“Katrina” Le parole d’ordine della guerra al terrorismo (G.De Luna)

05/09/2005
    sabato 3 settembre 2005

    EFFETTO 11 SETTEMBRE, IL CATACLISMA E’ STATO RACCONTATO DAI MEDIA COME UN ATTACCO ALL’AMERICA

    Per Katrina le parole d’ordine della guerra al terrorismo

    Giovanni De Luna

      Katrina è passata su Key Largo nella notte tra il 25 e il 26 agosto. Arrivava da Miami, ed era stata appena promossa da «tempesta tropicale» a «uragano». Era ancora a livello 1, prima di arrivare a New Orleans sarebbe cresciuta fino al 5; sulla Florida i venti soffiavano a 80 miglia all’ora, in Louisiana avrebbero raggiunto le 180. Katrina era appena nata, ma i media ne parlavano già da una settimana. Con cadenze ossessive, i canali tematici dedicati solo alle previsioni del tempo e i telegiornali dei grandi network seguivano la tempesta passo per passo, cercavano di anticiparne le mosse, di scrutarne l’intensità. Nonostante questo assiduo monitoraggio, Katrina sembrava inafferrabile; avrebbe dovuto, subito dopo aver investito la Florida, piegare verso Nord, scegliendo una rotta prevalentemente terrestre. E invece, attraverso uno sconcertante zig-zag («Katrina s’emborracha» commentava un telegiornale in lingua spagnola), ha piegato verso sud, investendo le isolette della Florida, sfiorando Cuba, slanciandosi sul Golfo del Messico, su quell’acqua calda che l’avrebbe trasformato in un devastante concentrato di energia distruttiva.

        C’era una paradossale sproporzione tra l’attenzione spasmodica dei media e la loro incapacità di fornire informazioni effettivamente utili. Quello che colpiva era l’uso straripante di metafore belliche. Era come se giornalisti ed opinione pubblica avessero interiorizzato la guerra come categoria onnicomprensiva e totalizzante, modellando sulla sua realtà lo stile e i toni della comunicazione ma anche gli stessi quadri psicologici degli spettatori. Katrina era presentato prima come una «tigre di carta», poi come un nemico aggressivo e potente; i meteorologi spiegavano diagrammi e mappe con il piglio degli strateghi militari, e il linguaggio si caricava di termini mutuati direttamente dal fronte, fino al drammatico appello lanciato dal responsabile della Croce Rossa americana, a sole 48 dall’«attacco a New Orleans»: «Andate via, lasciate tutto, le vostre vite sono più importanti delle vostre cose!».

          Tutto, esattamente come nei bollettini di guerra, oscillava tra la banalizzazione rassicurante e l’enfasi allarmistica. Le news della Fox alternavano le informazioni su Katrina con la pressante riproposizione del livello dell’«allarme terrorismo» («elevato»). E l’impressione che se ne ricavava era quella di una società perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. A differenza di tutti gli altri paesi dell’Occidente industrializzato, gli Stati Uniti sono gli unici a non aver subito mai un bombardamento, un attacco nemico dall’alto. L’11 settembre ha spezzato questa sensazione di invulnerabilità e Katrina ha assunto così l’aspetto di un incubo che si materializzava, lasciando affiorare tutta la fragilità interiore di quella che è la più grande potenza mai apparsa nella storia del nostro mondo, e di fatto il paese a cui è affidata gran parte delle nostre sorti future.

            Quella tempesta emotiva si è rivelata come un presagio: quando Katrina ha colpito, quando la sua furia distruttrice si è abbattuta con la potenza di mille bombardamenti su New Orleans, tutto è crollato, case, ponti, dighe, ma soprattutto uomini e istituzioni. L’intera impalcatura organizzativa degli Stati Uniti si è rivelata come uno strato sottile e precario, disteso su una società al cui interno si affollano antiche e nuove tensioni irrisolte; sono riemerse le gangs che hanno sempre conteso il controllo del territorio alle autorità , è esplosa l’America degli esclusi, di quelli che non erano riusciti a lasciare New Orleans; il giorno prima dell’arrivo dell’uragano, le televisioni mostravano la loro fila paziente e rassegnata in attesa di entrare nello stadio coperto, una umanità derelitta, con le poche cose raccolte nelle buste di plastica, occhi smarriti, le espressioni attonite delle colonne dei profughi che hanno segnato le guerre postnovecentesche.

              E’ come se Katrina abbia lasciato emergere i tratti profondi e secolari di una società; nell’orrore e nella paura che segnano il suo passaggio, riaffiora una sorta di archeologia dei quadri mentali, delle abitudini, dei comportamenti che caratterizzano le tante microcomunità che affollano gli Usa. Subito, nei primi momenti dopo la tragedia, nel crollo che ha travolto tutti gli apparati istituzionali, con uno Stato sordo e lontano, riaffiorano antiche gerarchie, e la nuova comunità del dolore si rimodella lungo i contorni della vecchia comunità tribale. Una lezione terribile per chi si affida alla modernità come a un feticcio, una lezione che ha colpito proprio il paese che di quella modernità si è fatto interprete nella maniera più dispiegata.