“J.P. II” (6) Così il piccolo Lolek divenne il grande Giovanni Paolo II

04/04/2005

    sabato 2 aprile 2005

    BIOGRAFIA. UNA VITA DEL NOVECENTO SEGNATA DAL CASO E PIÙ VOLTE AFFERRATA IN EXTREMIS
    di Giuseppe Di Leo
    Dal proiettile che poteva ucciderlo all’apoteosi in Concilio
    Così il piccolo Lolek divenne il grande Giovanni Paolo II
    L’infanzia da orfano, la sottile sfida con Wyszynski, la lotta al comunismo. Politico con i governi e amico con i suoi “boys”. Il mea culpa celebrato nel Giubileo del 2000

      Karol Wojtyla nasce il 18 maggio 1920, mentre Lenin e Stalin stanno discutendo sul futuro della Polonia. Una vita, la sua, tante volte segnata
      dal caso.Ad esempio, già il piccolo Lolek (così veniva chiamato affettuosamente da ragazzo), rischiòdi rimanere ucciso per un colpo di pistola
      partito accidentalmente dalla mano di un suo amico coetaneo. Il proiettile lo mancò per pochi centimetri. E questo fu solo il primo di numerosi
      episodi in cui il futuro Papa rimase in vita per un soffio.Anche la scelta del sacerdozio ebbe qualcosa di casuale: appena ragazzino,Wojtyla fu selezionato
      dalla scuola che frequentava per dare il benvenuto all’arcivescovo di Cracovia,Adam Sapieha. L’arcivescovo rimase molto colpito dal giovane Karol, al punto da suggerire al parroco: «Non guasterebbe avere uno come lui nella Chiesa». Ma i pensieri del giovane erano indirizzati ancora alla vita laicale. La perdita precoce dei genitori e di un fratello avevano forgiato la
      sua visione della vita: «Dio mi stava preparando a ciò che sarebbe poi accaduto» rifletteva.Aveva dedicato gli anni della giovinezza soprattutto allo
      studio del teatro. Ma l’occupazione nazista della Polonia soffocò il suo sogno di diventare attore e gli fece maturare la vocazione al sacerdozio. Cambiò le sue letture, privilegiando le opere di metafisica. La spinta deci siva verso l’abito talare avvenne il 29 febbraio 1944. Un camion militare tedesco lo investì alle spalle. Ridotto in stato comatoso, Wojtyla fu portato in tempo in ospedale, dove fu salvato in extremis.La degenza gli permise, attraverso la lettura di testi teologici, di corroborare la convinzione di farsi prete. Se il caso volle che egli maturasse il desiderio del sacerdozio, lo stesso accadde per la possibilità di ricevere un’adeguata formazione ecclesiastica a Roma. Il cardinale Sapieha assegnò inaspettatamente a Wojtyla una borsa di studio per recarsi al pontificio ateneo romano dell’Angelicum. Dopo la brillante laurea in teologia, ottenne il dottorato a Cracovia sia in teologia sia in filosofia. Ancora
      casualmente, fu indirizzato alla carriera universitaria, sebbene confessasse di non trovarsi a suo agio nei panni del professore universitario, quanto in quelli di un modesto parroco di provincia.

      I rapporti col primate

      Il 28 settembre 1958 Wojtyla viene consacrato vescovo di Wawel.Allora, a dominare la scena ecclesiastica polacca era il cardinale di Varsavia, Stefan
      Wyszynski. Ma la gente amava Wojtyla, mentre il primate era solo temuto. Quest’ultimo, del resto, nei primi tempi non aveva grande considerazione
      del giovane Karol, che anzi considerava «un opportunista». Lo stile dei due era diverso, anche nei confronti del regime comunista, contro il quale Wojtyla si astiene dal lanciare invettive come era invece solito fare il primate polacco.Ma tant’è. A quarantadue anni Wojtyla viene nominato arcivescovo di Cracovia, nonostante le riluttanze di Wyszynski e di parte della curia diocesana. Il futuro Papa partecipa attivamente al Concilio Vaticano II, in cui si esprime a favore della messa nelle lingue locali, nonostante il parere contrario del suo primate. Ma ebbe attriti anche con alcuni vescovi latino americani, a causa della difesa da loro fatta del marxismo: «Non hanno idea di come la gente perda la libertà sotto il comunismo », si lagnò presso il suo amico sacerdote (poi divenuto cardinale) Deskur. Si trovava invece molto a suo agio con i vescovi africani, in primo luogo Bernardin Gantin (che diventerà cardinale e uno dei suoi più fidati consiglieri in Vaticano). Il suo capolavoro al concilio è il discorso che pronuncia il 21 ottobre 1964. Contro il parere del cardinale Agostino Bea (colonna portante della Chiesa del tempo),Wojtyla ammonì i padri conciliari a non illudersi che la Chiesa potesse astenersi dal dialogo con il mondo. Le sue parole suscitarono una tale impressione da essere nominato delegato alla stesura del documento «La Chiesa nel mondo contemporaneo». Lo stesso Wyszynski rimase
      sorpreso dall’autorevolezza con cui Wojtyla ebbe a pronunciare l’intervento: fu questo il momento in cui il futuro Papa divenne un personaggio di rilievo mondiale della Chiesa.

      Contro il socialismo reale

      Da arcivescovo di Cracovia, organizza periodici incontri con metodisti, battisti, luterani e ortodossi. Dopo una visita alla sinagoga della città, inserì nel dialogo anche la comunità giudaica.Wyszynski, comunque, bloccò l’iniziativa di Wojtyla di istituire sinodi locali in tutta la Polonia sul modello di quello esistente a Varsavia. Le relazioni fra i due divennero sempre più
      problematiche,sebbene Wojtyla mai cedette alla tentazione di criticare il
      suo primate apertamente. L’atteggiamento tenuto da Wojtyla (e in misura minore da Wyszynski) nei confronti del regime comunista era diverso da
      quello del primate ungherese Josef Mindszenty (improntato a rigida inflessibilità) e anche rispetto ai papi Giovanni XXIII e Paolo VI (caratterizzato dalla ricerca della pace mediante la reciproca comprensione).
      Il modo in cui Wojtyla combatteva il comunismo rigettava la violenza fisica ed era per la continua ricerca di una soluzione che andasse oltre il mero pacifismo. Per Wojtyla «il fine non era la vittoria, ma un mondo migliore dopo la vittoria» (J.Kwitny). Nel 1968 arriva la nomina a cardinale. Otto anni più
      tardi Wojtyla è chiamato da Paolo VI a predicare in Vaticano per la preparazione della Pasqua. Già da allora qualcuno intravede nella figura dell’arcivescovo di Cracovia un possibile candidato al soglio di Pietro. E dopo il fugacissimo pontificato di Albino Luciani, Wojtyla intuì che il conclave
      avrebbe potuto eleggere un Papa non italiano. Il Papa straniero fu proprio lui. Risultò eletto con un altissimo numero di voti (circa cento). Spiegò un
      cardinale di curia: «I cardinali che appoggiavano Wojtyla dicevano che si doveva combattere il comunismo ed eravamo convinti che quest’uomo
      fosse in grado di fare qualcosa in questo senso».

      Inizia il pontificato

      «Se sbaglio mi corrigerete». Queste le prime parole di Wojtyla dopo il conclave che lo elegge Papa il 16 ottobre 1978, pronunciate dalla loggia
      centrale della basilica di San Pietro a una folla straripante e incuriosita. Si instaura subito una reciproca simpatia fra il Pontefice e i fedeli, forse per
      il suo carisma e le capacità mediatiche o semplicemente perché appare subito diverso da ogni predecessore. Il mondo si commuove nell’assistere in tv allo storico abbraccio con il cardinale Wyszynski. Erano 475 anni che sulla cattedra di Pietro non sedeva un Papa straniero. Wojtyla assunse l’incarico di vescovo di Roma con grande spirito di servizio alla diocesi capitolina.Visiterà nel corso del suo pontificato quasi tutte le parrocchie romane. Le prime uscite del nuovo Pontefice servono dunque per confermare che il Papa è innanzitutto vescovo di Roma. Si reca subito ad Assisi, patria di San Francesco, e alla basilica romana di Santa Maria sopra la Minerva, patrona insieme con il Poverello di Assisi della nazione italiana.Un capitolo a parte meriterebbe inoltre lo stile di vita di Wojtyla, che disorienta il personale e gli uomini di sicurezza del Vaticano. I Papi precedenti erano soliti mangiare da soli o con il segretario di fiducia. Giovanni Paolo II, al contrario, ha spesso ospiti a colazione, pranzo e cena. Lavora diciotto ore al giorno. Nel ricevere i diplomatici si informa, lasciandoli di stucco, sui minimi particolari della situazione politica e sociale del loro paese. Papa Wojtyla, infatti, si rivela subito un fine politico. E nel gennaio 1979 compie due gesti di grande importanza per gli equilibri internazionali: accetta la richiesta dei governi di Argentina e Cile per un’opera di mediazione della Santa Sede allo scopo di
      dirimere la controversia tra i due paesi a causa di tre piccole isole; riceve in udienza il ministro degli esteri sovietico, Andrei Gromiko (udienza che lo
      stesso Wojtyla definì «noiosa»). Dopo qualche giorno cominciò il suo primo viaggio apostolico, che lo avrebbe portato nella Repubblica Domenicana
      e in Messico. A giugno del 1979 compie la prima visita da Papa nella sua Polonia. I polacchi lo accolsero a milioni. «Cristo non può essere tagliato
      fuori dalla storia dell’uomo in nessuna parte del globo», affermò appena arrivato a Varsavia. Le autorità polacche seguirono quel viaggio terrorizzate.
      E avevano ragione, perché quella visita segna l’inizio dell’avventura di Solidarnosc, protagonista dell’opposizione non violenta al regime comunista.
      I giornali scrissero che mai prima di allora nella storia del cristianesimo l’umanità aveva assistito a un tale confronto tra la forza spirituale e la potenza fisica. L’atteggiamento di Wojtyla nei confronti del clero dell’America latina fu invece diverso. Chiese infatti ai sacerdoti del continente di stare lontani dalla politica attiva perché «voi non siete un simposio di esperti, né un parlamento di politici.Voi siete pastori della Chiesa».

      Il dialogo tra le religioni

      L’impegno ecumenico e il dialogo fra le religioni è sempre stato uno dei punti fissi del pontificato wojtyliano.Memorabile la preghiera per la pace, svoltasi ad Assisi nel 1986 insieme con i rappresentanti delle religioni mondiali.Visita la sinagoga di Roma e nel cinquecentesimo anniversario della nascita di Martin Lutero predica in una chiesa luterana. È il primo Papa a compiere simili gesti simbolici. Ma a questo costante impegno non sono seguiti cospicui risultati concreti. Difficili anche i rapporti che si instaurarono con alcune
      correnti teologiche. Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II furono condannati i teologi Edward Schillebeecks e Hans Kueng, che rappresentavano agli occhi del Papa il movimento razionalista, avversario radicale (insieme con il marxismo e il liberalismo) del cristianesimo.Difficile fu anche il rapporto con alcuni vescovi. In particolare il vescovo di El Salvador, Oscar Romero, non
      riuscì a entrare mai nelle grazie di Wojtyla, nemmeno quando fu colpito a morte da una raffica di mitra nel marzo 1980 mentre stava celebrando la
      messa. La morte di Romero forse indusse il Papa ad avere un atteggiamento meno severo nei confronti della cosiddetta «teologia della liberazione
      », sebbene le opere di teologi come Gustavo Gutierrez (considerato il fondatore di questa corrente teologica nel 1971) e Leonardo Boff cadessero
      sotto la scure di un altro teologo, il cardinale Josef Ratzinger, capo della Congregazione per la dottrina della fede (ex Sant’Uffizio).

      Attentati e disciplina

      Il 13 maggio 1981, alle ore 17 e 19 minuti, il tragico episodio che segnerà il pontificato e la vita di Wojtyla: l’attentato in piazza San Pietro ad opera del terrorista turco Ali Agca. La notizia fa il giro del mondo in pochissimi
      minuti. Le condizioni di Giovanni Paolo II appaiono, anche ad occhi non esperti, molto gravi. Sottoposto a un intervento chirurgico di quattro ore al policlinico Gemelli, i chirurghi riescono a salvarlo. Convalescente in ospedale, dovette con mestizia apprendere qualche giorno dopo che gli italiani avevano con il referendum ritenuto legale l’aborto. Papa Wojtyla riportò poi l’ordine all’interno della Chiesa, a cominciare da alcuni ordini religiosi (primi fra tutti, i gesuiti di padre Pedro Arrupe). Concede nel 1983, in occasione della promulgazione del nuovo codice di diritto canonico, lo status di prelatura personale all’Opus Dei. Negli stessi anni si consuma l’unico diverbio pubblico del Papa con un politico che le cronache registrino: fu con Ronald Reagan. Il presidente Usa sosteneva la necessità di applicare sanzioni economiche
      contro il regime polacco. Giovanni Paolo II fece sentire il suo netto dissenso, perché era convinto che le sanzioni avrebbero aggravato le condizioni del popolo senza intaccare il regime. Nel marzo 1983 Wojtyla parte per il Nicaragua e sarà uno dei viaggi più controversi del pontificato. L’accoglienza
      da parte del regime sandinista fu fredda. Il Papa fu irritato nel trovare, nel luogo in cui avrebbe dovuto celebrare la messa, al posto della croce immagini
      giganti di Marx. Durante l’omelia Giovanni Paolo II viene vivacemente contestato da gruppi di sandinisti al grido «Vogliamo la pace». «Silenzio!
      La Chiesa è la prima a promuovere la pace», rispose con veemenza il Papa.Nella piazza tornò la calma. Durante la sua seconda visita in Polonia nel
      1983, Papa Wojtyla avvertì netta la sensazione che il comunismo stesse scricchiolando. Cominciò allora a privilegiare nei suoi interventi le analisi sul post comunismo. In Canada, nel 1984, Giovanni Paolo II presentò quindi i dilemmi di uno sfrenato individualismo capitalista. Deplorò in più occasioni
      il dominio economico e finanziario dell’emisfero settentrionale ai danni di quello meridionale. I risultati della riflessione wojtyliana confluirono nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, da alcuni vescovi considerata troppo anticapitalistica. La caduta del Muro di Berlino sembrò non cogliere di sorpresa Wojtyla, che riceve l’1 dicembre 1989 il leader sovietico Michail Gorbaciov. Lo stesso Gorbaciov ha sempre considerato il contributo del Papa cruciale per la caduta dei regimi comunisti.

        L’amore per i giovani

        Già il Wojtyla arcivescovo esercitava sui giovani polacchi un ascendente particolare.Tale feeling viene amplificato durante il pontificato, caratterizzato
        dal grande rapporto che il Papa instaura con i giovani di tutto il pianeta. Il 30 e 31 marzo 1985 si svolge a Roma il primo raduno internazionale dei giovani, che diventerà nel corso del pontificato un appuntamento fisso con scadenza biennale. Nel 2000, in coincidenza con il Giubileo, il raduno registra la presenza nella immensa spianata di Tor Vergata di due milioni di ragazzi, giunti dai cinque continenti per incontrare il loro amico Papa. Fra le tante giornate della gioventù celebrate da Wojtyla, quella di Toronto nel 2002 è stata la più commovente, con il sapore dell’addio. Rivolgendosi ai giovani
        e improvvisando Wojtyla disse: «Il Papa si identifica con le vostre attese e le vostre speranze. Anche se sono vissuto fra molte tenebre, sotto duri regimi totalitari, ho visto abbastanza per essere convinto in maniera incrollabile che nessuna difficoltà, nessuna prova è così grande da poter soffocare completamente la speranza che zampilla eterna nel cuore dei giovani. Non lasciate che quella speranza muoia!». Ma al successo conseguito nella durissima battaglia contro il totalitarismo, seguirà la fase di isolamento del Papa in tre importanti conferenze dell’Onu. A Rio de Janeiro, nel 1992, la Santa Sede criticò l’idea dominante secondo cui il cattivo stato del pianeta dipende dalla sovrappopolazione.Due anni dopo, nella conferenza del Cairo su
        popolazione e sviluppo,Wojtyla si trovò contro buona parte delle donne favorevoli alla contraccezione e all’aborto. Analoga situazione si ripresentò
        alla conferenza di Pechino nel 1995.

        La purificazione della memoria

        Anche fra i suoi più stretti collaboratori, Giovanni Paolo II sperimentò la solitudine. Era uno dei pensieri fissi di Wojtyla traghettare la Chiesa nel terzo millennio attraverso una purificazione nella memoria della storia, recente e remota, caratterizzata anche da tradimenti e peccati. Il mea culpa celebrato da Giovanni Paolo II in San Pietro durante il Giubileo del 2000 aveva dovuto scontrarsi con le perplessità dell’autorevolissimo cardinale Ratzinger. Anche il viaggio a Cuba nel gennaio 1998 non sortirà gli effetti sperati, sebbene Fidel
        Castro lo avesse accolto con tutti gli onori.Riuscirà a esaudire il desiderio di compiere il viaggio in Terra Santa sulle orme di Abramo,Mosè, Gesù e Paolo. Il viaggio in Israele, conseguenza anche dell’instaurarsi delle relazioni diplomatiche fra Santa Sede e governo di Tel Aviv, è uno dei più importanti
        dell’intero pontificato e tocca l’apice dell’emozione con la preghiera papale sotto il Muro del pianto a Gerusalemme. Ma la recrudescenza del conflitto tra palestinesi e israeliani toglie a Wojtyla la gioia per quel viaggio. L’amarezza più grande riguarda l’epilogo del pontificato wojtyliano, segnato dallo scandalo dei preti pedofili che ha colpito duramente alcune diocesi degli Stati Uniti e dalla crisi mondiale scaturita dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. La guerra contro il regime iracheno, che pur sortisce la caduta del dittatore Saddam Hussein, acuisce la divergenza sulla visione geopolitica fra la diplomazia statunitense e papa Wojtyla. Gli ultimi sforzi papali saranno tesi a evitare i pericoli di uno scontro tra la civiltà occidentale e la civiltà islamica.

        Il futuro della Chiesa

        Nel suo ultimo libro Memoria e identità, il Papa ha scritto che la parabola del buon grano e della zizzania «può essere assunta a chiave di lettura di tutta la storia del mondo».Anche della Chiesa. Riguardo a Giovanni Paolo II, vale il giudizio di Francesco Cossiga. Una volta gli fu chiesto se considerasse Wojtyla il Papa del secolo. «Forse è riduttivo», fu la risposta.