L.R. 19 aprile 1999, n. 8 “Normativa organica del commercio in sede fissa”

L.R. 19-4-1999 n. 8
Normativa organica del commercio in sede fissa.
Pubblicata nel B.U. Friuli-Venezia Giulia 22 aprile 1999, n. 16, supplemento straordinario n. 4.

Epigrafe
Art. 1 – Principi generali e finalità.
Art. 2 – Definizioni.
Art. 3 – Settori merceologici.
Art. 4 – Ambito di applicazione.
Art. 5 – Requisiti di accesso all’attività.
Art. 6 – Esercizi di vicinato.
Art. 7 – Medie strutture di vendita.
Art. 8 – Grandi strutture di vendita.
Art. 8-bis – Piano per la grande distribuzione.
Art. 9 – Misure a sostegno delle aree montane ed urbane.
Art. 10 – Osservatorio regionale del commercio.
Art. 11 – Centri di assistenza tecnica alle imprese commerciali.
Art. 11-bis – Avvalimento da parte della Direzione regionale del commercio, del turismo e del terziario.
Art. 12 – Criteri per le scelte di localizzazione delle grandi strutture di vendita, dei centri commerciali al dettaglio e dei complessi commerciali. Art. 13 – Compatibilità dell’inserimento di attività commerciali di grande distribuzione con le previsioni degli strumenti urbanistici.
Art. 14 – Strumenti attuativi previsti per gli insediamenti in zona urbanistica Hc.
Art. 15 – Parere urbanistico.
Art. 16 – Modalità di applicazione degli standard urbanistici per le aree da riservare a parcheggio per gli esercizi commerciali.
Art. 17 – Criteri per le scelte di localizzazione degli esercizi di vicinato e delle medie strutture di vendita.
Art. 18 – Spacci interni.
Art. 19 – Distribuzione automatica.
Art. 20 – Vendita per corrispondenza, televisione o altri sistemi di comunicazione.
Art. 21 – Vendite dirette al domicilio dei consumatori o mediante contratti negoziati fuori dai locali commerciali.
Art. 22 – Esercizi che effettuano la vendita a soggetti diversi dal consumatore finale.
Art. 23 – Disposizioni concernenti il commercio equo e solidale.
Art. 23-bis – Commercio elettronico e certificazione di qualità.
Art. 23-ter – Definizioni.
Art. 24 – Misure per lo sviluppo del commercio elettronico.
Art. 24-bis – Investimenti finanziabili.
Art. 24-ter – Centri di assistenza tecnica.
Art. 24-quater – Criteri e modalità di concessione dei contributi.
Art. 25 – Orari degli esercizi di vendita al dettaglio.
Art. 26 – Disposizioni per le località turistiche.
Art. 27 – Sfera di applicazione e attività particolari di vendita.
Art. 28 – Orari dei pubblici esercizi.
Art. 29 – Pubblicità dei prezzi.
Art. 30 – Disciplina delle vendite di liquidazione.
Art. 31 – Disciplina delle vendite di fine stagione.
Art. 32 – Disciplina delle vendite promozionali.
Art. 33 – Vendite sottocosto.
Art. 34 – Disposizioni comuni alle vendite straordinarie.
Art. 35 – Sospensione e cessazione dell’attività.
Art. 36 – Subingresso.
Art. 37 – Sanzioni.
Art. 38 – Revoche.
Art. 39 – Modificazione dell’articolo 3 della legge regionale n. 15 del 1991.
Art. 40 – Modificazioni e integrazioni alla legge regionale n. 13 del 1992.
Art. 41 – Adempimenti dei Comuni.
Art. 42 – Disposizioni transitorie
Art. 43 – Regolamento di esecuzione.
Art. 44 – Abrogazioni.
Art. 45 – Norme finanziarie.
Art. 46 – Entrata in vigore.

L.R. 19 aprile 1999, n. 8 (1).
Normativa organica del commercio in sede fissa (2).
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(1) Pubblicata nel B.U. Friuli-Venezia Giulia 22 aprile 1999, n. 16, supplemento
straordinario n. 4.
(2) Con Delib.G.R. 13 luglio 2001, n. 2334 è stato approvato l’atto di indirizzo
e di determinazione dei criteri relativi al riordino del sistema di diffusione
della stampa quotidiana e periodica, nonché di coordinamento normativo con la
disciplina di cui alla presente legge.

Capo I – Disciplina del commercio: principi generali, definizioni ed ambito di
applicazione.
Art. 1
Principi generali e finalità.
1. La Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, al sensi dell’articolo 4, primo
comma, n. 6), della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1, disciplina con
la presente legge il settore del commercio in sede fissa in base ai seguenti
principi:
a) libertà di impresa, libera circolazione delle merci, libera concorrenza e
trasparenza del mercato;
b) tutela dei consumatori nelle sue componenti di garanzia
dell’approvvigionamento e del servizio sul territorio, della correttezza
dell’informazione, del rapporto tra qualità e prezzo delle merci, della
sicurezza dei prodotti, del contenimento dei prezzi;
c) sviluppo della rete distributiva regionale secondo criteri di efficienza e
modernizzazione, anche attraverso l’evoluzione tecnologica dell’offerta;
d) pluralismo ed equilibrio tra le diverse tipologie delle strutture
distributive e le diverse forme di vendita;
e) riconoscimento e valorizzazione del ruolo delle piccole e medie imprese;
f) salvaguardia e tutela del servizio commerciale nelle aree montane, rurali ed
urbane, con particolare riferimento alle aree a minore dotazione del servizio.
2. Nell’osservanza dei principi di cui al comma 1, sono perseguite le seguenti
finalità:
a) armonizzazione dell’evoluzione del settore distributivo con gli obiettivi
generali del Piano regionale di sviluppo;
b) assegnazione al comparto commerciale di un ruolo paritario con gli altri
settori produttivi, armonizzando il suo sviluppo con la complessiva evoluzione
del sistema economico e territoriale regionale;
c) valorizzazione del ruolo del commercio promuovendo la capacità di competere
con i sistemi distributivi delle regioni e degli stati contermini;
d) contenimento dei fenomeni di ulteriore saturazione delle aree a più forte
concentrazione commerciale e dei processi di ulteriore depauperamento del
tessuto commerciale delle aree territoriali più deboli;
e) tutela e riconoscimento del ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori
dipendenti.
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Art. 2
Definizioni.
1. Ai fini della presente legge si intendono (3):
a) per commercio all’ingrosso, l’attività svolta da chiunque professionalmente
acquisti merci in nome e per conto proprio e le rivenda ad altri commercianti
all’ingrosso o al dettaglio, o ad utilizzatori professionali, o ad altri
utilizzatori in grande;
b) per commercio al dettaglio, l’attività svolta da chiunque professionalmente
acquisti merci in nome e per conto proprio e le rivenda, su aree private in sede
fissa o mediante altre forme di distribuzione, direttamente al consumatore
finale;
c) per forme speciali di vendita al dettaglio:
1) la vendita a favore di dipendenti da parte di enti o imprese, pubblici o
privati, di soci di cooperative di consumo, di aderenti a circoli privati,
nonché la vendita nelle scuole, negli ospedali e nelle strutture militari
esclusivamente a favore di Coloro che hanno titolo ad accedervi;
2) la vendita per mezzo dì apparecchi automatici;
3) la vendita per corrispondenza o tramite televisione o altri sistemi di
comunicazione;
4) la vendita presso il domicilio dei consumatori;
d) per esercizi di vendita al dettaglio di vicinato, quelli con superficie di
vendita massima da determinarsi con apposita deliberazione della Giunta
regionale da adottarsi, acquisito il parere vincolante della Commissione
consiliare, entro il termine di 15 giorni dalla data di entrata in vigore della
presente legge in relazione alle caratteristiche socio – economiche del
territorio, anche in deroga al criterio della consistenza demografica, salvo
quanto previsto dall’articolo 6, comma 2, e nei limiti massimi fissati
dall’articolo 4, comma 1, lettera d), del decreto legislativo 31 marzo 1998, n.
114 (4);
e) per esercizi di vendita al dettaglio di media struttura, quelli con
superficie di vendita superiore a quella stabilita per gli esercizi di vicinato
dalla deliberazione della Giunta regionale di cui alla lettera d), salvo quanto
previsto dall’articolo 6, comma 2, e non superiore al limite da determinarsi con
la medesima deliberazione della Giunta regionale e comunque nei limiti massimi
fissati dall’articolo 4, comma 1, lettera e), del decreto legislativo n.
114/1998 (5);
f) per esercizi di vendita al dettaglio di grande struttura, quelli aventi
superficie di vendita superiore a quella massima determinata ai sensi della
lettera e);
g) per centro commerciale al dettaglio, un insieme di più distinti esercizi al
dettaglio concepiti e realizzati secondo un progetto unitario, con
infrastrutture e servizi gestiti unitariamente, in cui la prevalente
destinazione commerciale possa anche essere integrata da servizi all’utenza
diversi da quelli esclusivamente commerciali, incluse le attività di svago ed
intrattenimento, con esclusione delle attività di vendita all’ingrosso, la cui
superficie complessiva sia superiore a mq 1.500;
h) per complesso commerciale, un insieme di più distinti esercizi al dettaglio
insediati in uno o più edifici, funzionalmente o fisicamente integrati tra loro,
o che facciano parte di un unico piano attuativo, in cui la prevalente
destinazione commerciale possa anche essere integrata da servizi all’utenza
diversi da quelli esclusivamente commerciali, incluse le attività di svago ed
intrattenimento, la cui superficie complessiva sia superiore a mq 1.500;
i) per superficie di vendita di un esercizio al dettaglio, l’area alla quale ha
accesso il pubblico, compresa quella occupata dai banchi, dalle scaffalature o
quella comunque destinata a mostra od esposizione di merce, con esclusione
dell’area destinata ai magazzini o ai depositi, ai locali di lavorazione o agli
uffici ed ai servizi, nonché dell’area interna adibita a deposito dei carrelli;
l) per superficie di vendita di un centro commerciale al dettaglio e di un
complesso commerciale, quella risultante dalla somma delle superfici di vendita
degli esercizi di vendita al dettaglio appartenenti al centro o al complesso
commerciale;
m) per denuncia preventiva, la denuncia preventiva di inizio attività di cui
all’articolo 2 della legge regionale 8 agosto 1997, n. 27.
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(3) Con Delib.G.R. 23 aprile 1999, n. 1278 sono stati approvati i criteri per la
determinazione delle superfici di vendita degli esercizi commerciali, di cui al
presente comma.
(4) Lettera così modificata dall’art. 13, comma 15, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(5) Lettera così modificata dall’art. 13, comma 16, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.

Art. 3
Settori merceologici.
1. Gli esercizi di vendita al dettaglio sono assegnati ai seguenti due settori
merceologici:
a) generi alimentari;
b) generi non alimentari.
2. Ad ulteriori settori merceologici speciali sono segnati le farmacie, le
rivendite di generi di monopoli e gli impianti di distribuzione automatica di
carburanti.
3. I comuni possono istituire un settore merceologico speciale, riservato agli
esercizi di vicinato, per vendita al dettaglio in orario notturno, ovvero
nell’arco delle ventiquattr’ore senza soluzione di continuità, autorizzare ai
sensi dell’articolo 25, comma 10.
4. I Comuni anche se non ricompresi tra quelli di cui all’articolo 26, comma 1,
qualora interessati da flussi di turismo culturale, possono motivatamente
istituire un raggruppamento merceologico, per la vendita di prodotti culturali,
d’arte, di collezionismo e da ricordo (6).
5. L’esercizio della vendita al dettaglio per i prodotti dei settori
merceologici speciali, di cui ai commi 2 e non può essere effettuato
congiuntamente all’esercizio della vendita al dettaglio per i prodotti dei
settori merceologici di cui ai commi 1 e 4.
6. A partire dall’entrata in vigore del regolamento cui al comma 7, i soggetti
titolari di autorizzazione p l’esercizio dell’attività di vendita dei prodotti
appartenenti alle tabelle merceologiche di cui al D.P.G.R. 1° aprile 1990, n.
0170/Pres., possono vendere tutti i prodotti relativi al raggruppamento
merceologico omogeneo corrispondente, fatto salvo il rispetto dei requisiti
igienico – sanitari. L’autorizzazione è modificata d’ufficio con l’indicazione
del settore merceologico di appartenenza.
7. Con regolamento di esecuzione della presente legge si provvede:
a) ad assegnare le vigenti tabelle merceologiche settori merceologici di cui al
comma 1;
b) a stabilire i contenuti merceologici dei settori dei raggruppamenti
merceologici speciali di cui ai commi 2, 3 e 4.
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(6) Comma così sostituito dall’art. 24, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18. Il testo
originario era così formulato: «4. I comuni compresi negli ambiti turistici di c
all’allegato "A" della legge regionale 18 marzo 1991, 10, come modificato
dall’articolo 1, comma 1, della legge regionale 8 agosto 1991, n. 31, nonché gli
altri comuni, qualora interessati da flussi di turismo culturale possono
motivatamente istituire un raggruppamento merceologico, per la vendita di
prodotti culturali, d’arte, di collezionismo e da ricordo.».

Art. 4
Ambito di applicazione.
1. La presente legge non si applica nei confronti:
a) dei farmacisti e dei direttori di farmacie delle quali i comuni assumono
l’impianto e l’esercizio ai sensi della legge 2 aprile 1968, n. 475, e
successive modifiche, e della legge 8 novembre 1991, n. 362, e successive
modifiche, qualora pongano in vendita esclusivamente prodotti farmaceutici,
specialità medicinali, dispositivi medici e presidi medico – chirurgici, nonché
dei medici veterinari qualora pongano in vendita in forma diretta, con divieto
di pubblicizzazione e di esposizione, prodotti attinenti alla salute e al
benessere degli animali in cura (7);
b) dei titolari di rivendite di generi di monopolio, qualora vendano
esclusivamente generi di monopolio di cui alla legge 22 dicembre 1957, n. 1293,
e successive modificazioni, e al relativo regolamento di esecuzione, approvato
con decreto del Presidente della Repubblica 14 ottobre 1958, n. 1074, e
successive modificazioni;
c) delle associazioni dei produttori ortofrutticoli costituite al sensi della
legge 27 luglio 1967, n. 622, e successive modificazioni;
d) dei produttori agricoli, singoli o associati, i quali esercitino attività di
vendita di prodotti agricoli nei limiti di cui all’articolo 2135 del codice
civile, alla legge 25 marzo 1959, n. 125, e successive modificazioni, e alla
legge 9 febbraio 1963, n. 59, e successive modificazioni;
e) delle vendite di carburanti nonché degli oli minerali di cui all’articolo 1
del regolamento approvato con regio decreto 20 luglio 1934, n. 1303, e
successive modificazioni; per vendita di carburanti si intende la vendita dei
prodotti per uso di autotrazione, compresi i lubrificanti, effettuata negli
impianti di distribuzione automatica di cui all’articolo 16 del decreto legge 26
ottobre 1970, n. 745, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre
1970, n. 1034, e successive modificazioni, ed all’articolo 1, comma 2, della
legge regionale 23 aprile 1990, n. 17 (8);
f) degli artigiani, iscritti nell’apposito albo, nonché dei loro consorzi, e
degli industriali, e dei loro consorzi, per la vendita, nei locali di produzione
o nel locali a questi adiacenti, dei beni di produzione propria, ovvero per la
fornitura al committente dei beni accessori all’esecuzione delle opere o alla
prestazione del servizio;
g) dei pescatori e delle cooperative di pescatori, nonché dei cacciatori,
singoli o associati, che vendano al pubblico, al dettaglio, la cacciagione e i
prodotti ittici provenienti esclusivamente dall’esercizio della loro attività, e
di coloro che esercitano la vendita dei prodotti da essi direttamente e
legalmente raccolti su terreni soggetti ad usi civici nell’esercizio dei diritti
di erbatico, di fungatico e di diritti similari;
h) di chi venda o esponga per la vendita le proprie opere d’arte, nonché quelle
dell’ingegno a carattere creativo, comprese le proprie pubblicazioni di natura
scientifica od informativa, realizzate anche mediante supporto informatico;
i) della vendita dei beni del fallimento effettuata ai sensi dell’articolo 106
del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, e successive modificazioni;
l) dell’attività di vendita effettuata durante il periodo di svolgimento delle
fiere campionarie e delle mostre di, prodotti nei confronti dei visitatori,
purché riguardi le sole merci oggetto delle manifestazioni e non duri oltre il
periodo di svolgimento delle manifestazioni stesse;
m) degli Enti pubblici ovvero delle persone giuridiche private alle quali
partecipano lo Stato o Enti territoriali che vendano pubblicazioni o altro
materiale informativo, anche su supporto informatico, di propria o altrui
elaborazione, concernenti l’oggetto della loro attività, ovvero che effettuino
una attività di vendita all’interno di spazi destinati all’attività
istituzionale (9);
n) della vendita di merci nelle strutture ricettive, di cui alla legge regionale
18 aprile 1997, n. 17, limitatamente a quella effettuata agli alloggiati;
o) della vendita di prodotti connessi alle attività di parrucchiere, barbiere ed
estetista, nell’esercizio delle medesime;
p) delle vendite effettuate nei musei pubblici e privati;
q) delle vendite effettuate nei cinematografi e nei teatri;
r) delle vendite effettuate in occasione di manifestazioni culturali in genere,
sportive, politiche, religiose e similari, dai soggetti promotori delle stesse.
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(7) Lettera così sostituita dall’art. 8, comma 7, L.R. 15 maggio 2002, n. 13. Il
testo originario era così formulato: «a) dei farmacisti e dei direttori di
farmacie delle quali i comuni assumono l’impianto e l’esercizio ai sensi della
legge 2 aprile 1968, n. 475, e successive modificazioni, e della legge 8
novembre 1991, n. 362, e successive modificazioni, qualora pongano in vendita
esclusivamente prodotti farmaceutici, specialità medicinali, dispositivi medici
e presidi medico – chirurgici;».
(8) Per una deroga a quanto previsto dalla presente lettera vedi l’art. 13,
comma 53, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(9) Lettera così sostituita dall’art. 8, comma 8, L.R. 15 maggio 2002, n. 13. Il
testo originario era così formulato: «m) degli enti pubblici ovvero delle
persone giuridiche private alle quali partecipano lo Stato o enti territoriali
che vendano pubblicazioni o altro materiale informativo, anche su supporto
informatico, di propria o altrui elaborazione, concernenti l’oggetto della loro
attività;».

Capo II – Requisiti per l’esercizio dell’attività commerciale
Art. 5
Requisiti di accesso all’attività.
1. L’attività commerciale in sede fissa può essere esercitata con riferimento ai
settori merceologici individuati ai sensi dell’articolo 3.
2. Non possono esercitare l’attività commerciale:
a) coloro che siano stati dichiarati falliti, salvo che abbiano ottenuto la
riabilitazione;
b) coloro che abbiano riportato una condanna, con sentenza passata in giudicato,
per delitto non colposo, per il quale sia prevista una pena detentiva non
inferiore nel minimo a tre anni, sempre che sia stata applicata, in concreto,
una pena superiore al minimo edittale;
c) coloro che abbiano riportato una condanna a pena detentiva, accertata con
sentenza passata in giudicato, per uno dei delitti di cui ai titoli II e VIII
del libro II del codice penale, ovvero di ricettazione, riciclaggio, emissione
di assegni a vuoto, insolvenza fraudolenta, bancarotta fraudolenta, usura,
sequestro di persona a scopo di estorsione, rapina;
d) coloro che abbiano riportato due o più condanne a pena detentiva o a pena
pecuniaria, nell’ultimo quinquennio, accertate con sentenza passata in
giudicato, per uno dei delitti previsti dagli articoli 442, 444, 513, 513-bis,
515, 516 e 517 del codice penale, o per delitti di frode nella preparazione o
nel commercio degli alimenti, previsti da leggi speciali (10);
e) coloro che siano sottoposti ad una delle misure di prevenzione di cui alla
legge 27 dicembre 1956, n. 1423, o nei cui confronti sia stata applicata una
delle misure previste dalla legge 31 maggio 1965, n. 575, ovvero siano stati
dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza.
3. L’accertamento delle condizioni di cui al comma 2 è effettuato sulla base
delle disposizioni previste dall’articolo 688 del codice di procedura penale,
dall’articolo 10 della legge 4 gennaio 1968, n. 15, dall’articolo 10-bis della
legge n. 575 del 1965, come introdotto dall’articolo 20 della legge 13 settembre
1982, n. 646, e dall’articolo 18 della legge 7 agosto 1990, n. 241.
4. Il divieto di esercizio dell’attività commerciale di cui al comma 2, permane
per la durata di cinque anni a decorrere dal giorno in cui la pena sia stata
scontata o si sia in altro modo estinta. Il divieto non si applica, in base
all’articolo 166 del codice penale, qualora sia stata concessa la sospensione
condizionale della pena e sempre che non intervengano circostanze idonee a
incidere sulla revoca della sospensione stessa (11).
5. Al fine di dare attuazione alla finalità di cui all’articolo 1, comma 1,
lettera b), in relazione alla tutela dei consumatori, l’esercizio, in qualsiasi
forma, di un’attività commerciale relativa al settore merceologico alimentare di
cui all’articolo 3, comma 1, lettera a), anche se effettuata nei confronti di
una cerchia determinata di persone, è consentito a chi sia in possesso di uno
dei seguenti requisiti professionali:
a) avere frequentato, con esito positivo, un corso professionale per il
commercio relativo al settore merceologico alimentare di cui all’articolo 3,
comma 1, lettera a), istituito o riconosciuto dalla Regione con le modalità di
cui al comma 7;
b) avere esercitato in proprio, per almeno due anni nell’ultimo quinquennio,
l’attività di vendita all’ingrosso o al dettaglio di prodotti alimentari, o
avere prestato la propria opera, per almeno due anni nell’ultimo quinquennio,
presso imprese esercenti l’attività nel medesimo settore, in qualità di
dipendente. qualificato addetto alla vendita o all’amministrazione o, qualora
trattasi di coniuge o parente o affine, entro il terzo grado dell’imprenditore,
in qualità di coadiutore familiare, comprovata dalla iscrizione all’INPS;
c) essere stato iscritto nell’ultimo quinquennio al registro esercenti il
commercio istituito dalla legge 11 giugno 1971, n. 426, per uno dei gruppi
merceologici individuati dalle lettere da a) ad h) dell’articolo 12, comma 2,
del decreto ministeriale 4 agosto 1988, n. 375;
d) essere in possesso del diploma di laurea in un corso della facoltà di scienze
economiche ovvero di diploma di ragioniere o perito commerciale ovvero di titolo
equivalente.
6. Nel caso di società, il possesso di uno dei requisiti di cui al comma 5 è
richiesto con riferimento al legale rappresentante o ad altra persona
specificamente preposta all’attività commerciale; è parimenti richiesto per
tutti i preposti all’attività commerciale anche al di fuori della fattispecie di
società (12).Qualora l’attività commerciale non sia esercitata direttamente dal
titolare o dal legale rappresentante, il preposto deve essere in ogni caso
nominato (13). Nel caso di società, il possesso dei requisiti di cui al comma 2
è richiesto per i soggetti di cui all’articolo 2, comma 3, del decreto del
Presidente della Repubblica 3 giugno 1998, n. 252 (14).
7. Con regolamento di esecuzione della presente legge sono stabilite le modalità
di organizzazione, le esenzioni, la durata, le materie del corso professionale
di cui al comma 5, lettera a), in relazione al settore merceologico alimentare.
I corsi sono organizzati e gestiti direttamente, senza delega ad altri soggetti,
dai Centri di assistenza tecnica di cui all’articolo 11 e, nel caso in cui
questi ultimi non siano costituiti, dalle Camere di commercio, industria,
artigianato e agricoltura (15).
8. Per il settore merceologico alimentare, il corso professionale di cui al
comma 7 deve prevedere materie idonee a garantire l’apprendimento – oltre che
delle disposizioni relative alla salute, alla sicurezza e all’informazione del
consumatore – in particolare di quelle relative alla conservazione,
manipolazione e trasformazione degli alimenti, sia freschi che conservati (16).
9. L’esercizio dell’attività di commercio all’ingrosso, compreso quello relativo
ai prodotti ortofrutticoli, carnei ed ittici, è subordinato al possesso dei
requisiti del presente articolo.
9-bis. Al fine di elevare il livello professionale o di riqualificare gli
operatori in attività, i Centri di assistenza tecnica alle imprese commerciali
di cui all’articolo 11 organizzano e gestiscono direttamente appositi corsi di
aggiornamento, senza l’obbligo di superamento di specifici esami a conclusione
dei corsi medesimi (17).
9-ter. I corsi hanno per oggetto, oltre alle materie stabilite con il
regolamento di cui al comma 7, anche la disciplina relativa all’ambiente, alla
sicurezza e alla tutela e informazione dei consumatori, alle tecniche di
gestione della vendita (18).
9-quater. La durata e le modalità di organizzazione sono quelle stabilite con il
regolamento di cui al comma 7 (19).
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(10) Lettera così sostituita dall’art. 8, comma 9, L.R. 15 maggio 2002, n. 13.
Il testo originario era così formulato: «d) coloro che abbiano riportato due o
più condanne a pena detentiva o a pena pecuniaria. nel quinquennio precedente
all’inizio dell’esercizio dell’attività, accertate con sentenza passata in
giudicato, per uno dei delitti previsti dagli articoli 442, 444, 513, 513-bis,
515, 516 e 5 17 del codice penale, o per delitti di frode nella preparazione o
nel commercio degli alimenti, previsti da leggi speciali;».
(11) Comma così sostituito dall’art. 8, comma 10, L.R. 15 maggio 2002, n. 13. Il
testo originario era così formulato: «4. Il divieto di esercizio dell’attività
commerciale di cui al comma 2 permane per la durata di cinque anni a decorrere
dal giorno in cui la pena sia stata scontata o si sia in altro modo estinta,
ovvero, qualora sia stata concessa la sospensione condizionale della pena, dal
giorno del passaggio in giudicato della sentenza.».
(12) Periodo così modificato dall’art. 13, comma 17, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(13) Periodo aggiunto dall’art. 25, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(14) Periodo aggiunto dall’art. 13, comma 18, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(15) Comma così sostituito dall’art. 8, comma 11, L.R. 15 maggio 2002, n. 13. Il
testo originario era così formulato: «7. Con regolamento di esecuzione della
presente legge sono stabilite le modalità di organizzazione, le esenzioni, la
durata e le materie del corso professionale di cui al comma 5, lettera a), in
relazione al settore merceologico alimentare, garantendone l’effettuazione
tramite rapporti di convenzione con soggetti idonei; a tale fine sono sentite,
in via prioritaria, le organizzazioni imprenditoriali del commercio presenti a
livello regionale e gli enti da queste costituiti, le Camere di commercio,
industria, artigianato e agricoltura, gli ordini professionali competenti per
materia.».
Con riferimento al testo sostituito, soprariportato, vedi il D.P.G.R. 7 maggio
1999, n. 0146/Pres.
(16) Comma così modificato dall’art. 13, comma 19, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(17) Comma aggiunto dall’art. 8, comma 12, L.R. 15 maggio 2002, n. 13.
(18) Comma aggiunto dall’art. 8, comma 12, L.R. 15 maggio 2002, n. 13.
(19) Comma aggiunto dall’art. 8, comma 12, L.R. 15 maggio 2002, n. 13.

Capo III – Esercizio dell’attività di vendita al dettaglio sulle aree private in
sede fissa
Art. 6
Esercizi di vicinato.
1. L’apertura di nuovi esercizi di vicinato con superficie di vendita non
superiore a quella massima determinata ai sensi dell’articolo 2, comma 1,
lettera d), è soggetta alla denuncia preventiva.
2. Il limite della superficie di vendita, di cui al precedente comma 1, è
elevato al doppio di quella massima determinata al sensi dell’articolo 2, comma
1, lettera d), nei comuni che presentino le seguenti caratteristiche:
a) comuni classificati. montani per il totale della propria superficie
censuaria;
b) comuni privi di rete distributiva al dettaglio;
c) comuni con popolazione residente fino a 3.000 abitanti e non confinanti con
aree urbane commerciali o con poli commerciali.
3. L’individuazione dei comuni di cui al comma 2 è determinata con deliberazione
della Giunta regionale da emanarsi entro sessanta giorni dall’entrata in vigore
della presente legge (20).
4. Sono soggetti alla denuncia preventiva:
a) l’ampliamento della superficie di vendita, fino agli specifici limiti
stabiliti con la delibera di cui all’articolo 2, comma 1, degli esercizi di
vicinato;
b) il trasferimento di esercizi di vicinato con superficie di vendita non
superiore agli specifici limiti stabiliti con la delibera di cui all’articolo 2,
comma 1, a condizione che il trasferimento avvenga nell’àmbito del territorio
comunale;
c) la concentrazione di almeno due esercizi di vicinato anche di settori
merceologici diversi in un nuovo esercizio con superficie di vendita non
superiore al doppio del limite stabilito alla lettera a) del presente comma
(21).
5. [Gli esercizi, corrispondenti a medie strutture di vendita ottenuti con le
concentrazioni di cui alla lettera c) del comma 4 non possono essere oggetto di
trasferimento per concentrazione in grandi strutture di vendita] (22).
6. Al fine di salvaguardare il mantenimento di una rete distributiva nelle aree
deboli del territorio, gli esercizi di vicinato attivati con i limiti di cui al
comma 2 non possono essere oggetto di trasferimento per concentrazione in grandi
strutture di vendita.
7. Le disposizioni del comma 1 hanno efficacia dal novantesimo giorno successivo
all’entrata in vigore della presente legge.
8. Fino all’entrata in vigore dei commi 1 e 2, le autorizzazioni amministrative
sono rilasciate con le procedure di cui all’articolo 3 della legge regionale n.
27 del 1997, nell’osservanza delle previsioni dei Piani comunali di sviluppo ed
adeguamento della rete distributiva, di cui all’articolo 12 della legge n. 426
del 1971, vigenti alla data di entrata in vigore della legge, oppure, in assenza
di piano, dei criteri di cui all’articolo 18 della legge regionale 24 maggio
1988, n. 36.
————————
(20) Con Delib.G.R. 23 aprile 1999, n. 1278 sono stati approvati i criteri per
la determinazione delle superfici di vendita degli esercizi commerciali, di cui
al presente comma.
(21) Il presente comma, già modificato dall’art. 8, comma 13, L.R. 15 maggio
2002, n. 13, è stato poi così sostituito dall’art. 23, comma 1, lettera a), L.R.
30 aprile 2003, n. 12. Il testo precedente era così formulato: «4. È soggetto:
a) all’autorizzazione di cui all’articolo 7, comma 2, l’ampliamento della
superficie di vendita, fino agli specifici limiti stabiliti con la delibera di
cui all’articolo 2, comma 1, degli esercizi di vicinato, comunque
originariamente autorizzati o attivati; nella fattispecie di ampliamento di
esercizi di vicinato con superficie originaria inferiore al limite di superficie
fissato per tale fattispecie tipologica, l’autorizzazione integra e sostituisce
la denuncia di ampliamento sino al limite di superficie fissato per gli esercizi
di vicinato;
b) a denuncia preventiva, il trasferimento di esercizi di vicinato con
superficie di vendita non superiore agli specifici limiti stabiliti con la
delibera di cui all’articolo 2, comma 1, a condizione che il trasferimento
avvenga nell’ambito del territorio comunale;
c) all’autorizzazione di cui all’articolo 7, comma 2, la concentrazione di
almeno due esercizi di vicinato dello stesso settore merceologico in un nuovo
esercizio con superficie di vendita non superiore al doppio del limite stabilito
alla lettera a) del presente comma.».
(22) Comma abrogato dall’art. 23, comma 1, lettera b), L.R. 30 aprile 2003, n.
12.

Art. 7
Medie strutture di vendita.
1. Con regolamento di esecuzione della presente legge (23), consultate le
organizzazioni di categoria degli operatori commerciali, le associazioni di
tutela dei consumatori, le organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti,
nonché le associazioni dei comuni, delle province e delle Comunità montane,
sentita la Commissione consiliare competente, sono emanate disposizioni in
materia di urbanistica commerciale e di programmazione per le medie strutture di
vendita al fine di:
a) definire un modello territoriale generale della rete commerciale al dettaglio
nella Regione, finalizzato all’individuazione delle aree metropolitane ed urbane
omogenee, dei bacini sovracomunali di utenza, delle aree di minore consistenza
demografica e socio – economica;
b) determinare i parametri, soggetti a revisione biennale, ad uso dei comuni per
la valutazione del rapporto tra l’evoluzione della domanda potenziale dei
consumi della popolazione residente, di quella in attrazione, turistica e di
passaggio, e l’evoluzione dell’offerta di esercizi commerciali al dettaglio.
2. I comuni, in conformità al regolamento di cui al comma 1, sentite le
organizzazioni di categoria degli operatori commerciali e le associazioni di
tutela dei consumatori, provvedono all’approvazione di criteri e modalità per il
rilascio delle autorizzazioni amministrative per medie strutture di vendita,
nonché per gli esercizi di vicinato e per le medie strutture di vendita che si
collocano all’interno di centri commerciali al dettaglio o di complessi
commerciali, contenenti, in particolare, i seguenti elementi:
a) urbanistici, in ordine alla delimitazione delle aree edificate, dei centri
storici, degli edifici nei centri storici soggetti a regime vincolistico, delle
aree soggette ad interventi di recupero e riqualificazione urbanistica e
commerciale;
b) commerciali, in ordine alla valutazione del rapporto tra l’evoluzione della
domanda potenziale dei consumi della popolazione residente, in attrazione,
turistica e di passaggio, e l’evoluzione dell’offerta di esercizi commerciali al
dettaglio, con riguardo ai diversi settori merceologici, secondo i parametri di
cui al comma 1, lettera b);
c) numerici, in ordine al numero delle nuove autorizzazioni amministrative
rilasciabili per medie strutture di vendita nel diversi settori merceologici.
2-bis. L’apertura, il trasferimento di sede, l’ampliamento e la concentrazione
delle medie strutture aventi superficie di vendita non superiore a quella
massima raggiungibile ai sensi dell’articolo 6, comma 4, lettera c), non sono
assoggettati ai parametri di cui al comma 1, lettera b) (24).
3. Le autorizzazioni amministrative di cui al comma 2 sono soggette al silenzio
assenso di cui all’articolo 3 della legge regionale n. 27/1997. Le fattispecie
di cui al comma 2-bis sono soggette alla denuncia preventiva (25).
4. Il trasferimento delle medie strutture di vendita è soggetto
all’autorizzazione di cui al comma 2, a condizione che avvenga nell’ambito del
territorio comunale.
5. L’ampliamento della superficie di vendita non oltre il 50 per cento della
superficie originale e, in ogni caso, fino al limite massimo stabilito ai sensi
dell’articolo 2, comma 1, lettera e), delle medie strutture di vendita, comunque
originariamente autorizzate od attivate, è soggetto all’autorizzazione di cui al
comma 2.
6. Fino all’entrata in vigore del regolamento di cui al comma 1 ed
all’approvazione dei criteri e delle modalità di cui al comma 2, le
autorizzazioni amministrative sono rilasciate con le procedure di cui
all’articolo 3 della legge regionale n. 27 del 1997, nell’osservanza delle
previsioni dei Piani comunali di sviluppo ed adeguamento della rete
distributiva, di cui all’articolo 12 della legge n. 426 del 1971, vigenti alla
data di entrata in vigore della presente legge, oppure, in assenza di piano, dei
criteri di cui all’articolo 18 della legge regionale n. 36 del 1988, per
l’apertura di esercizi al dettaglio fino al limite di superficie di vendita di
mq 400, elevato, per i soli esercizi definiti "supermercati di quartiere", fino
a mq 800 nei comuni con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti.
7. Fino all’entrata in vigore del regolamento di cui al comma 1 ed
all’approvazione dei criteri e delle modalità di cui al comma 2, l’apertura di
esercizi al dettaglio con superficie di vendita superiore a mq 400 e non
superiore a mq 800, salvo quanto previsto per i "supermercati di quartiere" nel
comuni con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti, è soggetta al
nullaosta regionale di cui all’articolo 3 della legge regionale 7 settembre
1990, n. 41.
8. Il nulla osta regionale di cui al comma 7 viene rilasciato esclusivamente nel
limite quantitativo delle superfici incrementali residue di cui all’articolo 4,
comma 1, del D.P.G.R. 9 aprile 1991, n. 0130/Pres., e del relativo Allegato "C",
e in conformità al comma 8, lettera a), del medesimo articolo 4. Tra le
superfici incrementali residue non possono essere inclusi eventuali contingenti
per la grande distribuzione, diversi dalla programmazione di esercizi con
superficie non superiore a mq 400 da inserirsi nel centri commerciali al
dettaglio previsti dai Piani comunali di sviluppo ed adeguamento della rete
distributiva.
————————
(23) Vedi, al riguardo, il regolamento approvato con D.P.Reg. 21 maggio 2003, n.
0138/Pres.
(24) Comma aggiunto dall’art. 23, comma 2, lettera a), L.R. 30 aprile 2003, n.
12.
(25) Comma così sostituito dall’art. 23, comma 2, lettera b), L.R. 30 aprile
2003, n. 12. Il testo originario era così formulato: «3. Alle autorizzazioni
amministrative di cui al comma 2 si applica l’articolo 3 della legge regionale
n. 27 del 1997».

Art. 8
Grandi strutture di vendita.
1. Con regolamento di esecuzione della presente legge (26), consultate le
organizzazioni di categoria degli operatori commerciali, le associazioni di
tutela dei consumatori, le organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti,
nonché le associazioni dei comuni, delle province e delle Comunità montane,
sentita la Commissione consiliare competente, sono emanate disposizioni in
materia di urbanistica commerciale e di programmazione per le grandi strutture
di vendita al fine di:
a) definire un modello territoriale generale della rete commerciale al dettaglio
nella Regione, finalizzato all’individuazione delle aree metropolitane ed urbane
omogenee, dei bacini sovracomunali di utenza, delle aree di minore consistenza
demografica e socio-economica;
b) prevedere, per i comuni che intendano allocare nel loro territorio grandi
strutture di vendita, la formazione di un Piano di settore del commercio ad
integrazione degli strumenti urbanistici comunali, avente i seguenti contenuti:
delimitazione delle aree edificate, dei centri storici, degli edifici nel centri
storici soggetti a regime vincolistico, delle aree soggette ad interventi di
recupero e riqualificazione urbanistica e commerciale; individuazione delle zone
omogenee destinate all’allocazione delle grandi strutture di vendita, sia per le
zone omogenee previste dall’articolo 13, comma 2, sia per le zone commerciali
proprie previste dall’articolo 13, comma 10, nell’osservanza dei criteri di cui
all’articolo 12;
c) disciplinare le modalità relative al divieto di rilascio della concessione od
autorizzazione edilizia inerenti l’immobile o il complesso di immobili in
assenza dell’autorizzazione all’apertura di una grande struttura di vendita;
d) determinare parametri e indici numerici, soggetti a revisione quadriennale,
finalizzati alla individuazione delle aree e delle condizioni per la
disponibilità di superfici destinabili alle grandi strutture di vendita;
e) individuare le condizioni di ammissibilità dei trasferimenti e delle
concentrazioni di preesistenti esercizi di vicinato e medie strutture di vendita
ai fini dell’apertura di grandi strutture di vendita in singoli esercizi, centri
commerciali al dettaglio e complessi commerciali;
f) individuare le condizioni di ammissibilità dei trasferimenti e degli
ampliamenti delle grandi strutture di vendita, dei centri commerciali al
dettaglio e dei complessi commerciali;
g) determinare il rapporto di composizione tra piccole, medie e grandi strutture
di vendita all’interno di centri commerciali al dettaglio e complessi
commerciali.
2. L’apertura, l’ampliamento ed il trasferimento delle grandi strutture di
vendita, strutturate in singoli esercizi o centri commerciali al dettaglio o
complessi commerciali, sono soggetti ad autorizzazione del Comune.
3. Le domande di rilascio dell’autorizzazione sono esaminate da una Conferenza
di servizi indetta dalla Regione, entro quaranta giorni dal ricevimento,
composta da tre membri, rappresentanti rispettivamente la Regione, la Provincia
ed il Comune, che decide in base al regolamento di cui al comma 1 e previa
assunzione del parere di cui al comma 5; le deliberazioni della Conferenza sono
adottate a maggioranza dei componenti entro sessanta giorni dalla convocazione
ed il rilascio dell’autorizzazione è subordinato al parere favorevole del
rappresentante della Regione. La Regione è rappresentata dall’Assessore al
commercio e turismo o da un suo delegato.
3-bis. Nel caso in cui nella Conferenza di servizi di cui al comma 3 il solo
rappresentante della Regione esprima parere contrario al rilascio
dell’autorizzazione, la Regione, in caso di contenzioso, è titolare dell’azione
giudiziale e ne assume la rappresentanza in giudizio ed i relativi oneri (27).
4. Qualora non venga comunicato il provvedimento di diniego entro il termine di
cento giorni dal ricevimento della domanda, la stessa deve considerarsi accolta.

5. La Conferenza di servizi acquisisce obbligatoriamente il parere
dell’Osservatorio regionale del commercio di cui all’articolo 10.
6. Fino all’entrata in vigore del regolamento di cui al comma 1 ed
all’adeguamento, da parte dei comuni, a quanto previsto nel comma 1, lettera b),
si applicano le norme di cui alla legge regionale n. 41/1990 e successive
modificazioni ed integrazioni (28).
7. Il nullaosta regionale, di cui all’articolo 3 della legge regionale n. 41 del
1990, viene rilasciato esclusivamente nel limite quantitativo delle superfici
incrementali residue di cui all’articolo 4, comma 1, del D.P.G.R. 9 aprile 1991,
n. 0130/Pres., e del relativo Allegato "C", e in conformità al comma 8, lettera
a), del medesimo articolo 4. Tra le superfici incrementali residue non possono
essere inclusi eventuali contingenti per la grande distribuzione, diversi dalla
programmazione di esercizi con superficie non superiore a mq 400 da inserirsi
nel centri commerciali al dettaglio, previsti dal Piani comunali di sviluppo ed
adeguamento della rete distributiva.
8. In via transitoria, per un periodo non superiore a due anni dalla data di
entrata in vigore della presente legge, gli ampliamenti, le nuove aperture di
grandi strutture di vendita, di centri commerciali al dettaglio e di complessi
commerciali sono ammessi mediante trasferimento e concentrazione di preesistenti
esercizi di vicinato e medie strutture di vendita, con assegnazione di priorità
alle domande di rilascio che prevedano il reimpiego di almeno il 70 per cento
degli addetti impiegati nelle attività da trasferire e concentrare.
9. Per le finalità di cui al comma 1, lettera b), e secondo i principi di cui
all’articolo 1, comma 2, lettera d), ed i criteri di cui al successivo articolo
12, i comuni possono procedere alla formazione del Piano di settore del
commercio ad integrazione degli strumenti urbanistici comunali, in forma
associata. In tale ipotesi, il Piano di settore approvato dai singoli Consigli
comunali è trasmesso alla Regione la quale, entro novanta giorni dal
ricevimento, può esprimere riserve vincolanti nel solo caso in cui verifichi
contrasti con gli indirizzi di natura ambientale o infrastrutturale del vigente
Piano urbanistico regionale (PUR) ovvero del Piano territoriale regionale
generale qualora in vigore.
10. Il Piano di settore di cui al comma 9 tiene luogo, per i comuni a tal fine
associati, agli adempimenti di cui al comma 2 dell’articolo 7, all’articolo 15,
all’articolo 17, al comma 2 dell’articolo 41 (29). Negli stessi comuni le
autorizzazioni di cui al comma 2 del presente articolo vengono rilasciate in
deroga alle procedure di cui ai commi 3, 4 e 5.
11. Fatta eccezione per i comuni facenti parte di Comunità montane, la base
demografica minima da raggiungere fra i comuni che intendono formare il Piano di
settore di cui al comma 9 in forma associata, è fissata nel limite di 30.000
abitanti.
12. Il Piano di settore di cui al comma 9 segue, al fini della adozione e
approvazione, le procedure di cui all’articolo 34 della legge regionale 19
novembre 1991, n. 52, come modificato dall’articolo 5, comma 1, della legge
regionale 12 novembre 1997, n. 34.
13. L’entrata in vigore del Piano di settore di cui al comma 9 comporta la
decadenza dei precedenti atti vigenti nei singoli Comuni (30).
————————
(26) Vedi, al riguardo, il regolamento approvato con D.P.Reg. 21 maggio 2003, n.
0138/Pres.
(27) Comma aggiunto dall’art. 49, L.R. 15 febbraio 2000, n. 1.
(28) Comma così modificato dall’art. 13, comma 20, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
Per l’interpretazione autentica del presente comma, vedi l’art. 37, comma 1,
L.R. 4 giugno 2004, n. 18.
(29) Periodo così modificato dall’art. 26, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(30) Comma così modificato dall’art. 13, comma 21, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.

Art. 8-bis
Piano per la grande distribuzione.
1. La Giunta regionale approva il Piano per la grande distribuzione, previo
parere della competente Commissione consiliare, con il quale vengono individuate
le aree potenzialmente idonee all’insediamento di strutture di vendita con
superficie coperta complessiva superiore a 15.000 mq., in attuazione alle
disposizioni di cui all’articolo 8, comma 1, lettera b), tenuto conto delle
esigenze di equilibrato e armonico sviluppo del sistema distributivo regionale,
di salvaguardia e buon uso del territorio, nonché dell’interesse dei
consumatori.
2. L’insediamento di nuove strutture di vendita con superficie coperta
complessiva superiore a 15.000 mq. o l’ampliamento di strutture esistenti
comportante una superficie coperta complessiva superiore a 15.000 mq. sono
subordinati alla preventiva approvazione del Piano di settore del commercio di
cui all’articolo 8, comma 1, lettera b), da parte dei Comuni che intendono
allocare sul proprio territorio le suddette strutture.
3. I Piani del settore del commercio di cui al comma 2 devono uniformarsi alle
previsioni del Piano per la grande distribuzione (31).
————————
(31) Articolo aggiunto dall’art. 1, comma 1, L.R. 12 novembre 2004, n. 27 (vedi
anche il comma 3 del medesimo articolo).

Capo IV – Disposizioni particolari
Art. 9
Misure a sostegno delle aree montane ed urbane.
1. Per favorire lo sviluppo della rete commerciale nelle aree montane e
marginali, e per riqualificare la rete distributiva nei centri storici i comuni
possono:
a) prevedere la facoltà di svolgere congiuntamente in un solo esercizio
l’attività di vendita per tutti i settori merceologici di cui all’articolo 3 e
altri servizi di particolare interesse per la collettività, eventualmente in
convenzione con soggetti pubblici o privati, qualora siano compresi tra quelli
di cui all’articolo 6, comma 2, lettere a) e b); prevedere la facoltà per i
pubblici esercizi, compresi nella tipologia di cui all’articolo 5, comma 1,
lettera b), della legge 25 agosto 1991, n. 287, di svolgere contemporaneamente
l’attività di vendita di generi alimentari di prima necessità, nel rispetto dei
requisiti di cui all’articolo 5, comma 5, e delle norme igienico – sanitarie,
qualora siano compresi tra quelli di cui all’articolo 6, comma 2, lettera b),
ovvero, nelle frazioni e località sprovviste di rete distributiva al dettaglio,
anche nel caso di comuni compresi tra quelli di cui al medesimo articolo 6,
comma 2, lettera a);
b) disporre, per i centri storici, le aree o gli edifici aventi valore storico,
archeologico, artistico e ambientale, condizioni particolari nel criteri e nelle
modalità di cui all’articolo 7, comma 2, nonché nei Piani di settore del
commercio, di cui all’articolo 8, comma 1, lettera b), relativamente alla
localizzazione e alla apertura degli esercizi di vendita, in particolare al fine
di rendere compatibili i servizi commerciali con le funzioni territoriali in
ordine alla viabilità ed all’arredo urbano;
c) sospendere, per i centri storici, e per un periodo non superiore a due anni
dall’entrata in vigore della presente legge, l’apertura degli esercizi di
vicinato sulla base di una specifica valutazione circa l’impatto dei nuovi
esercizi sull’apparato distributivo e sul tessuto urbano ed in relazione a
programmi di qualificazione della rete commerciale finalizzati alla
realizzazione di infrastrutture e servizi adeguati alle esigenze dei
consumatori, sentite le organizzazioni di categoria degli operatori commerciali
e le associazioni di tutela dei consumatori.
2. La Regione può prevedere l’esenzione da tributi regionali delle attività di
cui al comma 1, lettera a); per le medesime attività i comuni possono stabilire
particolari agevolazioni, fino alla totale esenzione, per i tributi di loro
competenza.
————————

Art. 10
Osservatorio regionale del commercio.
1. È istituito l’Osservatorio regionale del commercio il quale svolge le
seguenti funzioni:
a) monitorare la consistenza, la modificazione e l’efficienza della rete
regionale distributiva al dettaglio, anche in coordinamento con l’Osservatorio
nazionale costituito presso il Ministero dell’industria, del commercio e
dell’artigianato;
b) predisporre, in relazione ai risultati del monitoraggio di cui alla lettera
a), anche in collaborazione con i Centri di assistenza tecnica alle imprese
commerciali, di cui all’articolo 11, proposte e programmi per il miglior
raggiungimento delle finalità di cui all’articolo 1, comma 1, lettere da b) a f)
e comma 2, lettera d);
c) esprimere il parere di cui all’articolo 8, comma 5, in relazione all’esame
delle domande di rilascio del l’autorizzazione all’apertura, all’ampliamento ed
al trasferimento delle grandi strutture di vendita da parte della Conferenza di
servizi, di cui all’articolo 8, comma 3;
d) coordinare, anche in collaborazione con i Centri di assistenza tecnica alle
imprese commerciali, di cui all’articolo 11, i programmi di attività di
formazione e aggiornamento in materia di innovazione tecnologica e
organizzativa.
2. L’Osservatorio regionale del commercio è composto da:
a) l’Assessore regionale al commercio e turismo, che lo presiede;
b) il Direttore regionale del commercio e del turismo o suo sostituto;
c) il Direttore regionale della pianificazione territoriale o suo sostituto;
d) tre rappresentanti delle associazioni dei comuni, delle province e belle
Comunità montane;
e) tre rappresentanti delle organizzazioni di categoria degli operatori
commerciali, maggiormente rappresentative sul territorio regionale;
f) un rappresentante delle associazioni di tutela dei consumatori;
g) un rappresentante delle organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti,
maggiormente rappresentative sul territorio regionale;
h) un rappresentante dell’Unione regionale delle Camere di commercio, industria,
artigianato ed agricoltura;
i) un rappresentante delle organizzazioni della cooperazione;
l) un rappresentante degli ordini professionali.
3. Al fine dello svolgimento delle funzioni di cui al comma 1, lettera a), i
Comuni provvedono a comunicare all’Osservatorio la consistenza della rete
distributiva esistente, e le modificazioni della stessa derivanti da nuove
aperture, trasferimenti ed ampliamenti degli esercizi di vicinato, delle medie e
grandi strutture di vendita, strutturate in singoli esercizi, centri e complessi
commerciali, i criteri e le condizioni di cui all’articolo 7, comma 2, i Piani
di settore di cui all’articolo 8, le deliberazioni della Conferenza di cui
all’articolo 8, comma 3, nonché le determinazioni di cui all’articolo 9, comma
1, lettera c), le variazioni di titolarità e le cessazioni (32).
4. La Regione, in collaborazione con i comuni e le Camere di commercio,
industria, artigianato e agricoltura, predispone un sistema informatizzato di
rilevazione ed elaborazione dei dati necessari allo svolgimento della funzione
di cui al comma 1, lettera a).
5. La Direzione regionale del commercio e del turismo assicura supporto tecnico
e amministrativo all’Osservatorio.
6. Con deliberazione della Giunta regionale sono disciplinate le modalità di
funzionamento dell’Osservatorio (33).
6-bis. Resta fermo il principio secondo il quale, in caso di parità nei voti
decisionali dell’Osservatorio, prevale il voto del presidente (34).
————————
(32) Comma così sostituito dall’art. 37, comma 2, L.R. 4 giugno 2004, n. 18. Il
testo originario era così formulato: «3. Al fine dello svolgimento delle
funzioni di cui al comma 1, lettera a), i comuni provvedono a comunicare
all’Osservatorio la consistenza della rete distributiva esistente, e,
successivamente, le modificazioni della stessa derivanti da nuove aperture,
trasferimenti ed ampliamenti degli esercizi di vicinato, delle medie e grandi
strutture di vendita, strutturate in singoli esercizi, centri e complessi
commerciali, i criteri e le condizioni di cui all’articolo 7, comma 2, le
deliberazioni della Conferenza di cui all’articolo 8, comma 3, nonché le
determinazioni di cui all’articolo 9, comma 1, lettera c), le variazioni di
titolarità e le cessazioni.».
(33) Vedi, al riguardo, il regolamento approvato con D.P.G.R. 1° marzo 2000, n.
060/Pres.
(34) Comma aggiunto dall’art. 8, comma 14, L.R. 15 maggio 2002, n. 13.

Art. 11
Centri di assistenza tecnica alle imprese commerciali.
1. Con la finalità di dare impulso ai processi di ammodernamento della rete
distributiva regionale, possono essere istituiti Centri di assistenza tecnica
alle imprese commerciali, costituiti, anche in forma consortile, dalle
organizzazioni di categoria degli operatori commerciali rappresentative a
livello provinciale o regionale; i Centri di assistenza alle imprese sono
autorizzati dalla Regione all’esercizio delle attività previste dal loro
statuto, con modalità da definirsi con apposita deliberazione della Giunta
regionale, da emanarsi entro il termine di trecentosessantacinque giorni
dall’entrata in vigore della presente legge, nella quale dovranno essere
previste relative misure di sostegno finanziario per la loro attività (35).
2. I Centri di cui al comma 1 svolgono, a favore delle imprese, siano esse
associate o meno alle organizzazioni di categoria, attività di assistenza
tecnica, formazione e aggiornamento in materia di innovazione tecnologica e
organizzativa, gestione economica e finanziaria di impresa, accesso ai
finanziamenti, anche comunitari, sicurezza e tutela dei consumatori, tutela
dell’ambiente, igiene e sicurezza sul lavoro e tutte le altre materie
eventualmente previste dallo statuto di cui al comma 1, comprese le attività
indirizzate alla eventuale certificazione di qualità degli esercizi del
commercio, turismo e servizi, in quanto compatibili con le finalità di cui al
comma 1.
3. Le Amministrazioni pubbliche possono avvalersi dei Centri medesimi allo scopo
di facilitare il rapporto con le imprese utenti.
————————
(35) Il D.P.G.R. 5 giugno 2000, n. 0188/Pres. ha approvato il regolamento
concernente le disposizioni delle modalità di funzionamento per l’ottenimento
dell’autorizzazione regionale e delle misure di sostegno finanziario dei centri
di assistenza tecnica alle imprese commerciali di cui al presente articolo. Con
D.P.Reg. 11 luglio 2001, n. 0260/Pres. è stato approvato il regolamento per
l’assegnazione dei contributi a favore dei centri assistenza tecnica.

Art. 11-bis
Avvalimento da parte della Direzione regionale del commercio, del turismo e del
terziario.
1. Anche in attuazione di quanto previsto dall’articolo 11, comma 3, la
Direzione regionale del commercio, del turismo e del terziario può avvalersi,
nelle proprie attività istruttorie, dei CAT, dei Centri di coordinamento tra gli
stessi e dei Consorzi Garanzia Fidi tra piccole e medie imprese commerciali e
turistiche (CON.GA.FI.), secondo le modalità contenute nel regolamento approvato
dalla Giunta regionale (36).
2. Restano ferme le funzioni di assistenza esercitate dai CAT ai sensi
dell’articolo 4, comma 2, della legge regionale 12 febbraio 2001, n. 3.
3. Le attività delegate ai CAT dalla Direzione regionale del commercio, del
turismo e del terziario, compresa l’attività di formazione di cui all’articolo 5
della presente legge e all’articolo 13, comma 48, secondo periodo, della legge
regionale 3 luglio 2000, n. 13, devono essere gestite e organizzate direttamente
dai CAT (37).
4. I corsi professionali abilitanti per l’iscrizione al Ruolo mediatori di cui
alla legge 3 febbraio 1989, n. 39, modificata dall’articolo 18 della legge 5
marzo 2001, n. 57, sono organizzati e gestiti direttamente dai CAT.
5. I corsi professionali abilitanti per l’iscrizione al Ruolo Agenti e
Rappresentanti di cui alla legge 3 maggio 1985, n. 204, sono organizzati e
gestiti direttamente dai CAT (38).
————————
(36) Vedi, al riguardo, il regolamento approvato con D.P.Reg. 4 dicembre 2002,
n. 0368/Pres.
(37) Comma così modificato dall’art. 27, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(38) Articolo aggiunto dall’art. 8, comma 15, L.R. 15 maggio 2002, n. 13, poi
così modificato come indicato nella nota che precede.

Capo V – Disposizioni in materia di urbanistica commerciale
Art. 12
Criteri per le scelte di localizzazione delle grandi strutture di vendita, dei
centri commerciali al dettaglio e dei complessi commerciali.
1. L’insediamento delle grandi strutture di vendita, dei centri commerciali al
dettaglio e dei complessi commerciali deve tendere al riequilibrio tra le aree
urbane centrali ed il contesto insediativo urbano complessivo, nel mantenimento
della pluralità e della interconnessione tra le diverse funzioni del territorio,
le destinazioni urbanistiche e le attrezzature infrastrutturali.
2. Nell’osservanza dell’indirizzo di cui al comma 1, nella scelta della
localizzazione sono privilegiate le aree con elevato livello di accessibilità
agli assi viari primari e secondari esistenti, con forte livello relazionale e
di comunicazione con le aree urbane centrali e con rilevante interconnessione
con altri servizi e poli di attrazione rivolti all’utenza commerciale.
3. I criteri di indirizzo per la scelta di localizzazione devono essere
informati:
a) alla salvaguardia ed alla razionalizzazione della funzionalità della rete
viaria primaria e secondaria;
b) alla congruenza ambientale dell’intervento previsto con l’osservanza dei
valori storico – architettonici, culturali, paesaggistici, naturalistici ed
insediativi del contesto, e con il rispetto delle norme vigenti nei singoli
settori.
4. Per le finalità di cui al comma 3, lettera a), non è ammissibile la
localizzazione lungo assi viari non ancora interessati da consistenti
insediamenti commerciali o produttivi, ovvero ove esistano condizioni di
difficile accessibilità, a meno che non siano previste espressamente soluzioni
tecniche atte a rimuovere i fenomeni di congestione già esistenti, nel rispetto
dell’armonia con le caratteristiche del contorno insediativo.
5. Per le finalità di cui al comma 3, lettera a), i soggetti promotori devono
realizzare, antecedentemente all’attivazione delle grandi strutture di vendita,
opere di raccordo con la viabilità che assicurino scorrevolezza negli accessi in
entrata ed uscita, garantendo piste di decelerazione ed arretramenti
dell’edificato tali da consentire la realizzazione di corsie laterali di
servizio.
————————

Art. 13
Compatibilità dell’inserimento di attività commerciali di grande distribuzione
con le previsioni degli strumenti urbanistici.
1. I comuni valutano la necessità di inserire in zona commerciale, individuata
con variante allo strumento urbanistico, le attività commerciali che, per
dimensioni, localizzazione e tipi di flussi che inducono, possono considerarsi
eventi rilevanti dal punto di vista urbanistico.
2. Gli esercizi commerciali, i complessi commerciali e i centri commerciali al
dettaglio con superficie coperta complessiva superiore a mq. 5.000 (39) vanno
inseriti in zona urbanistica commerciale propria; a tale fine viene istituita la
zona omogenea HC "Zona per grandi strutture di vendita superiori a mq. 5.000" da
individuarsi con variante allo strumento urbanistico vigente prioritariamente
nelle zone commerciali, già previste dagli strumenti urbanistici vigenti,
qualora siano soddisfatte le condizioni di cui all’articolo 12 (40) (41).
3. La superficie coperta di un edificio è la sua proiezione ortogonale sul lotto
di pertinenza; per superficie coperta complessiva, ai sensi del comma 2, si
intende la superficie coperta destinata ad attività commerciale, inclusi anche
uffici, depositi, locali di lavorazione, servizi, ecc., come somma dei singoli
piani, qualora l’attività si svolga in un edificio su più piani.
4. [Ai fini dell'applicazione del comma 2, sono compresi nei complessi
commerciali gli insediamenti con superficie coperta complessiva superiore a mq.
5.000 costituiti da esercizi i quali, insediati in più edifici appartenenti ad
un'unica proprietà, siano funzionalmente integrati tra loro] (42).
5. Nella zona omogenea Hc, oltre alle tipologie commerciali di cui al comma 2, è
consentita l’allocazione di servizi all’utenza diversi da quello esclusivamente
commerciale, incluse le attività di svago ed intrattenimento, purché inserite
nel contesto unitario delle tipologie commerciali.
6. Nella zona omogenea Hc non è consentita l’allocazione di attività commerciali
all’ingrosso nell’ambito dei centri commerciali al dettaglio.
7. Fino all’entrata in vigore del nuovo Piano territoriale regionale generale ed
al successivo adeguamento degli strumenti urbanistici comunali al medesimo,
l’individuazione della zona omogenea Hc, sia con lo strumento del Piano
regolatore generale comunale, sia con la variante al Piano stesso, deve essere
preventivamente autorizzata dalla Giunta regionale, su proposta di concerto
dell’Assessore alla pianificazione territoriale e dell’Assessore al commercio e
turismo (43).
8. La Giunta regionale, ai fini del rilascio dell’autorizzazione preventiva di
cui al comma 7, osserva gli indirizzi e gli obiettivi delle disposizioni in
materia di urbanistica commerciale e di programmazione per le grandi strutture
di vendita, di cui all’articolo 8, comma 1, e valuta la rispondenza ai criteri
di cui all’articolo 12.
9. La Giunta regionale, ai fini del rilascio dell’autorizzazione di cui al comma
7, acquisisce preventivamente il parere dell’Osservatorio regionale del
commercio di cui all’articolo 10.
10. Le attività commerciali di grande distribuzione con superficie coperta
complessiva inferiore a mq 5.000 sono inserite in zona ammessa dallo strumento
urbanistico, nel rispetto dei criteri individuati all’articolo 12 (44).
11. [L'accordo di programma di cui agli articoli 19 e 20 della legge regionale
20 marzo 2000, n. 7, viene promosso nell'ambito dei comuni contermini a quello
in cui viene richiesta, ovvero è stata preventivamente autorizzata,
l'allocazione di una zona omogenea Hc, ricompresi entro il raggio di 15
chilometri dal punto di localizzazione della zona omogenea stessa, ed è
propedeutico all'espressione del parere della Conferenza di servizi, di cui
all'articolo 8, comma 3] (45).
12. [Specifici accordi di programma, diversi da quelli previsti al comma 11,
possono essere promossi tra comuni, province e Regione, finalizzati alla
definizione Comune della destinazione urbanistica e delle problematiche di
viabilità di aree territoriali a dimensione sovracomunale caratterizzate da una
forte presenza di grandi strutture di vendita] (46).
13. Le nuove autorizzazioni alla variante di strumento urbanistico per
insediamento della zona He devono prevedere un termine utile di tre anni dalla
data del rilascio, entro il quale i promotori dell’iniziativa commerciale devono
ottenere l’autorizzazione di cui all’articolo 8, comma 2; per le autorizzazioni
concesse anteriormente all’entrata in vigore della presente legge il termine di
cui sopra decorre dalla data di entrata in vigore della presente legge;
trascorsi tali termini, in assenza dell’autorizzazione di cui all’articolo 8,
comma 2, i comuni devono provvedere alla riclassificazione della zona omogenea
Hc nella precedente destinazione funzionale.
14. La scelta di localizzazione per le aperture di grandi strutture di vendita
con superficie coperta complessiva superiore a mq 5.000, da ubicarsi nelle aree
edificate di cui agli articoli 7, comma 2, lettera a), ed 8, comma 1, lettera
b), per le quali non sia possibile, per la preesistenza di zone omogenee a
diversa caratterizzazione, procedere alla variante urbanistica di zona omogenea
Hc, di cui al comma 2, è soggetta a specifica autorizzazione della Giunta
regionale, con le modalità di cui agli articoli 8 e 9 (47).
15. Per le grandi strutture di vendita, costituite in singolo esercizio di
grande dettaglio, che abbiano ottenuto il nulla osta di cui all’articolo 3,
comma 1, della legge regionale n. 41 del 1990, relativamente ad una superficie
coperta complessiva compresa tra i mq 2.500 ed i mq 5.000, anteriormente
all’entrata in vigore della presente legge, non si fa luogo all’obbligo della
variante urbanistica della zona Hc, di cui al comma 2, per l’ampliamento fino a
mq 5.000.
15-bis. Le autorizzazioni preventive per l’adozione della variante urbanistica
Hc per strutture di vendita con superficie coperta complessiva superiore a
15.000 mq., non possono essere rilasciate oltre i limiti individuati dal Piano
per la grande distribuzione (48).
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(39) Il limite di mq. 5.000 qui indicato trova applicazione, ai sensi dell’art.
40, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18, limitatamente alla Zona Annonaria udinese già
alla data di entrata in vigore della suddetta legge.
(40) Comma così sostituito dall’art. 8, comma 16, L.R. 15 maggio 2002, n. 13. Il
testo originario era così formulato: «2. Gli esercizi commerciali, i complessi
commerciali ed i centri commerciali al dettaglio con superficie coperta
complessiva superiore a mq 2.500 vanno inseriti in zona urbanistica commerciale
propria; a tale fine viene istituita la zona omogenea Hc "Zona per grandi
strutture di vendita superiori a mq 2.500", da individuarsi con variante allo
strumento urbanistico vigente prioritariamente nelle zone commerciali, già
previste dagli strumenti urbanistici vigenti, qualora siano soddisfatte le
condizioni di cui all’articolo 12.».
(41) In deroga a quanto previsto dal presente comma, vedi l’art. 39, L.R. 4
giugno 2004, n. 18.
(42) Comma così sostituito dall’art. 8, comma 17, L.R. 15 maggio 2002, n. 13,
poi abrogato dall’art. 28, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18. Il testo
originario era così formulato: «4. Ai fini dell’applicazione del comma 2, sono
compresi nei complessi commerciali gli insediamenti con superficie coperta
complessiva superiore a mq 2.500 costituiti da esercizi i quali, insediati in
più edifici, siano funzionalmente o fisicamente integrati tra loro, ovvero siano
appartenenti ad un unico piano attuativo.».
(43) In deroga a quanto previsto dal presente comma, vedi l’art. 39, L.R. 4
giugno 2004, n. 18.
(44) Comma modificato dall’art. 28, comma 2, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(45) Comma prima modificato dall’art. 72, L.R. 20 marzo 2000, n. 7 e,
successivamente abrogato dall’art. 13, comma 22, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(46) Comma abrogato dall’art. 13, comma 22, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(47) Comma modificato dall’art. 28, comma 2, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(48) Comma aggiunto dall’art. 1, comma 2, L.R. 12 novembre 2004, n. 27.

Art. 14
Strumenti attuativi previsti per gli insediamenti in zona urbanistica Hc.
1. L’attuazione di quanto previsto dalla variante urbanistica Hc deve essere
sviluppata attraverso appositi piani regolatori particolareggiati di iniziativa
privata secondo le modalità previste dal Titolo IV, Capo II, Sezione I, della
legge regionale n. 52 del 1991, e successive modificazioni ed integrazioni.
2. I proprietari di aree o di edifici inclusi in un ambito Hc che rappresentano,
in base all’imponibile catastale, almeno i due terzi del valore delle aree e
degli edifici compresi nell’ambito predetto, possono predisporre e presentare al
Comune proposte di Piano regolatore particolareggiato comunale (P.R.P.C.) da
adottarsi ed approvarsi con le modalità di cui all’articolo 45 della legge
regionale n. 52 del 1991, come da ultimo modificato dall’articolo 82, comma 8,
della legge regionale n. 13 del 1998.
3. Contestualmente alla presentazione di cui al comma 2, i proprietari
propongono uno schema di convenzione da approvarsi unitamente al P.R.P.C., che
deve prevedere:
a) l’impegno a realizzare gli interventi di urbanizzazione previsti dal
P.R.P.C.;
b) la cessione gratuita, entro i termini stabiliti, delle aree necessarie per le
opere di urbanizzazione primaria, nonché la cessione gratuita delle aree
necessarie per la realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria nei
limiti di cui alla lettera e);
c) l’assunzione, a carico dei proponenti, degli oneri relativi alle opere di
urbanizzazione primaria e di una quota parte delle opere di urbanizzazione
secondaria relative al piano di quelle opere che siano necessarie per allacciare
la zona a pubblici servizi. La quota è determinata in base a criteri da
stabilire con delibera comunale in relazione all’entità ed alle caratteristiche
del piano;
d) i termini entro i quali deve essere ultimata l’esecuzione delle opere, nonché
le garanzie finanziarie per l’adempimento degli obblighi derivanti dalla stipula
della convenzione.
4. Divenuta esecutiva la deliberazione di approvazione del P.R.P.C., si procede
alla stipula della convenzione di cui al comma 3.
5. Successivamente il Sindaco invita, entro trenta giorni dalla data di
esecutività della deliberazione di approvazione del P.R.P.C., i proprietari che
non abbiano aderito alla formazione del P.R.P.C. ad attuare le indicazioni del
predetto piano stipulando, entro un termine perentorio di novanta giorni, la
convenzione di cui al comma 3.
6. Decorsi inutilmente i termini di cui al comma 5, il Comune procede alla
espropriazione delle aree e degli edifici dei proprietari che non abbiano
aderito al piano, con la possibilità di cedere, in proprietà o in diritto di
superficie ai soggetti privati che ne abbiano fatto richiesta, con diritto di
prelazione ai proprietari della maggioranza del valore delle aree e degli
edifici compresi nell’ambito del P.R.P.C. e previa stipula della convenzione di
cui all’articolo 35 della legge 12 ottobre 1971, n. 865, come da ultimo
modificato dall’articolo 3, comma 63, della legge n. 662 del 1996, le aree e gli
edifici espropriati.
7. Al termine del periodo di efficacia dei P.R.P.C. permangono a tempo
indeterminato gli obblighi di rispetto delle indicazioni tipologiche, degli
allineamenti e delle altre prescrizioni urbanistiche stabilite dal P.R.P.C..
8. Non necessitano di approvazione di variante al P.R.P.C. le modifiche
planovolumetriche che non alterino le caratteristiche tipologiche di
impostazione del P.R.P.C. stesso, non incidano sul dimensionamento globale degli
insediamenti e non diminuiscano la dotazione di aree per servizi pubblici o di
uso pubblico.
————————

Art. 15
Parere urbanistico.
1. La deliberazione della Conferenza di servizi, di cui all’articolo 8, comma 3,
nel caso vada riferita all’insediamento, all’ampliamento o al trasferimento di
grandi strutture di vendita, con superficie coperta complessiva superiore a mq
1.500, deve essere preceduta dal parere della Direzione regionale della
pianificazione territoriale, da rilasciarsi nel termine di sessanta giorni,
sulla base dei criteri di cui all’articolo 12.
2. Qualora il parere di cui al comma 1 non venga espresso nel termine previsto,
si prescinde dal medesimo (49).
3. Il parere va espresso avuto riguardo al rispetto dei criteri per le scelte
localizzative individuate all’articolo 12 ed in conformità alla normativa
vigente in materia urbanistica e commerciale.
4. Il parere non è richiesto per l’insediamento, l’ampliamento o il
trasferimento di grandi strutture di vendita per le quali è obbligatoria
l’allocazione nella zona omogenea Hc, di cui all’articolo 13, comma 2.
————————
(49) Comma così sostituito dall’art. 37, comma 3, L.R. 4 giugno 2004, n. 18. Il
testo originario era così formulato: «2. Qualora il parere di cui al comma 1 non
venga espresso nel termine previsto, il medesimo si intende favorevole.».

Art. 16
Modalità di applicazione degli standard urbanistici per le aree da riservare a
parcheggio per gli esercizi commerciali.
1. Per le finalità di cui all’articolo 1, comma 1, lettera f), in relazione alla
commisurazione degli standard urbanistici in materia di aree da riservare a
parcheggio per esercizi commerciali, trovano applicazione le disposizioni
contenute negli strumenti urbanistici vigenti salvo quanto stabilito dal comma
2.
2. Le prescrizioni di cui al comma 1, in materia di aree da riservare a
parcheggi in edifici preesistenti e già con destinazione d’uso commerciale alla
data del 18 giugno 2003, così come definita dagli articoli 73 e 74 della legge
regionale n. 52/1991 e successive modifiche ed integrazioni, non trovano
applicazione.
3. È ammesso reperire le aree da destinare a parcheggio, alle distanze indicate
negli strumenti urbanistici o, in assenza di tali disposizioni, dalla vigente
normativa urbanistica o di settore.
4. Nelle zone omogenee Hc e nelle aree a destinazione prevalentemente
commerciale costituite da più lotti funzionali, la distribuzione dei parcheggi
deve essere progettata complessivamente per tutta la superficie interessata
dall’intervento, prevedendo la realizzazione di aree verdi attrezzate,
alberature, percorsi pedonali e ciclabili che migliorino la qualità
dell’insediamento assicurando continuità con le eventuali limitrofe zone
commerciali, produttive o di servizio.
5. I titolari delle autorizzazioni di grandi strutture di vendita già insediate
devono uniformarsi alle prescrizioni di cui al comma 4, relativamente alle aree
parcheggio, nel caso in cui chiedano ampliamenti di superficie di vendita o di
superficie coperta esistente alla data di entrata in vigore della presente legge
(50).
————————
(50) Articolo così sostituito dall’art. 29, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18. Il
testo originario era così formulato: «Art. 16. Modalità di applicazione degli
standard urbanistici per le aree da riservare a parcheggio per esercizi
commerciali. 1. Per le finalità di cui all’articolo 1, comma 1, lettera f),
relativamente alle aree urbane, in relazione alla commisurazione degli standard
urbanistici in materia di aree da riservare a parcheggio per esercizi
commerciali, trovano applicazione le seguenti disposizioni:
a) è ammessa la riduzione fino ad un massimo del cinquanta per cento del limite
del rapporto del cento per cento tra superficie coperta ed area da destinarsi a
parcheggio, limitatamente alle grandi strutture di vendita che esercitano la
vendita al dettaglio dei generi di cui all’articolo 3, comma 1, lettera a),
localizzate all’interno del centro storico, così come definito dagli strumenti
urbanistici comunali;
b) è ammesso l’elevamento, fino ad un massimo di 500 metri, del limite di 200
metri di percorso entro cui reperire le aree da destinare a parcheggio,
limitatamente alle grandi strutture di vendita, localizzate all’interno del
centro storico, così come definito dagli strumenti urbanistici comunali, ed
aventi superficie inferiore ai limiti di cui all’articolo 13;
c) le aree da destinare a parcheggio possono essere rese disponibili, alle
condizioni e nei limiti di cui alle lettere a) e b), anche in regime di
convenzionamento con gli enti proprietari o gestori di parcheggi pubblici e
privati, a condizione che non si riduca il numero dei posti auto esistenti;
d) le prescrizioni in materia di aree da riservare a parcheggi per esercizi
commerciali in zone a destinazione residenziale non trovano applicazione
limitatamente agli edifici preesistenti, interessati da interventi di
ristrutturazione e straordinaria manutenzione, localizzati all’interno del
centro storico, così come definito dagli strumenti urbanistici comunali;
e) nelle zone omogenee He e nelle aree commerciali costituite da più lotti
funzionali, la distribuzione dei parcheggi deve essere progettata
complessivamente per tutta la superficie interessata dall’intervento prevedendo
la realizzazione di aree verdi attrezzate, alberature, percorsi pedonali e
ciclabili che migliorino la qualità dell’insediamento assicurando continuità con
le eventuali limitrofe zone commerciali, produttive o di servizio. Le aree
destinate a parcheggio devono essere realizzate con tecniche e materiali tali da
rendere la superficie la più permeabile possibile alle acque meteoriche;
f) alle prescrizioni di cui alla lettera e) devono uniformarsi, per le aree a
parcheggio già realizzate, i promotori di grandi strutture di vendita già
insediate nel caso in cui ottengano ampliamenti della superficie coperta
esistente alla data di entrata in vigore, della presente legge.».

Art. 17
Criteri per le scelte di localizzazione degli esercizi di vicinato e delle medie
strutture di vendita.
1. L’allocazione di esercizi commerciali di vicinato e di medie strutture di
vendita, quali definiti dall’articolo 2, comma 1, lettere d) ed e), è ammessa:
a) senza vincolo di individuazione di zona omogenea propria a destinazione
commerciale nell’ambito delle aree edificate, di cui all’articolo 7, comma 2,
lettera a), ed all’articolo 8, comma 1, lettera b);
b) con vincolo di individuazione di zona omogenea propria a destinazione
commerciale in tutte le aree diverse da quelle definite dalla lettera a), e
solamente per le medie strutture di vendita.
2. I comuni, anche con eventuali modifiche ai regolamenti locali, possono
stabilire condizioni particolari per l’apertura di esercizi destinati alla
esclusiva vendita di pubblicazioni o materiali pornografici.
————————

Capo VI – Forme speciali di vendita
Art. 18
Spacci interni.
1. La vendita al dettaglio a favore dei dipendenti di enti pubblici o di imprese
private, di militari, di soci di circoli privati, è soggetta alla denuncia
preventiva, a condizione che l’attività venga effettuata in appositi locali non
aperti al pubblico, privi di accesso diretto dalla pubblica via e che la
superficie di vendita dei locali non sia superiore a mq 200.
2. Il requisito del mancato accesso diretto dalla pubblica via, di cui ai commi
1 e 5, è richiesto solo per le superfici di vendita istituite successivamente al
31 dicembre 1998.
3. Nella denuncia di cui al comma 1 devono essere dichiarati la sussistenza dei
requisiti di cui all’articolo 5 in capo alla persona preposta alla gestione
dello spaccio, il rispetto delle norme igienico-sanitarie relativamente ai
locali, il settore merceologico, l’ubicazione e la superficie di vendita (51).
4. Ai soggetti ammessi all’acquisto nel locali di cui al comma 1 deve essere
data in dotazione apposita tessera nominativa, che può essere rilasciata anche
ai soggetti facenti parte del nucleo familiare; per tale adempimento deve essere
tenuto apposito registro in cui iscrivere i nominativi dei soggetti medesimi.
5. Le cooperative di consumo ed i consorzi da esse costituiti, che esercitano
l’attività di vendita al dettaglio esclusivamente a favore dei soci, possono
operare soltanto in locali non aperti al pubblico, privi di accesso diretto
dalla pubblica via, con superficie di vendita non superiore a mq 200, secondo le
modalità di cui ai commi 1, 3 e 4.
————————
(51) Comma così modificato dall’art. 13, comma 23, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.

Art. 19
Distribuzione automatica.
1. La vendita al dettaglio a mezzo di apparecchi automatici, nel caso in cui non
sia effettuata direttamente dall’esercente all’interno dell’esercizio di vendita
o nelle sue immediate adiacenze, è soggetta alla denuncia preventiva.
2. Nella denuncia di cui al comma 1 devono essere dichiarati la sussistenza, per
il richiedente, dei requisiti di cui all’articolo 5, il settore merceologico e
l’ubicazione, nonché, qualora l’apparecchio automatico venga installato su area
pubblica, l’osservanza delle norme sull’occupazione del suolo pubblico.
3. Qualora la vendita al dettaglio mediante apparecchi automatici si svolga in
apposito locale ad essa adibito in modo esclusivo, è considerata come apertura
di un esercizio di vendita al dettaglio ed è soggetta alle norme di cui al capo
III.
————————

Art. 20
Vendita per corrispondenza, televisione o altri sistemi di comunicazione.
1. La vendita al dettaglio per corrispondenza, inclusa la vendita per
corrispondenza su catalogo, o tramite televisione o altri sistemi di
comunicazione è soggetta alla denuncia preventiva al Comune nel quale
l’esercente ha la residenza o la sede legale (52).
2. Nella denuncia di cui al comma 1 devono essere dichiarati la sussistenza del
possesso dei requisiti di cui all’articolo 5 ed il settore merceologico.
3. Alle vendite di cui al comma 1 si applica l’articolo 18 del decreto
legislativo 31 marzo 1998, n. 114.
————————
(52) Comma così modificato dall’art. 13, comma 24, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.

Art. 21
Vendite dirette al domicilio dei consumatori o mediante contratti negoziati
fuori dai locali commerciali.
1. La vendita al dettaglio o la raccolta di ordinativi di acquisto presso il
domicilio dei consumatori è soggetta a denuncia preventiva al Comune nel quale
l’esercente ha la residenza o la sede legale.
2. Nella denuncia di cui al comma 1 devono essere dichiarati la sussistenza per
il richiedente dei requisiti di cui all’articolo 5 ed il settore merceologico.
3. Alle vendite di cui al comma 1 si applica l’articolo 19 del decreto
legislativo n. 114 del 1998.
————————

Art. 22
Esercizi che effettuano la vendita a soggetti diversi dal consumatore finale.
1. Gli esercizi commerciali che effettuano la vendita a soggetti diversi dal
consumatore finale, limitatamente a quelli esercitanti la vendita all’ingrosso,
quali i "cash and carry" e le tipologie similari, sono tenuti all’obbligo di
esercitare la vendita esclusivamente nei confronti di soggetti esercitanti la
vendita al dettaglio e all’ingrosso, alle comunità e agli utilizzatori in grande
o professionali.
2. La limitazione di cui al comma 1 deve essere esposta in forma visibile
all’ingresso degli esercizi ed esplicitata in tutte le informazioni promozionali
e pubblicitarie.
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Art. 23
Disposizioni concernenti il commercio equo e solidale.
1. La definizione di commercio equo e solidale è riservata alla vendita di beni
provenienti dai Paesi in via di sviluppo, effettuata secondo i criteri contenuti
nella risoluzione del Parlamento dell’Unione Europea PE 178.921 del 19 gennaio
1994.
2. All’attività del commercio equo e solidale, svolta da associazioni di
volontariato, organizzazioni non lucrative di utilità sociale (O.N.L.U.S.),
cooperative senza fine di lucro ed altri enti non commerciali, secondo le
disposizioni di cui ai commi 4 e 5, si applicano le disposizioni concernenti gli
esercizi di vicinato.
3. Ai soggetti individuati al comma 2 è consentita la vendita dei beni
commercializzati anche non in sede fissa in occasione di manifestazioni, fiere
ed altre iniziative promozionali, anche in deroga alle disposizioni sul
commercio su aree pubbliche.
4. Agli esercizi ove si effettui la vendita al dettaglio di beni che, almeno per
l’ottanta per cento del volume d’affari, facciano parte del circuito del
commercio equo e solidale, è conferita la denominazione di "Bottega del Mondo"
con decreto del Direttore regionale del commercio e turismo, previa verifica dei
requisiti previsti.
5. Gli esercizi di cui al comma 4, che svolgano l’attività su una superficie di
vendita non superiore a quella massima determinata ai sensi dell’articolo 2,
comma 1, lettera d), possono effettuare contemporaneamente la vendita dei beni
ricompresi nei settori merceologici di cui all’articolo 3, comma 1, secondo
quanto previsto dal regolamento di cui all’articolo 3, comma 7 (53).
6. Con deliberazione della Giunta regionale, sentita la competente Commissione
consiliare, sono stabilite ulteriori disposizioni e modalità di controllo atte
ad assicurare la piena rispondenza dell’attività svolta dalle "Botteghe del
Mondo" ai principi del commercio equo e solidale (54).
7. L’inosservanza delle disposizioni di cui ai precedenti commi e, in
particolare, del limite di cui al comma 4, comporta la revoca della
denominazione e la sanzione della chiusura dell’attività.
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(53) Comma così modificato dall’art. 13, comma 25, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(54) Vedi, anche, il D.P.G.R. 1° marzo 2000, n. 062/Pres.

Art. 23-bis
Commercio elettronico e certificazione di qualità.
1. La Regione sostiene la diffusione del commercio elettronico, organizzato da
piccole e medie imprese commerciali, turistiche e di servizi, comprese quelle
inserite con codice attività 51 nella classificazione ISTAT, anche in
associazione tra loro, nonché la certificazione di qualità.
2. Ai fini della protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza
si applica il decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 185, e successive
modificazioni e integrazioni, emanato in attuazione della direttiva 97/7/CE del
Parlamento Europeo e del Consiglio, del 20 maggio 1997 (55).
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(55) Articolo aggiunto dall’art. 7, comma 61, L.R. 26 febbraio 2001, n. 4.

Art. 23-ter
Definizioni.
1. Ai fini della presente legge si intende:
a) per commercio elettronico, l’effettuazione retribuita di operazioni
commerciali o di prestazioni di servizi, a distanza, per via elettronica;
b) per operazioni e prestazioni a distanza, servizi forniti o beni acquistati o
venduti senza la presenza simultanea delle parti interessate;
c) per operazioni e prestazioni per via elettronica, i servizi inviati
direttamente e ricevuti a destinazione mediante attrezzature elettroniche di
elaborazione, compresa la compressione digitale, e di memorizzazione di dati, e
interamente trasmessi, inoltrati e ricevuti mediante filo, radio, mezzi ottici o
altri mezzi elettromagnetici (56).
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(56) Articolo aggiunto dall’art. 7, comma 62, L.R. 26 febbraio 2001, n. 4.

Art. 24
Misure per lo sviluppo del commercio elettronico.
1. I contributi previsti dalle leggi regionali 8 aprile 1982, n. 25, e 26 agosto
1996, n. 36, possono essere concessi a favore di imprese commerciali, singole o
associate, per l’introduzione, l’uso e lo sviluppo del commercio elettronico al
fine di:
a) sostenere una crescita equilibrata del mercato elettronico;
b) tutelare gli interessi dei consumatori;
c) promuovere lo sviluppo di campagne di informazione ed apprendimento per
operatori del settore ed operatori del servizio;
d) predisporre azioni specifiche finalizzate a migliorare la competitività
globale delle piccole e medie imprese attraverso l’utilizzo del commercio
elettronico;
e) favorire l’uso di strumenti e tecniche di gestione di qualità volte a
garantire l’affidabilità degli operatori e ad accrescere la fiducia del
consumatore;
e-bis) sostenere la riqualificazione delle imprese attraverso le certificazioni
di qualità (57).
2. La Regione coordina i propri interventi con le iniziative promosse in sede
nazionale dal Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato per lo
sviluppo del commercio elettronico.
2-bis. I contributi, di cui alla presente legge, sono concessi ed erogati
secondo la regola del «de minimis» (58).
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(57) Lettera aggiunta dall’art. 7, comma 63, L.R. 26 febbraio 2001, n. 4.
(58) Comma aggiunto dall’art. 7, comma 64, L.R. 26 febbraio 2001, n. 4.

Art. 24-bis
Investimenti finanziabili.
1. Le piccole e medie imprese commerciali, turistiche e di servizio, anche
associate tra loro, inclusi i consorzi di aziende, possono ottenere contributi
in conto capitale nella misura massima del 50 per cento della spesa ammissibile
compresa tra 5.000 e 26.000 euro al netto dell’IVA, per l’effettuazione dei
programmi connessi a (59):
a) investimenti in hardware e software per la creazione di siti web orientati al
commercio elettronico;
b) investimenti per l’acquisto di hardware per la creazione di un servizio di
providing o hosting a supporto del commercio elettronico;
c) investimenti in hardware e tecnologie rivolti al miglioramento dei sistemi di
sicurezza della connessione alla rete Internet;
d) investimenti per la costituzione di Secure Payment System attraverso
convenzioni con Istituti bancari o gestori di carte di credito o di debito;
e) investimenti per la promozione del sito di commercio elettronico (shop-site);

f) investimenti per corsi di formazione, al netto delle eventuali spese di
trasferta, del personale destinato alla gestione, manutenzione, controllo dei
siti orientati al commercio elettronico;
g) investimenti per la creazione di software prodotti interamente sul territorio
regionale e finalizzati alla gestione del commercio elettronico;
h) interventi relativi all’introduzione dell’HACCP nelle aziende alimentari e di
somministrazione di alimenti e bevande;
i) introduzione dei sistemi di qualità compresa la certificazione ISO 9000 e/o
VISION 2000;
l) collegamento con i sistemi regionali di teleinformazione e teleprenotazione
regionali;
l-bis) ammodernamento degli immobili e degli impianti, ivi compreso il loro
ampliamento, acquisto di beni mobili, quali automezzi, macchine per la
movimentazione delle merci, attrezzature, macchine d’ufficio e arredi (60);
l-ter) introduzione di sistemi di sicurezza per contrastare gli atti criminosi,
quali impianti di allarme, blindature, porte e rafforzamento serrature,
installazione di telecamere anti rapina e sistemi antifurto e anti taccheggio,
vetri anti sfondamento e anti proiettile, acquisto casseforti, nonché interventi
similari; per tali investimenti il limite minimo di spesa ammissibile è ridotto
a 2.500 (61).
3. Nel caso di cessione dell’azienda, o di un ramo della stessa al quale siano
riferibili gli investimenti finanziati prima della scadenza del biennio di
persistenza, i benefìci possono essere confermati all’impresa subentrante
qualora siano mantenuti i requisiti soggettivi e oggettivi (62).
————————
(59) Alinea così sostituito dall’art. 23, comma 3, L.R. 30 aprile 2003, n. 12.
Il testo originario era così formulato: «1. Le piccole e medie imprese
commerciali, turistiche e di servizio, anche associate tra loro, possono
ottenere contributi in conto capitale, nella misura massima del 50 per cento
della spesa ammissibile compresa fra 10 e 50 milioni al netto dell’IVA, per
l’effettuazione dei programmi connessi a:».
(60) Lettera aggiunta dall’art. 30, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18. Vedi,
anche, il comma 2 del medesimo articolo.
(61) Lettera aggiunta dall’art. 30, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18. Vedi,
anche, il comma 2 del medesimo articolo.
(62) Articolo aggiunto dall’art. 7, comma 65, L.R. 26 febbraio 2001, n. 4,
(vedi, anche, il comma 68 dello stesso articolo), poi così modificato come
indicato nelle note che precedono.

Art. 24-ter
Centri di assistenza tecnica.
1. L’assegnazione dei fondi è effettuata a favore dei Centri di assistenza
tecnica, di seguito denominati CAT, in via anticipata dalla Direzione regionale
del commercio e del turismo, nel limite massimo di 260.000 euro a trimestre
(63).
2. Le domande di contributo sono presentate alle apposite strutture organizzate
a tal fine dai CAT e possono essere prefinanziate, previa prestazione di idonea
fidejussione.
3. L’istruttoria, l’assegnazione e la liquidazione dei contributi sono
effettuate dalle strutture di cui al comma 2, secondo le indicazioni formulate
dalla Direzione regionale del commercio e del turismo.
4. Le domande sono ammesse a finanziamento entro i limiti dei fondi disponibili,
esauriti i quali, sono soggette a decadenza.
5. I CAT inviano trimestralmente alla Direzione regionale del commercio e del
turismo una relazione sull’utilizzazione dei fondi assegnati e presentano il
rendiconto delle spese sostenute entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello
di assegnazione dei fondi, fermi restando i controlli a campione da parte della
Direzione regionale del commercio e del turismo.
6. [I CAT possono riservare per le iniziative di cui all'articolo 24-bis, comma
1, lettere h) e i), una quota fino ad un massimo del 50 per cento dei fondi
disponibili, eventualmente elevabile, soltanto nel caso si rendano disponibili
ulteriori fondi, dopo l'accoglimento delle domande presentate per la
realizzazione delle altre iniziative previste dall'articolo 24-bis, comma 1]
(64) (65).
————————
(63) Comma così modificato dall’art. 31, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(64) Comma così modificato dall’art. 23, comma 4, L.R. 30 aprile 2003, n. 12,
poi abrogato dall’art. 31, comma 2, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(65) Articolo aggiunto dall’art. 7, comma 66, L.R. 26 febbraio 2001, n. 4, poi
così modificato come indicato nelle note che precedono.

Art. 24-quater
Criteri e modalità di concessione dei contributi.
1. I criteri e le modalità di concessione dei contributi di cui all’articolo 24
sono definiti con regolamento (66).
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(66) Articolo aggiunto dall’art. 7, comma 67, L.R. 26 febbraio 2001, n. 4. Il
regolamento previsto dal presente articolo è stato approvato dapprima con
D.P.Reg. 6 luglio 2001, n. 0250/Pres. e poi con D.P.Reg. 26 marzo 2002, n.
086/Pres. che ha abrogato il precedente.

Capo VII – Orari
Art. 25
Orari degli esercizi di vendita al dettaglio.
(giurisprudenza di legittimità)
1. Gli orari di apertura e di chiusura degli esercizi di vendita al dettaglio
sono determinati dai comuni, tenuto conto delle esigenze dei consumatori,
acquisito il parere delle organizzazioni di categoria degli operatori
commerciali, delle associazioni di tutela dei consumatori e delle organizzazioni
sindacali dei lavoratori dipendenti, ed avuto riguardo alle caratteristiche ed
allo sviluppo della rete di vendita. I pareri devono essere espressi, entro
dieci giorni dal ricevimento della richiesta.
2. Nel rispetto delle determinazioni di cui al comma 1, ciascun operatore
commerciale ha facoltà di scegliere l’orario di apertura e di chiusura.
3. Il nastro orario giornaliero, nell’ambito del quale gli esercizi possono
restare aperti, è fissato dalle ore cinque alle ore ventidue.
4. Nell’àmbito del nastro orario di cui al comma 3, l’apertura massima
giornaliera è stabilita in tredici ore; è fatta salva la facoltà degli operatori
commerciali di chiudere per fatti aziendali o personali, quali l’effettuazione
di inventario, le ferie annuali, malattia, lutto (67).
5. Gli esercizi di vendita al dettaglio osservano la chiusura totale nei giorni
domenicali e festivi, salvo quanto previsto al comma 10, nonché la chiusura
infrasettimanale di mezza giornata (68). Il turno di riposo è disciplinato da
apposito regolamento di esecuzione della presente legge, che stabilisce la
giornata di chiusura standard, anche suddivisa per categorie merceologiche, e le
procedure per modificare, a scelta dell’operatore, tale giornata prestabilita
(69).
5-bis. [Per gli esercizi di vendita di cui agli articoli 6 e 7 l'orario di
apertura e di chiusura è determinato liberamente, sia nei giorni feriali, sia in
quelli domenicali e festivi] (70).
6. La mezza giornata comporta l’apertura massima di sei ore.
7. Nel caso di più festività consecutive, i comuni hanno la facoltà di
determinare, limitatamente agli esercizi commerciali del settore alimentare,
l’apertura antimeridiana nel giorno domenicale o nei giorni festivi più idonei a
garantire il servizio di rifornimento al pubblico.
8. I comuni, sentiti gli organismi di cui al comma 1, determinano le date e, ove
possibile e necessario, le zone del territorio comunale nelle quali gli esercizi
commerciali possono derogare all’obbligo della chiusura domenicale e festiva,
per un numero massimo annuo di otto domeniche o festività in occasione di
manifestazioni, ricorrenze e fiere locali, ferme restando l’apertura nelle
domeniche e nelle festività del mese di dicembre e la deroga all’obbligo della
chiusura infrasettimanale di mezza giornata, sempre nel mese di dicembre, con
esclusione delle giornate del 25 e 26 dicembre (71).
9. Gli esercizi commerciali sono tenuti ad indicare al pubblico, mediante
cartelli o altri supporti informativi, esposti in maniera ben visibile, l’orario
di effettiva apertura e chiusura del proprio esercizio, la mezza giornata di
chiusura infrasettimanale e la sospensione di cui all’articolo 35, anche se
inferiore a trenta giorni (72).
10. I comuni possono autorizzare, sentiti gli organismi di cui al comma 1,
qualora ricorrano esigenze particolari dell’utenza ed in base alle peculiari
caratteristiche del territorio, l’esercizio dell’attività di vendita in orario
notturno esclusivamente per un limitato numero di esercizi classificati come
esercizi di vicinato con la tabella speciale di cui all’articolo 3, comma 3. Gli
operatori di cui al presente comma possono altresì svolgere l’attività di
vendita durante l’intero arco delle ventiquattro ore, a condizione che non vi
sia soluzione di continuità nell’esercizio dell’attività.
————————
(67) Il presente comma, già sostituito dall’art. 8, comma 18, L.R. 15 maggio
2002, n. 13, è stato poi nuovamente così sostituito dall’art. 23, comma 5, L.R.
30 aprile 2003, n. 12. Il testo precedente era così formulato: «4. Nell’àmbito
del nastro orario di cui al comma 3, l’apertura massima giornaliera per gli
esercizi di cui all’articolo 8 è disciplinata da apposito regolamento di
esecuzione della presente legge; è fatta salva la facoltà degli operatori
commerciali di chiudere per fatti aziendali o personali, quali l’effettuazione
di inventario, le ferie annuali, malattia, lutto.».
(68) Periodo così modificato dall’art. 32, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.

(69) Il presente comma, già modificato dall’art. 13, comma 26, L.R. 3 luglio
2000, n. 13, è stato poi così sostituito dall’art. 8, comma 19, L.R. 15 maggio
2002, n. 13 e successivamente così modificato come indicato nella nota che
precede. Il testo precedente era così formulato: «5. Gli esercizi di vendita al
dettaglio osservano la chiusura totale nei giorni domenicali e festivi, salvo
quanto previsto al comma 10, nonché la chiusura infrasettimanale, di mezza
giornata. Il turno di riposo è disciplinato da apposito regolamento di
esecuzione della presente legge, che stabilisce la giornata di chiusura
standard, anche suddivisa per categorie merceologiche, e le procedure per
modificare, a scelta dell’operatore, tale giornata prestabilita.».
(70) Comma aggiunto dall’art. 8, comma 20, L.R. 15 maggio 2002, n. 13, poi
abrogato dall’art. 32, comma 2, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(71) Comma così modificato dall’art. 13, comma 27, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(72) Comma così modificato dall’art. 32, comma 3, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.

Art. 26
Disposizioni per le località turistiche.
1. Nelle località ad economia turistica gli esercenti determinano liberamente
l’orario di apertura e di chiusura degli esercizi commerciali sia nei giorni
feriali sia in quelli domenicali e festivi, in deroga a quanto disposto
dall’articolo 25. Sono comunque considerate località turistiche i Comuni già
facenti parte degli ambiti turistici di cui all’articolo 9, comma 2, della legge
regionale 16 gennaio 2002, n. 2, nonché i Comuni capoluogo di provincia o, se
individuato diversamente dal Consiglio comunale, parte del territorio degli
stessi (73) (74).
2. Le località ad economia turistica sono individuate, con deliberazione della
Giunta regionale, sulla base dell’afflusso turistico, residenziale (75). La
deliberazione va adottata entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della
presente legge (76), sentite le Province e i Comuni interessati, le
organizzazioni di categoria degli operatori commerciali, le associazioni di
tutela dei consumatori e le organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti
(77).
3. Esclusivamente nelle località interessate dalla produzione industriale od
artigianale di prodotti agro – alimentari tipici locali a denominazione di
origine controllata o protetta, i comuni, acquisito il parere degli organismi di
cui all’articolo 25, comma 1, possono prevedere, per tutto il territorio
comunale o per parte di esso, l’apertura facoltativa degli esercizi commerciali
del settore merceologico alimentare nei giorni domenicali e festivi, anche in
deroga a quanto disposto dall’articolo 25, comma 8.
4. Al fine di rivitalizzare i centri storici ed urbani, i Sindaci, acquisito il
parere delle organizzazioni dei commercianti e dei lavoratori, possono disporre,
limitatamente ad aree ben identificate dei centri storici ed urbani, per un solo
glomo alla settimana e limitatamente al mesi di giugno, luglio, agosto e
settembre, la protrazione dell’orario serale fino alle ore ventitré.
————————
(73) Comma così sostituito dall’art. 33, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
Il testo originario era così formulato: «1. Negli ambiti turistici di cui
all’allegato "A" della legge regionale n. 10 del 1991, come modificato dalla
legge regionale n. 31 del 1991, e nelle località ad economia turistica, gli
esercenti determinano liberamente l’orario di apertura e di chiusura degli
esercizi commerciali sia nei giorni feriali, sia in quelli domenicali e festivi,
in deroga a quanto disposto dall’articolo 25.».
(74) Vedi, anche, l’art. 23, comma 6, L.R. 30 aprile 2003, n. 12. Per
l’interpretazione autentica del presente comma, vedi l’art. 37, comma 4, L.R. 4
giugno 2004, n. 18.
(75) In via transitoria vedi quanto dispone l’art. 33, commi 4 e 5, L.R. 5
dicembre 2003, n. 18.
(76) Ai sensi dell’art. 33, comma 3, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18 il termine di
sessanta giorni qui indicato deve intendersi riferito alla data di entrata in
vigore della suddetta legge.
(77) Comma così modificato dall’art. 33, comma 2, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.

Art. 27
Sfera di applicazione e attività particolari di vendita.
1. Gli esercizi di vendita al dettaglio, le cooperative, gli enti che svolgono
un’attività di vendita al pubblico, gli spacci interni, le cooperative per soli
soci e le imprese artigiane o industriali operanti nel settore agro – alimentare
con attività di vendita al pubblico riferita ai prodotti di propria produzione,
devono rispettare l’orario determinato dal Comune ai sensi dell’articolo 25
(78).
2. Sono escluse dalla disciplina di cui al presente Capo:
a) le rivendite di generi di monopolio;
b) gli esercizi commerciali interni agli esercizi ricettivi di cui alla legge
regionale n. 17 del 1997;
c) gli esercizi commerciali situati nelle aree di servizio lungo le autostrade,
nelle stazioni ferroviarie, marittime ed aeroportuali;
d) le rivendite dei giornali;
d-bis) gli esercizi commerciali che vendano prevalentemente mobili ed articoli
di arredamento (79);
d-ter) gli esercizi commerciali che vendano prevalentemente libri (80);
e) gli impianti stradali di distribuzione di carburante;
f) le imprese artigiane o industriali non rientranti nel comma 1, quando
esercitano l’attività di vendita dei prodotti di propria produzione nei locali
dell’azienda o in altri ad essi contigui (81);
f-bis) le concessionarie e le rivendite autorizzate di autocarri, autovetture e
motocicli in occasione di campagne dimostrative promosse direttamente dalle case
produttrici (82).
3. Le rosticcerie, le pasticcerie, le gelaterie artigiane e le rivendite di
pizze al taglio sono escluse dall’applicazione delle disposizioni di cui
all’articolo 25, comma 5, fermo restando il rispetto della chiusura
infrasettimanale di mezza giornata, e dall’obbligo della chiusura nelle giornate
del 25 e 26 dicembre, di cui all’articolo 25, comma 8, ultimo inciso (83).
4. In deroga a quanto disposto dall’articolo 25, commi 5 e 8, la vendita di
fiori può essere effettuata anche nelle ore antimeridiane della domenica e delle
festività, compresi i giorni 25 e 26 dicembre (84).
5. Le attività miste sono tenute all’osservanza dell’orario previsto per
l’attività prevalentemente esercitata, quale accertata dal Comune; in ogni caso,
è vietato un orario differenziato. La prevalenza viene accertata in particolare
sulla base della superficie di vendita e del volume d’affari (85).
————————
(78) Comma così modificato dall’art. 13, comma 28, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(79) Lettera aggiunta dall’art. 13, comma 29, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(80) Lettera aggiunta dall’art. 13, comma 29, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(81) Lettera così modificata dall’art. 13, comma 30, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
(82) Lettera aggiunta dall’art. 50, L.R. 15 febbraio 2000, n. 1.
(83) Comma così sostituito dall’art. 13, comma 31, L.R. 3 luglio 2000, n. 13. Il
testo originario così disponeva: «3. Le rosticcerie, le pasticcerie, le
gelaterie artigiane e le rivendite di pizze al taglio, anche se non munite
dell’autorizzazione alla somministrazione, di cui alla legge n. 287 del 1991,
sono escluse dall’applicazione delle disposizioni di cui all’articolo 25, comma
5, relativamente alla chiusura domenicale e festiva.».
(84) Comma così sostituito dall’art. 13, comma 31, L.R. 3 luglio 2000, n. 13. Il
testo originario così disponeva: «4. In deroga a quanto disposto dall’articolo
25, comma 5, la vendita di fiori può essere effettuata anche nelle ore
antimeridiane della domenica e delle feste infrasettimanali.».
(85) Comma così sostituito dall’art. 13, comma 31, L.R. 3 luglio 2000, n. 13. Il
testo originario così disponeva: «5. Le attività miste sono tenute
all’osservanza dell’orario previsto per l’attività prevalentemente esercitata,
quale accertata dal Comune; in ogni caso, è vietato un orario differenziato.».

Art. 28
Orari dei pubblici esercizi.
1. Gli orari di apertura e di chiusura dei pubblici esercizi sono determinati
dal Comune competente per territorio, sentite le associazioni di tutela dei
consumatori, le organizzazioni sindacali più rappresentative degli esercenti e
dei lavoratori, nonché le Aziende di promozione turistica, se esistenti.
2. La determinazione degli orari dei pubblici esercizi avviene nel rispetto dei
seguenti criteri generali:
a) per gli esercizi classificati alle lettere a), b) e d) dell’articolo 5, comma
1, della legge n. 287 del 1991, la fascia oraria di apertura è fissata dalle ore
cinque alle ore tre del giorno successivo; per gli esercizi classificati alla
lettera c) dell’articolo 5, comma 1, della legge n. 287 del 1991, la fascia
oraria di apertura è fissata dalle ore otto alle ore quattro del giorno
successivo;
b) nell’ambito della fascia oraria individuata alla lettera a), agli esercizi
classificati alle lettere a), b) e d) dell’articolo 5, comma 1, della legge n.
287 del 1991, è consentito scegliere un orario di apertura con il solo limite
minimo giornaliero di sette ore, da effettuarsi anche non consecutivamente; per
gli esercizi classificati alla lettera c) dell’articolo 5, comma 1, della legge
n. 287 del 1991, l’apertura dovrà essere non inferiore alle cinque ore e non
superiore alle dodici ore giornaliere, anche non consecutive;
c) [è obbligatoria la chiusura per un'intera giornata alla settimana, scelta a
facoltà dell'esercente] (86);
d) ogni esercente deve comunicare preventivamente al Comune l’orario prescelto,
che diviene esecutivo dopo sette giorni dall’avvenuta comunicazione; l’orario
comunicato sarà considerato orario minimo obbligatorio da osservare per
l’esercente, che potrà comunque, a seconda delle esigenze, ampliarlo
facoltativamente e senza obbligo di comunicazione, ma comunque nel rispetto
dell’orario massimo consentito e lo sgombero, di cui all’articolo 186 del regio
decreto 6 maggio 1940, n. 635, deve avvenire entro tre ore dalla chiusura;
l’esercente inoltre, deve indicare al pubblico, mediante cartelli o altri
supporti informativi, esposti in maniera ben visibile, l’orario adottato (87);
e) per i pubblici esercizi nel quali la somministrazione di alimenti e bevande
viene effettuata congiuntamente all’attività di svago ed intrattenimento,
l’orario consentito per la somministrazione non può eccedere quello autorizzato
per l’attività di svago ed intrattenimento;
f) all’esercente è data facoltà di effettuare fino a due giornate di chiusura
per riposo, nel corso della settimana; tale chiusura deve essere comunicata al
Comune e esposta nel cartello dell’orario, secondo le modalità di cui alla
lettera d) (88).
2-bis. Ove ne ricorra l’esigenza, i Comuni possono liberamente fissare la fascia
oraria di apertura, anche in deroga al comma 2 (89).
3. [Il Sindaco, sentite le organizzazioni provinciali maggiormente
rappresentative degli esercenti, le organizzazioni dei lavoratori e degli enti
turistici, può emanare ordinanza di deroga all'obbligo della chiusura
settimanale per un periodo complessivamente non superiore a centottanta
giornate; tale periodo è elevato a duecentodieci giornate per le località
montane a doppia stagione] (90).
4. [I comuni possono disporre la deroga all'obbligo di chiusura settimanale dei
pubblici esercizi in occasione delle seguenti circostanze:
a) in tutte le festività infrasettimanali;
b) nella ricorrenza della festa patronale locale;
c) nel periodo dall'1° dicembre al 6 gennaio;
d) nel mercoledì delle Ceneri;
e) nell'ultima settimana intera del carnevale e nell'ultima giornata di
carnevale;
f) nella settimana antecedente la Pasqua] (91).
5. [I comuni, previo assenso degli organismi di cui al comma 1, possono
disporre, per tutto il territorio comunale o parte di esso, la deroga
all'obbligo di chiusura settimanale per i pubblici esercizi il cui turno di
chiusura ricada nella giornata di domenica o altra giornata festiva, per un
numero massimo annuo di quattro domeniche o festività, in occasione di festività
e manifestazioni locali] (92).
6. Non sono soggette alle disposizioni di cui al presente articolo:
a) le attività di somministrazione al domicilio del consumatore;
b) le attività di somministrazione negli esercizi annessi alle strutture
ricettive, di cui alla legge regionale n. 17 del 1997, limitatamente alle
prestazioni effettuate agli alloggiati;
c) le attività di somministrazione negli esercizi posti nelle aree di servizio
delle autostrade ed all’interno di stazioni ferroviarie, aeroportuali e
marittime;
d) le attività di somministrazione effettuate nelle. mense aziendali e negli
spacci annessi ai circoli cooperativi e degli enti a carattere nazionale le cui
finalità assistenziali sono riconosciute dal Ministero dell’interno;
e) le attività di somministrazione esercitate in via diretta a favore dei propri
dipendenti da amministrazioni, enti o imprese pubbliche;
f) le attività di somministrazione effettuate in scuole, in ospedali, in
comunità religiose, in stabilimenti militari, delle forze di polizia e del Corpo
nazionale dei vigili del fuoco;
g) le attività di somministrazione effettuate nei mezzi di trasporto pubblico;
h) le attività di somministrazione effettuate nelle aziende agricole e
agrituristiche.
7. [Per i pubblici esercizi nei quali sono esercitate, in forma mista, le
attività di cui all'articolo 5, comma 1, lettere a), b) e d), della legge n. 287
del 1991, l'attività prevalente determina l'osservanza dell'orario minimo e
massimo di apertura. Il carattere di prevalenza è stabilito dall'esercente, il
quale provvede a darne comunicazione al Comune] (93).
8. I comuni promuovono, in accordo con le rappresentanze locali degli organismi
di cui al comma 1, le opportune iniziative affinché la chiusura facoltativa
degli esercizi durante le ferie avvenga con criteri di gradualità e di
equilibrata distribuzione sul territorio, in modo da assicurare un soddisfacente
livello di servizio ai consumatori; analoghe iniziative sono promosse in
relazione alla chiusura settimanale.
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(86) Lettera abrogata dall’art. 34, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(87) Lettera così modificata dapprima dall’art. 13, comma 32, L.R. 3 luglio
2000, n. 13 e poi dall’art. 34, comma 2, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(88) Lettera così sostituita dall’art. 34, comma 3, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
Il testo originario era così formulato: «f) all’esercente è data facoltà di
effettuare un’ulteriore chiusura, in aggiunta al turno di riposo, nel corso
della settimana, fino al massimo di una giornata, a sua scelta; anche tale
chiusura deve essere comunicata al Comune ed esposta nel cartello dell’orario,
secondo le modalità di cui alla lettera d).».
(89) Comma aggiunto dall’art. 34, comma 4, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(90) Comma abrogato dall’art. 34, comma 5, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(91) Comma abrogato dall’art. 34, comma 5, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(92) Comma abrogato dall’art. 34, comma 5, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(93) Comma abrogato dall’art. 13, comma 33, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.

Capo VIII – Pubblicità dei prezzi e vendite straordinarie
Art. 29
Pubblicità dei prezzi.
1. I prodotti esposti per la vendita al dettaglio, ovunque collocati, devono
indicare, in modo ben leggibile, il prezzo di vendita al pubblico, mediante
l’uso di un cartello o di altre modalità idonee alla medesima finalità.
2. Qualora prodotti identici dello stesso valore siano esposti insieme, è
sufficiente l’uso di un unico cartello; negli esercizi di vendita, organizzati
con il sistema di vendita del libero servizio, l’obbligo dell’indicazione del
prezzo deve essere osservato in ogni caso per tutte le merci comunque esposte al
pubblico.
3. I prodotti sui quali il prezzo di vendita al dettaglio si trovi già impresso
con caratteri ben leggibili sono esclusi dall’applicazione del comma 2.
4. Restano salve le disposizioni vigenti circa l’obbligo dell’indicazione del
prezzo di vendita al dettaglio per unità di misura.
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Art. 30
Disciplina delle vendite di liquidazione.
1. Le vendite di liquidazione sono effettuate al fine di vendere in breve tempo
tutte le merci, presentando al consumatore l’acquisto come occasione
particolarmente favorevole, a seguito di cessazione dell’attività commerciale,
cessione dell’azienda, trasferimento di sede dell’azienda, trasformazione o
rinnovo dei locali, trasformazione o rinnovo delle attrezzature.
2. L’effettuazione delle vendite di liquidazione di cui al comma 1 deve essere
preventivamente autorizzata dal Comune ove ha sede il punto di vendita. A tale
fine apposita comunicazione è inviata mediante lettera raccomandata con ricevuta
di ritorno almeno quindici giorni prima della data di inizio delle vendite
medesime; l’autorizzazione sì intende concessa qualora non sia negata entro
sette giorni dal ricevimento della comunicazione da parte del Comune.
3. La trasformazione o il rinnovo dei locali ai fini di cui al comma I deve
comportare l’esecuzione di rilevanti lavori di ristrutturazione o di
manutenzione straordinaria od ordinaria dei locali di vendita, relativi ad opere
strutturali, all’installazione o alla sostituzione di impianti tecnologici o
servizi, o loro adeguamento alle norme vigenti, tali da determinare la chiusura
dell’esercizio per almeno venti giorni consecutivi.
4. La trasformazione o il rinnovo delle attrezzature ai fini di cui al comma 1
deve comportare l’esecuzione di rilevanti lavori di sostituzione degli arredi e
delle finiture, tali da determinare la chiusura dell’esercizio per almeno venti
giorni consecutivi.
5. Non è consentita l’effettuazione delle vendite di liquidazione nell’ipotesi
di cessione dell’azienda, nei casi in cui la cessione avvenga tra aziende
controllate o collegate, quali definite dall’articolo 2359 del codice civile.
6. La comunicazione, di cui al comma 2, deve, inoltre, contenere le seguenti
indicazioni: l’ubicazione del locali in cui viene effettuata la vendita di
liquidazione, la data di inizio e la sua durata entro i termini di cui al comma
8, le merci poste in vendita, distinte per articoli, con indicazione del prezzo
praticato ordinariamente e dello sconto o ribasso espresso in percentuale sul
prezzo normale di vendita che si intende praticare nel corso della vendita di
liquidazione.
7. Alla comunicazione di cui al comma 2 devono essere allegati i seguenti atti,
con riferimento alla diversa casistica:
a) cessazione dell’attività: dichiara ione sostitutiva di atto notorio in cui si
attesta di cessare l’attività di vendita al termine della vendita di
liquidazione;
b) cessione dell’azienda: dichiarazione sostitutiva di atto notorio in cui si
attesta la compravendita dell’azienda, sia in forma preliminare, sia in forma
definitiva; per le società per azioni, dichiarazione sostitutiva di atto notorio
in cui si attesta di non rientrare nelle condizioni ostative di cui al
precedente comma 5;
c) trasferimento di sede dell’azienda: dichiarazione sostitutiva di atto notorio
in cui si attesta di essere in possesso dell’autorizzazione al trasferimento,
ovvero di aver effettuato la denuncia preventiva; nei casi in cui sia prevista
la semplice comunicazione, dichiarazione sostitutiva di atto notorio in cui si
attesta di aver effettuato la comunicazione;
d) trasformazione o rinnovo dei locali: dichiarazione sostitutiva di atto
notorio in cui si attesta di avere richiesto il rilascio della concessione o
dell’autorizzazione edilizia, se necessaria, qualora si tratti di interventi non
soggetti a concessione o autorizzazione edilizia, dichiarazione sostitutiva di
atto notorio in cui si attesta di disporre di un preventivo di spesa e della
relativa conferma d’ordine dell’impresa incaricata o fornitrice, specificandone
l’ammontare; entro quindici giorni dall’effettuazione dei lavori deve essere
prodotta al Comune dichiarazione sostitutiva di atto notorio in cui si attesta
di essere in possesso delle, fatture comprovanti l’intervento, nel caso questo
non sia soggetto a concessione o autorizzazione edilizia, indicandone
l’ammontare;
e) trasformazione o rinnovo dell’attrezzatura: dichiarazione sostitutiva di atto
notorio in cui si attesta di disporre di un preventivo di spesa e della relativa
conferma d’ordine dell’impresa incaricata o fornitrice; entro quindici giorni
dall’effettuazione dei lavori deve essere prodotta al Comune dichiarazione
sostitutiva di atto notorio in cui si attesta di essere in possesso, delle
fatture comprovanti l’intervento, indicandone l’ammontare.
8. Le vendite di liquidazione, di cui al comma 2, possono essere effettuate
durante tutto l’anno per un periodo di durata non superiore alle sei settimane;
nel caso di cessazione dell’attività commerciale, o di cessione dell’azienda, la
vendita può essere effettuata per un periodo non superiore a tredici settimane.
L’esercente, al termine dei periodi suindicati, è obbligato a chiudere
l’esercizio per i casi di cui ai commi 3 e 4. Le vendite di liquidazione, di cui
alle lettere d) ed e) del comma 7, non si possono effettuare nei quaranta giorni
precedenti i saldi estivi ed invernali e nelle due settimane antecedenti la
Pasqua ma possono essere effettuate in concomitanza ai periodi dei saldi (94).
9. A decorrere dalla data di invio della comunicazione di cui al comma 2, è
fatto divieto di introdurre nei locali o pertinenze dell’esercizio ulteriori
merci, sia in conto acquisto sia in conto deposito, del genere di quelle per le
quali viene effettuata la vendita di liquidazione.
10. In tutte le comunicazioni pubblicitarie che si riferiscono alla vendita di
liquidazione è fatto obbligo di indicare gli estremi dell’autorizzazione
comunale o gli estremi della comunicazione, in caso di decorrenza del termine di
cui al comma 2.
11. È vietata la vendita di liquidazione con la modalità del pubblico incanto.
12. È obbligatoria l’esposizione del prezzo praticato ordinariamente e lo sconto
o ribasso espresso in percentuale sul prezzo normale di vendita che si intende
praticare nel corso della vendita di liquidazione.
13. Nel caso di liquidazione antecedente la cessazione dell’attività
commerciale, al termine della conclusione delle vendite il Sindaco è tenuto a
provvedere d’ufficio alla revoca dell’autorizzazione con effetto immediato ed è
fatto divieto al cessante, per il periodo di 12 mesi, nel caso di un esercizio
di vicinato, di aprire una nuova attività nei medesimi locali per lo stesso
settore merceologico cessato.
14. Gli eventi posti a base delle possibilità di effettuare le vendite di
liquidazione, di cui al comma 1, devono realizzarsi entro tre mesi dalla fine
delle vendite stesse.
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(94) Comma così modificato dall’art. 13, comma 34, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.

Art. 31
Disciplina delle vendite di fine stagione.
1. Le vendite di fine stagione, denominate anche "saldi", riguardano i prodotti,
di carattere stagionale o di moda, che non vengono venduti durante una
determinata stagione ovvero entro un breve periodo di tempo.
2. Le vendite di cui al comma 1 possono essere effettuate, in due periodi
dell’anno, e si denominano, pertanto, vendite di fine stagione estive od
invernali; i periodi vengono determinati dalla Regione, tenuto conto delle
consuetudini locali e delle esigenze del consumatore, sentite le organizzazioni
di categoria degli operatori commerciali e le associazioni di tutela dei
consumatori.
3. L’effettuazione della vendita di fine stagione è soggetta a comunicazione al
Comune con l’indicazione della data di inizio e della sua durata, che non potrà
comunque superare le nove settimane, mediante lettera raccomandata con ricevuta
di ritorno, da inviarsi almeno cinque giorni prima dell’inizio
dell’effettuazione dei saldi.
4. La presentazione al pubblico della vendita di fine stagione deve
esplicitamente contenere l’indicazione della natura di detta vendita.
5. È obbligatorio esporre il prezzo praticato ordinariamente e lo sconto o
ribasso espresso in percentuale sul prezzo normale di vendita che si intende
praticare nel corso della vendita di fine stagione.
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Art. 32
Disciplina delle vendite promozionali.
1. Le vendite promozionali, caratterizzate da sconti o ribassi diretti a
presentare al consumatore l’opportunità dell’acquisto, sono effettuate per tutti
o una parte dei prodotti merceologici e per periodi di tempo limitato.
2. L’effettuazione della vendita promozionale è soggetta a comunicazione al
Comune con l’indicazione della data di inizio e della sua durata, mediante
lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, da inviarsi almeno cinque giorni
prima dell’inizio della vendita medesima, salvo quanto previsto al comma 4.
3. È obbligatoria l’esposizione del prezzo praticato ordinariamente e dello
sconto o ribasso espresso in percentuale sul prezzo normale di vendita che viene
praticato nel corso della vendita promozionale.
4. Le vendite promozionali dei prodotti appartenenti ai settori merceologici di
cui all’articolo 3, comma 1, possono essere effettuate in qualunque periodo
dell’anno, anche reiteratamente ma per una durata non superiore alle tre
settimane, senza obbligo della comunicazione preventiva di cui al comma 2.
5. Le vendite promozionali dei prodotti di abbigliamento, calzature e
abbigliamento ed articoli sportivi, possono essere effettuate solamente due
volte nel corso dell’anno, senza l’imitazione temporale nei seguenti casi:
a) dal quarantesimo giorno successivo alla fine delle vendite di fine stagione
estive fino al quarantesimo giorno antecedente l’inizio delle vendite di fine
stagione invernali;
b) dal quarantesimo giorno successivo alla fine delle vendite di fine stagione
invernali fino al quarantesimo giorno antecedente l’inizio delle vendite di fine
stagione estive.
6. I periodi di effettuazione delle vendite di fine stagione indicati al comma 5
corrispondono a quelli stabiliti dalla Regione, ai sensi dell’articolo 31, comma
2.
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Art. 33
Vendite sottocosto.
1. Per vendita sottocosto si intende la vendita al pubblico di uno o più
prodotti effettuata ad un prezzo inferiore a quello risultante dalle fatture di
acquisto, maggiorato dell’imposta sul valore aggiunto e di ogni altra imposta o
tassa connessa alla natura del prodotto e diminuito degli eventuali sconti o
contribuzioni riconducibili al prodotto medesimo purché documentati.
2. Viene promossa la sottoscrizione e l’attuazione di codici di
autoregolamentazione delle vendite di cui al comma 1 tra le organizzazioni
rappresentative delle imprese produttrici e distributrici.
3. Sino all’entrata in vigore della disciplina relativa alle vendite sottocosto,
si applicano le disposizioni di cui alla legge 10 ottobre 1990, n. 287.
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Art. 34
Disposizioni comuni alle vendite straordinarie.
1. La pubblicità relativa alle vendite, disciplinate dagli articoli 30, 31, 32 e
33, deve essere presentata graficamente in modo non ingannevole per il
consumatore.
2. È obbligatorio che la pubblicità citi espressamente, per le fattispecie di
cui agli articoli 3 e 1, comma 3, e 32, comma 2, gli estremi della comunicazione
al Comune e per le fattispecie di cui all’articolo 30, comma 2, gli estremi
dell’autorizzazione comunale o della comunicazione, per le forme di vendita
soggette a tali prescrizioni, nonché la durata della vendita stessa.
3. Alle comunicazioni di cui agli articoli 30, comma 2, 3 e 1, comma 3 e 32,
comma 2, dovranno essere allegate le pubblicità corrispondenti esattamente per
contenuto, forma e dimensioni a quelle che verranno diffuse, esposte o
comunicate.
4. Ai fini dell’effettuazione delle vendite di cui agli articoli 30, 31 e 32,
deve essere dimostrata la veridicità di qualsiasi pubblicità relativa sia alla
composizione merceologica sia alla qualità delle merci vendute, nonché agli
sconti o ribassi dichiarati.
5. Al fine di non indurre il consumatore in errore, è fatto obbligo di disporre
le merci offerte nelle vendite regolate dagli articoli 30, 31 e 32 in maniera
inequivocabilmente distinta e separata da quelle che eventualmente siano
contemporaneamente poste in vendita alle condizioni ordinarie; ove una tale
separazione non sia praticabile, la vendita ordinaria viene sospesa.
6. Nel caso che per una stessa tipologia merceologica vengano praticati al
consumatore prezzi di vendita diversi a seconda della varietà degli articoli che
rientrano in tale tipologia, è fatto obbligo di indicare nel materiale
pubblicitario ed espositivo tutti i prezzi con lo stesso rilievo tipografico e
visivo.
7. Nel caso venga indicato un solo prezzo, è fatto obbligo di vendere a quel
prezzo tutti gli articoli che rientrano nella tipologia reclamizzata.
8. È fatto obbligo di praticare nei confronti del consumatore i prezzi
pubblicizzati senza limitazioni di quantità e senza alcun abbinamento di
vendite, fino all’esaurimento delle scorte.
9. L’esaurimento delle scorte di talune merci durante il periodo di vendita deve
essere portato a conoscenza del consumatore con avvisi ben visibili dall’esterno
del locale di vendita; gli organi di vigilanza hanno facoltà di controllo
sull’effettivo esaurimento delle scorte.
10. Le comunicazioni al Comune previste agli articoli 31, comma 3, e 32, comma
2, non sono necessarie nel caso di vendita per corrispondenza.
11. Gli organi di vigilanza del Comune, muniti dell’apposita tessera di
riconoscimento, hanno facoltà di accedere ai punti di vendita per effettuare i
relativi controlli.
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Capo IX – Disposizioni comuni
Art. 35
Sospensione e cessazione dell’attività.
1. La sospensione da parte degli operatori commerciali dell’attività degli
esercizi di vendita al dettaglio di vicinato, di medie e grandi strutture, è
comunicata al Comune almeno dieci giorni prima dell’inizio della sospensione
medesima, qualora questa debba protrarsi per più di trenta giorni.
2. La sospensione di cui al comma 1 non può superare i dodici mesi. Nei casi di
forza maggiore e nel caso di gravi e circostanziati motivi non imputabili
all’operatore, questo può chiedere preventivamente al Comune anche più di una
volta l’autorizzazione a sospendere l’attività per periodi non superiori a sei
mesi.
3. È soggetta alla comunicazione al Comune la cessazione dell’attività degli
esercizi di vendita di cui al comma 1, entro trenta giorni dalla cessazione
medesima.
4. In caso di cessazione conseguente a cessione dell’esercizio, il cessionario
deve rispettare quanto prescritto al comma 3 solo qualora la denuncia
preventiva, ai sensi dell’articolo 36, comma 2, venga presentata dopo il termine
di cui al medesimo comma 3.
5. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 non si applicano alle chiusure
stagionali delle attività commerciali nelle località ad economia turistica (95).

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(95) Il presente articolo, già modificato dall’art. 13, comma 35, L.R. 3 luglio
2000, n. 13, è stato poi così sostituito dall’art. 35, L.R. 5 dicembre 2003, n.
18. Il testo precedente era così formulato: «Art. 35. Sospensione dell’attività.
1. La sospensione da parte degli operatori commerciali dell’attività degli
esercizi di vendita al dettaglio di vicinato, di medie e grandi strutture, è
comunicata al Comune almeno dieci giorni prima dell’inizio della sospensione
medesima, qualora questa debba protrarsi per più di trenta giorni.
2. La sospensione di cui al comma 1 non può superare i dodici mesi. Nel caso di
gravi e circostanziati motivi o cause di forza maggiore l’operatore commerciale
può chiedere preventivamente al Comune l’autorizzazione a sospendere l’attività
per un ulteriore periodo non superiore a sei mesi.».

Art. 36
Subingresso.
1. Il trasferimento in gestione o in proprietà degli esercizi commerciali di cui
agli articoli 6, 7 e 8, per atto tra vivi o a causa di morte, è soggetto alla
denuncia preventiva e comporta di diritto il trasferimento dell’esercizio a chi
subentra, sempreché sia provato l’effettivo trasferimento dell’azienda e il
subentrante sia in possesso dei requisiti di cui all’articolo 5.
2. La denuncia preventiva deve essere presentata entro il termine di dodici
mesi, decorrente dalla data del trasferimento dell’azienda, o, nel caso di
subingresso per causa di morte, dalla data di acquisizione del titolo, pena
l’applicazione di quanto disposto dall’articolo 38, comma 1, lettera b), e comma
2, salvo proroga secondo il disposto di cui all’articolo 35, comma 2.
3. Ai fini dell’applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo, è
necessario che il dante causa sia lo stesso titolare dell’attività o il soggetto
cui l’azienda sia stata trasferita dal titolare per causa di morte o per
donazione e che il trasferimento dell’azienda avvenga entro il termine di cui al
comma 2. L’erede o il donatario, qualora privi dei requisiti di cui all’articolo
5, possono avvalersi di tale facoltà solo ai fini del trasferimento in proprietà
dell’azienda commerciale ad un terzo soggetto.
4. Il subentrante per causa di morte ha comunque la facoltà di continuare
provvisoriamente l’attività del dante causa, fermo restando quanto prescritto ai
commi 2 e 3.
5. Nei casi in cui sia avvenuto il trasferimento della gestione di un esercizio,
la denuncia preventiva è valida fino alla data contrattuale in cui ha termine la
gestione e alla cessazione della medesima il titolare deve effettuare, ai fini
del ritorno in disponibilità dell’azienda, la denuncia preventiva entro il
termine di cui al comma 2, decorrente dalla data di cessazione della gestione
(96).
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(96) Il presente articolo, già modificato dall’art. 13, comma 36, L.R. 3 luglio
2000, n. 13 e dall’art. 8, comma 21, L.R. 15 maggio 2002, n. 13, è stato poi
così sostituito dall’art. 36, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18. Il testo precedente
era così formulato: «Art. 36. Subingressi e cessazioni. 1. È soggetto alla
denuncia preventiva al Comune il trasferimento della gestione o della proprietà,
per atto tra vivi o per causa di morte, degli esercizi commerciali di cui agli
articoli 6, 7 ed 8.
2. È soggetta alla comunicazione al Comune la cessazione dell’attività degli
esercizi di vendita di cui agli articoli 6, 7 e 8, con esclusione della
cessazione conseguente a cessione dell’esercizio, entro trenta giorni dalla
cessazione medesima.
3. Gli eredi ovvero i beneficiari di atto di donazione dell’azienda che al
momento di acquisizione della medesima non siano ancora iscritti nel registro
previsto dal capo I della legge n. 426 del 1971, ovvero, dal termine di
abrogazione dello stesso, non siano ancora in possesso dei requisiti di cui
all’articolo 5, comma 5, lettere a) e b), possono esercitare l’attività
dell’azienda ereditata o ricevuta in donazione, a condizione che entro un anno
si provveda al conseguimento dei requisiti stessi.
4. Gli eredi che non adempiono a quanto disposto dal comma 3 rimangono in
possesso della titolarità dell’autorizzazione all’esercizio con l’esclusione
della facoltà di gestione in proprio.».

Capo X – Sanzioni e revoche
Art. 37
Sanzioni.
1. La determinazione e l’irrogazione delle sanzioni previste dalla presente
legge avviene secondo quanto previsto dalla legge regionale 17 gennaio 1984, n.
1.
2. La violazione delle disposizioni in materia di requisiti soggettivi di cui
all’articolo 5, commi 2, 4, 5 e 6, è punita con una sanzione amministrativa da
1.600 euro a 10.000 euro (97).
3. La violazione delle disposizioni di cui agli articoli 6, 7, 8, 35 e 36, in
materia di esercizio delle attività di vendita al dettaglio in sede fissa, è
punita con una sanzione amministrativa da 1.600 euro a 10.000 euro (98). Nel
caso di apertura degli esercizi commerciali senza la denuncia preventiva o senza
la prescritta autorizzazione comunale, oltre alla sanzione suindicata, il Comune
dispone l’immediata chiusura dell’attività. La vendita di prodotti non
appartenenti al settore merceologico denunciato o autorizzato comporta la
sanzione pecuniaria di cui sopra (99).
4. La violazione delle disposizioni in materia di autorizzazioni e modalità di
effettuazione per le forme speciali di vendita al dettaglio, di cui agli
articoli 18, 19, 20, 21 e 22, è punita con una sanzione amministrativa da 1.600
euro a 10.000 euro (100). Con la medesima sanzione sono punite le violazioni di
cui agli articoli 18 e 19 del decreto legislativo n. 114/1998 (101).
5. La violazione delle disposizioni in materia di esercizio, del commercio equo
e solidale, di cui all’articolo 23, oltre a quanto disposto dal comma 7 del
medesimo articolo 23, è punita con una sanzione amministrativa da 600 euro a
3.500 euro (102).
6. La violazione delle disposizioni in materia di regime degli orari delle
attività di vendita al dettaglio in sede fissa, di cui all’articolo 25, commi 3,
4, 5, 6, 8, 9 e 10, è punita con una sanzione amministrativa da 600 euro a 3.500
euro (103).
7. La violazione delle disposizioni in materia di regime degli orari delle
attività di pubblico esercizio, di cui all’articolo 28, commi 2 e 2-bis è punita
con una sanzione amministrativa da 600 euro a 3.500 euro (104).
7-bis. La violazione delle disposizioni in materia di pubblicità dei prezzi di
cui all’articolo 29 è punita con la sanzione amministrativa da lire 1.000.000 a
lire 6.000.000 (105).
8. La violazione delle disposizioni in materia di vendite straordinarie, di cui
agli articoli 30, 31, 32, 33 e 34, è punita con una sanzione amministrativa da
600 euro a 3.500 euro (106).
9. In caso di recidiva, oltre all’irrogazione delle sanzioni amministrative
previste dai commi precedenti, il Comune dispone la sospensione dell’attività di
vendita o di pubblico esercizio per un periodo compreso tra cinque e venti
giorni. Qualora l’attività venga svolta durante questo periodo di sospensione,
la fattispecie è equiparata all’esercizio di attività senza la denuncia
preventiva o senza la prescritta autorizzazione (107).
10. Si ha recidiva qualora la stessa violazione sia stata commessa per due volte
nel corso dell’anno solare, anche nel caso di avvenuto pagamento della sanzione.

11. [Nei casi di inosservanza del regime degli orari di cui al commi 6 e 7,
oltre alla comminazione della sanzione, si procede alla chiusura dell'esercizio]
(108).
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(97) Comma così modificato dapprima dall’art. 13, comma 37, L.R. 3 luglio 2000,
n. 13 e poi dall’art. 37, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(98) Periodo così modificato dall’art. 37, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.

(99) Comma così sostituito dall’art. 13, comma 38, L.R. 3 luglio 2000, n. 13,
poi così modificato come indicato nella nota che precede. Il testo originario
così disponeva: «3. La violazione delle disposizioni in materia di
autorizzazioni all’esercizio delle attività di vendita al dettaglio in sede
fissa, di cui all’articolo 6, commi 4, lettere a), b), e c), 5 e 6, di cui
all’articolo 7, commi 3, 4 e 5, di cui all’articolo, 8, comma 2, è punita con
una sanzione amministrativa da lire 3.000.000 a lire 18.000.000. Nel caso di
apertura di esercizi di medio dettaglio e di grandi strutture di vendita senza
la prescritta autorizzazione comunale, oltre alla sanzione suindicata, il
Sindaco dispone l’immediata chiusura dell’attività. La vendita di prodotti non
appartenenti al settore merceologico comunicato o autorizzato comporta la
sanzione pecuniaria di cui sopra.».
(100) Periodo così modificato dall’art. 37, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n.
18.
(101) L’ultimo periodo à stato aggiunto dall’art. 13, comma 39, L.R. 3 luglio
2000, n. 13.
(102) Comma così modificato dall’art. 37, comma 2, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(103) Comma così modificato dall’art. 37, comma 2, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(104) Comma così modificato dapprima dall’art. 13, comma 40, L.R. 3 luglio 2000,
n. 13 e poi dall’art. 37, commi 2 e 3, L.R. 13 dicembre 2003, n. 18.
(105) Comma aggiunto dall’art. 16, comma 28, L.R. 13 settembre 1999, n. 25, poi
così modificato dall’art. 37, comma 2, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(106) Comma aggiunto dall’art. 16, comma 28, L.R. 13 settembre 1999, n. 25, poi
così modificato dall’art. 37, comma 2, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(107) L’ultimo periodo è stato aggiunto dall’art. 13, comma 41, L.R. 3 luglio
2000, n. 13.
(108) Comma abrogato dall’art. 13, comma 42, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.

Art. 38
Revoche.
1. I titoli autorizzativi concernenti gli esercizi di vendita al dettaglio sono
revocati nei casi in cui il titolare:
a) non inizi l’attività di una media struttura di vendita entro un anno dalla
data del rilascio ovvero entro due anni, qualora trattasi di una grande
struttura di vendita, salvo proroga autorizzata in caso di comprovata necessità
(109);
b) sospenda l’attività per un periodo superiore a dodici mesi in assenza
dell’autorizzazione di cui all’articolo 35, comma 2, ovvero qualora alla
scadenza del termine previsto dall’autorizzazione medesima non riattivi
l’esercizio commerciale;
c) non risulti più provvisto dei requisiti di cui all’articolo 5, comma 2;
d) nel caso di recidiva, come definita dall’articolo 37, comma 10, nella
violazione delle prescrizioni in materia igienico-sanitaria (110).
2. È disposta la chiusura degli esercizi di vicinato e delle medie strutture di
cui al comma 2-bis dell’articolo 7 per le violazioni di cui alle lettere b), c)
e d) del comma 1. Nell’ipotesi di cui alla lettera d) del comma 1, si applica la
sanzione accessoria dell’interdizione ad attivare un nuovo esercizio per un
periodo compreso tra un minimo di sei e un massimo di dodici mesi (111).
————————
(109) Lettera così modificata dapprima dall’art. 13, comma 43, L.R. 3 luglio
2000, n. 13 e poi dall’art. 38, comma 1, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18.
(110) Lettera così sostituita dall’art. 13, comma 44, L.R. 3 luglio 2000, n. 13.
Il testo originario così disponeva: «d) nel caso di ulteriore violazione delle
prescrizioni in materia igienico-sanitaria, avvenuta dopo la sospensione
dell’attività disposta al sensi dell’articolo 37, comma 9.».
(111) Il presente comma, già sostituito dall’art. 13, comma 45, L.R. 3 luglio
2000, n. 13, è stato poi nuovamente così sostituito dall’art. 38, comma 2, L.R.
5 dicembre 2003, n. 18. Il testo precedente così disponeva: «2. Per gli esercizi
di vendita al dettaglio di vicinato che siano incorsi nelle violazioni di cui
alle lettere b), c) e d) del comma 1 è disposta la chiusura dell’esercizio
medesimo. Nell’ipotesi di cui al comma 1, lettera d), si applica la sanzione
accessoria dell’interdizione ad attivare un nuovo esercizio di vicinato per un
periodo compreso tra un minimo di sei ed un massimo di dodici mesi.».

Capo XI – Modificazioni e integrazioni alla legge regionale n. 15 del 1991 e
legge regionale n. 13 del 1992
Art. 39
Modificazione dell’articolo 3 della legge regionale n. 15 del 1991.
1. (112).
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(112) Sostituisce la lettera d) al comma 1 dell’art. 3, L.R. 15 aprile 1991, n.
15.

Art. 40
Modificazioni e integrazioni alla legge regionale n. 13 del 1992.
1. (113).
2. (114).
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(113) Aggiunge il comma 6-bis all’art. 9, L.R. 27 marzo 1992, n. 13.
(114) Aggiunge l’art. 10-bis alla L.R. 27 marzo 1992, n. 13.

Capo XII – Disposizioni transitorie e finali
Art. 41
Adempimenti dei Comuni.
1. I comuni provvedono agli adempimenti di competenza di cui all’articolo 7,
comma 2, e all’articolo 8, comma 1, lettera b), entro sei mesi dall’entrata in
vigore dei regolamenti di esecuzione rispettivamente previsti dall’articolo 7,
comma 1, e dall’articolo 8, comma 1 (115) (116).
2. Il mancato adeguamento, da parte dei Comuni, alle disposizioni di cui al
comma 1 comporta il divieto di rilascio di autorizzazioni per medie e grandi
strutture di vendita fino all’adeguamento medesimo (117).
3. La mancata comunicazione dei dati di cui all’articolo 10, comma 3, ed in
particolare di quelli necessari all’avvio del monitoraggio di cui all’articolo
10, comma 1, lettera a), e del sistema informatizzato di cui all’articolo 10,
comma 4, comporta per i comuni inadempienti il divieto di rilasciare, fino
all’assolvimento dell’adempimento, autorizzazioni per medie e grandi strutture
di vendita.
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(115) Comma così sostituito dall’art. 8, comma 22, L.R. 15 maggio 2002, n. 13
(vedi, anche, il comma 31 dello stesso articolo), poi così modificato dall’art.
39, L.R. 5 dicembre 2003, n. 18. Il testo originario era così formulato: «1. I
comuni provvedono agli adempimenti di competenza di cui all’articolo 7, comma 2,
e all’articolo 8, comma 1, lettera b), entro centottanta giorni dall’entrata in
vigore del regolamento di esecuzione rispettivamente previsto dall’articolo 7,
comma 1 e dall’articolo 8, comma 1.».
(116) Per l’interpretazione autentica del presente comma, vedi l’art. 37, comma
1, L.R. 4 giugno 2004, n. 18.
(117) Comma così sostituito dall’art. 37, comma 5, L.R. 4 giugno 2004, n. 18. Il
testo originario era così formulato: «2. Il mancato adeguamento, da parte dei
comuni, alle disposizioni di cui al comma 1 comporta il divieto di rilascio, per
un periodo di due anni, di autorizzazioni per medie e grandi strutture di
vendita; qualora l’adeguamento sia posto in essere entro i due anni, le
autorizzazioni per medie e grandi strutture di vendita possono essere rilasciate
a decorrere dall’avvenuto adeguamento.».

Art. 42
Disposizioni transitorie
1. Alle richieste relative alla variante urbanistica di zona omogenea Hc,
pervenute alla Giunta regionale entro il termine di entrata in vigore della
presente legge, continuano ad applicarsi le disposizioni di cui al Capo II della
legge regionale n. 41 del 1990, e successive modifiche ed integrazioni.
2. Fino all’entrata in vigore della presente legge, in materia di orari
continuano ad applicarsi le disposizioni di cui alla legge regionale 18 dicembre
1989, n. 37, e successive modificazioni ed integrazioni.
3. Entro novanta giorni dal termine di cui all’articolo 41, comma 1, i comuni
individuano i complessi commerciali, quali definiti dall’articolo 29, comma 3,
della legge regionale 25 marzo 1996, n. 16, limitatamente a quelli ubicati al di
fuori delle aree edificate, di cui agli articoli 7, comma 2, lettera a), 8,
comma 1, lettera b), autorizzati anteriormente all’entrata in vigore della legge
regionale n. 16 del 1996, e ne danno comunicazione alla Direzione regionale del
commercio e del turismo; sono fatti salvi i provvedimenti adottati
precedentemente al 31 dicembre 1996 ed i comuni non sono tenuti a richiedere
l’autorizzazione per la variante urbanistica di zona omogenea Hc nel caso che il
complesso commerciale abbia superfici di vendita superiori a mq 2.500.
4. Entro il termine di centottanta giorni dall’entrata in vigore della presente
legge, gli esercizi dotati di tabella merceologica VIII, con superficie
superiore a mq 400, autorizzati con nullaosta regionale, ovvero già operanti
alla data di entrata in vigore della legge n. 426 del 1971, per l’attività
commerciale stagionale, possono optare, con specifica istanza, per l’ottenimento
dell’autorizzazione annuale da parte dei comuni, in deroga a quanto previsto
dall’articolo 8, comma 3.
5. Possono essere disposte, con legge regionale, misure di integrazione
dell’indennizzo di cui all’articolo 25, comma 7, del decreto legislativo n. 114
del 1998, ed altre eventuali misure di sostegno alla ricollocazione
professionale dei soggetti che cessano l’attività e restituiscono il titolo
autorizzativo.
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Art. 43
Regolamento di esecuzione.
1. I regolamenti di esecuzione previsti dagli articoli 3, 5, 7 e 8 sono adottati
entro il termine di centottanta giorni dall’entrata in vigore della presente
legge.
2. Il regolamento di cui all’articolo 25 è adottato entro il termine di trenta
giorni dall’entrata in vigore della presente legge.
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Art. 44
Abrogazioni.
1. Sono abrogate in particolare:
a) la legge regionale 13 dicembre 1971, n. 56;
b) la legge regionale 20 maggio 1977, n. 28;
c) la legge regionale 18 febbraio 1988, n. 6;
d) il Capo IV della legge regionale 24 maggio 1988, n. 36;
e) la legge regionale 12 dicembre 1988, n. 66;
f) la legge regionale 18 dicembre 1989, n. 37;
g) la legge regionale 7 settembre 1990, n. 41;
h) la legge regionale 7 settembre 1990, n. 42;
i) la legge regionale 8 agosto 1991, n. 30;
l) la legge regionale 22 aprile 1993, n. 15;
m) la legge regionale 15 luglio 1994, n. 11;
n) il Capo IV della legge regionale 28 agosto 1995, n. 34;
o) l’articolo 29 della legge regionale 25 marzo 1996, n. 16;
p) l’articolo 119 della legge regionale 9 novembre 1998, n. 13.
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Art. 45
Norme finanziarie.
1. L’Amministrazione regionale è autorizzata a finanziare la realizzazione dei
corsi professionali di cui all’articolo 5, comma 5, lettera a). I relativi oneri
fanno carico al capitolo 5807 dello stato di previsione della spesa del bilancio
pluriennale per gli anni 1999-2001 e del bilancio per l’anno 1999.
2. L’Amministrazione regionale è autorizzata a finanziare la costituzione
dell’Osservatorio regionale del commercio di cui all’articolo 10, comma 1.
3. Gli oneri derivanti dall’applicazione dell’articolo 10, comma 2, fanno carico
al capitolo 150 dello stato di previsione della spesa del bilancio pluriennale
per gli anni 1999-2001 e del bilancio per l’anno 1999.
4. Gli oneri derivanti dall’applicazione dell’articolo 24, comma 1, fanno carico
al capitoli 9150 e 9141 dello stato di previsione della spesa del bilancio
pluriennale per gli anni 1999-2001 e del bilancio per l’anno 1999.
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Art. 46
Entrata in vigore.
1. Salvo quanto disposto dall’articolo 6, comma 7, la presente legge entra in
vigore il giorno successivo alla data di pubblicazione sul Bollettino Ufficiale
della Regione.
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