L’ aut aut del premier: «O firmate o me ne vado»

23/07/2007
    sabato 21 luglio 2007

    Pagina 3 – Economia

      IL RETROSCENA

      La cronaca della drammatica nottata delle pensioni. Poi al Consiglio dei ministri la requisitoria del vicepremier

        "O firmate o me ne vado"
        all´alba l´aut aut del premier

          E D´Alema incalza ministri: basta con il nostro tafazzismo!

            ROBERTO MANIA
            CLAUDIO TITO

            ROMA – «Caro Guglielmo, o sì o no. Se tu dici no io mi dimetto. Così perdete tutto e rimane lo scalone». Sono le quattro del mattino quando a Palazzo Chigi, nella stanza del sottosegretario Enrico Letta, va in scena il momento più drammatico della notte delle pensioni con il premier Romano Prodi che minaccia di andarsene. Si tratta da quasi sei ore, sul filo del rasoio. Ed è anche il momento della decisione, come in tutti i negoziati: rompere o andare avanti. Scegliere. Ma questa volta rompere significa buttare a mare il governo. Per di più "amico". Guglielmo Epifani, leader della Cgil, sa di non avere alternative, sa anche che il futuro del governo, ora, dipende dalla Cgil. Dice a Prodi: «Romano, ti assicuro che firmerò, ma dammi tempo fino a lunedì». È un´opzione che il Professore non può accettare, l´aveva già detto aprendo la riunione e presentando la sua proposta sullo scalone: «Non ci sono alternative: o sì, o no. Ciascuno deve assumersi le sue responsabilità». Interviene – durissimo – Raffaele Bonanni, segretario della Cisl: «Io firmo. Da qui si deve uscire con l´accordo perché io non voglio che questa vicenda torni in mano ai partiti. La mia organizzazione non prende ordini da nessuno».

            Epifani pensa al precedente clamoroso, a quella notte tra il 30 e il 31 luglio del 1992 quando sotto la minaccia di dimissioni dell´allora presidente Giuliano Amato e del baratro per le finanze pubbliche, Bruno Trentin accettò di firmare la fine della scala mobile rassegnando subito dopo le sue di dimissioni da segretario della Cgil. «Sì ho pensato a Trentin», ammetterà Epifani più tardi. Dopo aver sigliato con un inedito stratagemma: facendo precedere la sua sigla dalla formula "con presa d´atto". Perché ormai la tenaglia Prodi- Padoa-Schioppa si era stretta intorno a Epifani. Nessun rinvio, nessuna deroga. Poco prima era stato l´ex banchiere europeo ad alzare un muro di fronte alla richiesta della Cgil si allungare i tempi tra una quota e l´altra: «No Romano, mi dispiace, ma mi hanno già fregato una volta sui contratti del pubblico impiego e non mi fregano più». Si va all´accordo e Prodi, all´alba, promette che non permetterà di «cambiare nemmeno una virgola» al Consiglio dei ministri.

            Mattina, Palazzo Chigi, sala del Consiglio. Prodi ringrazia Padoa-Schioppa e Cesare Damiano, e passa ad illustrare l´accordo. Massimo D´Alema sfoglia l´Herald Tribune, attende che il premier abbia concluso, poi prende la parola, di sua sponte. È un fiume in piena: «Dobbiamo smetterla con il tafazzismo! Per un anno non abbiamo fatto altro, ora però dobbiamo dire che questo è un grande accordo. E se non riusciamo a sfruttarlo per imprimere una svolta al governo, allora è finita per tutti ed è meglio che ce ne torniamo tutti a casa. Noi – scandisce – governiamo, ma non riusciamo a farlo capire. Qualsiasi governo europeo rivendicherebbe e propaganderebbe un´intesa di questo tipo come un momento di grande capacità di governo e di svolta riformista. Dobbiamo fare la stessa cosa anche noi». Pausa delemiana. Conclusione: «Se ci riusciamo».

            Perché le cose – si è visto – potevano andare anche diversamente. Altro che i primi mattoni per il nuovo welfare. Lo scalone poteva restare e il governo deragliare, con i sindacati in piazza. E riformisti, massimalisti, Radicali doc, post ed ex democristiani, neo-rossoverdi avere un destino comune, insieme ad Epifani, ovviamente. Dunque più che i distinguo e le recriminazioni opposte del comunista Paolo Ferrero e della ministra Emma Bonino, serve convinzione. Perché – spiega Giuliano Amato – «studio da vent´anni la previdenza e vi posso dire che sono due sono le questioni fondamentali: innalzamento dell´età ed equilibrio finanziario. Bene: vi posso assicurare che l´intesa rispetta entrambe le esigenze». E allora Francesco Rutelli la può mettere così: «Questa volta non possiamo cazzaggiare. Questa volta serve una svolta senza la quale possiamo considerarci finiti».

            Si sente la vecchia scuola pragmatica del migliore Pci della prima Repubblica, nell´intervento del ministro dell´Università, Fabio Mussi: «Questo non è un buon accordo, questo è un ottimo accordo. Però stavolta dobbiamo dirlo. Se riusciamo a girare quest´angolo, allora possiamo cambiare le prospettive del governo». Lo dice a tutti, ma come nelle migliori tradizioni di quel che fu il Bottegone, lo dice alla sua sinistra, ai suoi più vicini compagni di viaggio. Insomma a quel Paolo Ferrero, che si irrigidisce sulla sedia, con il quale solo qualche settimana fa aveva firmato la lettera a Prodi per un Dpef diverso. La nuova Cosa rossa sembra scolorire, almeno nella sala del Consiglio dei ministri di fronte a un Prodi che può marcare la sua leadership: «È vero che per noi questa è la vera svolta. Dovremmo riuscire a capirlo tutti insieme, senza dividerci con polemiche o dichiarazioni inutili». Le conclusioni le trae rivolgendosi – quasi d´istinto, politico – a Ferrero e al pdci Bianchi: «È questa la svolta che consentirà anche a voi di andare avanti». Insomma quella firma di Epifani è una boccata d´ossigeno per un governo decisamente ansimante.