato del ritorno di Bossi…», assicura parlandone in una prospettiva positiva, ovviamente.


    Un’influenza positiva che i deputati di Forza Italia non vedono, nemmeno più nel loro capo Berlusconi. «L’altro giorno – racconta il deputato piemontese Osvaldo Napoli – Scajola urlava “se continua così spacco tutto”. Sento tra i parlamentari del mio partito un forte senso di smarrimento. Molti, purtroppo, si stanno guardando in giro per capire se c’è una via di fuga». Sotto altre bandiere.