L’84% a Epifani. Ma è polemica sul Sud

09/01/2006
    venerdì 6 gennaio 2006

      Pagina 8 – CAPITALE/LAVORO

      CONGRESSO CGIL

        L’84% a Epifani. Ma è polemica sul Sud

          Rinaldini al 15%, Patta al 10%. Cremaschi: «Ci ha penalizzato un’affluenza anomala»

            ANTONIO SCIOTTO

              La Cgil ha pubblicato i dati dei congressi di base: hanno vinto con l’84% le tesi di maggioranza, a firma del segretario generale Guglielmo Epifani, mentre quelle di Gianni Rinaldini hanno ottenuto un 15% e quelle di Gian Paolo Patta un 10%. Ma non si placa la contestazione già emersa nei giorni scorsi, quando si è venuto a scoprire, man mano che i dati affluivano verso Roma, un inedito entusiasmo per il voto soprattutto nel Sud Italia: a discapito del Nord – tradizionalmente più sindacalizzato – dove la percentuale e i numeri assoluti di votanti sono stati in alcuni casi significativamente più bassi. Prima di rendere conto della polemica, lanciata ieri dal segretario nazionale Fiom Giorgio Cremaschi, va comunque dato ragguaglio dei dati generali: la Commissione nazionale di garanzia per il XV Congresso, rilevando che al 31 dicembre 2004 gli iscritti alla Cgil erano 5.587.204, ha fatto sapere che si sono svolte 54.817 assemblee di base, alle quali hanno partecipato, tra lavoratori attivi e pensionati, 1.605.701 iscritti; i votanti sono stati 1.433.624.

                I voti al documento unitario, primo firmatario Epifani, sono stati 1.425.112. Era possibile votare alcune tesi in alternativa, la tesi 8 sulle politiche contrattuali, e la tesi 9 su partecipazione e democrazia sindacale. La tesi 8, primo firmatario Epifani, ha raccolto 1.179.896 voti, pari all’84,64%; la tesi 8A, primo firmatario Rinaldini, ha raccolto 214.176 voti, pari al 15,36%. Quanto alla tesi 9, primo firmatario Epifani, i voti sono stati 1.053.487 pari al 75,43%%; per la tesi 9A, primo firmatario Patta, i voti sono stati 140.453, pari al 10,06%; la tesi 9B, primo firmatario Rinaldini, ha raccolto 202.670 voti, pari al 14,51% dei votanti.

                  Fin qui le cifre complessive. Ma è sui dati disaggregati che si incentra la polemica mossa in special modo dai firmatari delle tesi del leader Fiom: la grande affluenza registrata nel Sud, dove predomina la maggioranza e le tesi di sinistra sono di solito basse, avrebbe penalizzato le tesi alternative. Dati alla mano, Giorgio Cremaschi fa notare alcune «anomalie» nella geografia dei votanti Cgil: se in Piemonte, a fronte di 380 mila iscritti hanno votato 88 mila persone, in Calabria su 175 mila tesserati si sono espressi in 92 mila (più alto in cifre assolute, ma ancor più «abnorme» sul relativo: oltre la metà degli iscritti); in Sicilia votano 110 mila persone su 370 mila iscritti, in Veneto siamo a 77 mila su un numero di tessere analoghe (375 mila). A Bologna votano 40 mila persone, a Napoli 66 mila. «E’ accaduto un fatto inedito – dice Cremaschi – che si sia votato di più dove il sindacato è frammentato e di difficile aggregazione, al Sud, a fronte dei grandi agglomerati industriali del Nord, dove la penetrazione del sindacato è più capillare e organizzata e i numeri sono stati sempre più alti. O c’è il caso della Filcams di Roma, con partecipazione all’80%: poi dicono che non fanno i referendum sugli accordi perché nel settore c’è frammentazione, ma allora come si spiega questa corsa al voto?». «La verità è che in questo modo ci sono stati tolti almeno 5 punti – conclude Cremaschi – Facendo la media tra un 25-30% al nord e un 10% al Sud, avremmo avuto un 20% se le normali proporzioni si fossero mantenute».

                    Patta dice di non riconoscersi «nei dati percentuali dei voti riportati sulla tesi numero 9» e che «necessitano di una verifica più scrupolosa: ho formalmente sollecitato la Commissione di garanzia a verificare quei troppi verbali in cui palesemente si confondono il numero degli iscritti coinvolti con i partecipanti al voto e con i voti realmente espressi sulle tesi».

                      Rinaldini considera che «dopo 15 anni, il Congresso della Cgil si è svolto su un documento unitario che rappresenta un fatto positivo e importante. Si esprime un pluralismo diverso rispetto al passato: questo voto democratico va rispettato in tutte le fasi congressuali, dall’elezione dei delegati a quella degli organismi dirigenti. Non ho chiesto il rapporto automatico con il voto espresso ma non può neanche accadere che si usi ipocritamente questa scelta come argomentazione che consenta di considerare irrilevanti i risultati congressuali».