l sociologo Luciano Gallino: è la flessibilità sostenibile

10/05/2001

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L’INTERVISTA

Pagina 15
"Ma ora è necessario
stabilire le regole"

Il sociologo Luciano Gallino: è la flessibilità sostenibile

PAOLO GRISERI


TORINO – Le imprese «cercheranno certamente di estendere ulteriormente il ricorso ai lavori atipici» ma «è necessario calcolare bene i rischi perché anche il lavoro flessibile a lungo andare ha un costo: la creazione di una forza lavoro senza esperienza». Il sociologo Luciano Gallino commenta così gli ultimi dati sulla crescita del lavoro flessibile in Italia e avverte che «accanto a una minoranza di microimprenditori per i quali questi contratti rappresentano un vantaggio, c’è una maggioranza di lavoratori che non sceglie ma subisce il lavoro atipico».
Professor Gallino, i lavori atipici sono in sensibile aumento. Questi contratti sono ormai troppi o sono ancora troppo pochi?
«Naturalmente dipende dal punto di osservazione. Dal punto di vista delle imprese non c’è dubbio che i contratti flessibili sono ancora troppo pochi e che nei prossimi anni si cercherà di estenderli ulteriormente perché consentono di adattare meglio gli andamenti produttivi alle richieste del mercato. Nonostante l’incremento degli ultimi anni, ritengo che gli spazi di crescita dei contratti atipici siano ancora ampi. Diverso è il discorso dal punto di vista di chi lavora. Qui, accanto a una significativa minoranza che ha una professionalità elevata e che ha convenienza a non legarsi a un contratto rigido con una sola azienda, c’è una grande maggioranza di impiegati, operai, artigiani che viene utilizzata semplicemente per colmare le oscillazioni della produzione. Facciamo un esempio: il tanto decantato lavoro interinale riguarda per il 75 per cento mansioni operaie di bassa qualifica».
Quali sono i rischi che corrono questi lavoratori?
«Certamente il rischio maggiore è l’impossibilità di costruirsi una professionalità e una carriera. Quando si cambiano frequentemente non solo i datori di lavoro ma anche i settori di lavoro, si finisce per non acquisire esperienza. E questo è un rischio che dovrebbero calcolare non solo gli anziani ma anche i giovani che oggi sembrano attratti da orizzonti lavorativi che non vanno oltre i sei mesi, un anno».
Come scongiurare il pericolo di una forza lavoro dequalificata?
«Con quella che io chiamo la flessibilità sostenibile. In sostanza con forme di regolamentazione che evitino di trovarsi tra un po’ di tempo con una gran massa di lavoratori senza esperienza. Ciò che sarebbe certamente un danno per chi lavora ma finirebbe poi per tradursi anche in un costo aggiuntivo per le imprese».