“J.P. II” (5) La giustizia, il male e il perdono (B.Spinelli)

04/04/2005
    domenica 3 aprile 2005

    La giustizia
    il male
    e il perdono

      di Barbara Spinelli

      LUI che parlò così spesso di luce, perché nessun racconto edificante ma solo la visione nitida può sconfiggere il male quando si nasconde, si dissimula. Lui che di chiarità aveva quasi sete, al punto che un giorno disse nella preghiera ecumenica di Assisi: «Le tenebre non si dissipano con le armi; le tenebre si allontanano accendendo fari di luce». Lui che era sempre in cerca, mai come chi è già pervenuto alla verità ma come chi non cessa di essere in cammino, Papa itinerante anche quando si chiudeva nel silenzio e se ne stava inginocchiato ore, raccolto nella piccola cella in Vaticano. Lui che non si stancava di parlare della via, di come fosse importante mettersi in movimento, non sedersi, non abdicare: e la via era per lui la sostanza più vera dell’essere, era la parola che ricorreva nelle omelie e negli angelus, nelle encicliche e nelle lettere apostoliche. Perché tutto stava a esser pronti, a offrire ogni giorno il proprio corpo al destino di morte, a rispondere alla chiamata, a non indugiare come le vergini folli o come chi deve ancora prendere i sandali o la cintura o gli averi affastellati in terra. Lui che ripeteva: «In un viale senza uscita, l’unica uscita è nel viale stesso».

        Di tutto questo si sente già oggi la mancanza. Di quello sguardo particolarissimo, che coglieva alla sprovvista e sembrava come scoccato da arco inatteso. Di quel volto che esprimeva fedeltà conradiana ininterrotta, senso del servizio, e quella maestà speciale che non scaturisce dalla certezza delle cose ultime ma dall’attitudine a obbedire e tremare nello medesimo istante, a credere e a domandare le ragioni del credere. Di quel segnale di partenza si sente la mancanza, che Giovanni Paolo II impersonò fin dai primi giorni del pontificato e anche in questi ultimi anni, che sono stati di svuotamento e di pienezza, di morte quotidianamente accettata e di morte vinta. «Muoio ogni giorno – cotidie morior»: le parole di San Paolo rivivevano in lui e si congiungevano ai versi sublimi di Orazio, che citò un giorno di settembre, nel 2003, quasi sussurrasse sorridendo a se stesso: «Non omnis moriar…» – «Non morirò del tutto: gran parte di me sfuggirà alla funebre dea…» (Odi III-30,v.6). Gerusalemme e Roma accostate, intrecciate: lì era la via, la sua via.

          Il primo segnale di partenza fu lanciato a chi ancora viveva il totalitarismo comunista, e ne era prigioniero anche con la mente. Il Papa andò nella sua terra polacca per dire solo tre parole: «Non abbiate paura!», e le ripeté più volte, e fu la prima grande crepa che si aperse nel muro che per decenni aveva cinto il male più durevole del secolo.
          Giacché era questa, la natura più visibile del comunismo: non il progetto utopico e mortifero di creare l’uomo nuovo e Gerusalemme terrena, non la forza di persuasione di un’ideologia che del progetto era stato nutrimento, ma la paura nuda, adoperata come arma fondatrice, come obiettivo strategico. D’un tratto divenne chiaro che su null’altro si reggevano quei regimi che avevano ucciso l’uomo nello stesso momento in cui promettevano di salvarlo dallo sfruttamento, che avevano scardinato l’economia, liquidato il senso delle leggi, distrutto l’amore del lavoro, eliminato la decenza dalla faccia delle terre soggiogate.

            Si reggevano sull’ultimo grumo di passioni che impedisce alla persona umana di alzarsi, di incamminarsi, di dare a se stesso le leggi. L’ultimo grumo che è in tutti noi, impastato della più insidiosa sostanza che il Ventesimo secolo abbia lasciato in eredità: la sostanza nuda del terrore. San Paolo gli era stato accanto, da principio: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!”» (Romani, 8, 15).

              Il comunismo aveva fatto bancarotta in tutto, e non restava che quel laccio finale, terribile: il laccio con cui la malavita schiavizza la vittima al punto da renderla docile, istupidita. Quando Giovanni Paolo II mise in causa le interpretazioni di Karl Popper sulla caduta del comunismo, e dubitò che la causa primaria fosse il fallimento economico, è alla forza di quel laccio che sembrò pensare. Ci pensò spesso, anche dopo l’Ottantanove. «Non abbiate paura della guerra: basta pregare»; «Non abbiate paura di affidarvi a Lui»; «Non abbiate paura di diventare Santi». Le tre parole sono state lo shibboleth del Santo Padre. Le pronunci e sei vicino al suo credere, al suo pregare, al suo tremare. Anch’esse, forse esse sopra ogni cosa, verranno a mancare nelle prove che sono davanti, lungo la via.

                Dicono che polonità e Oriente gli furono sempre a lato, e certamente Giovanni Paolo II fu anche questo: veniva da lontano, e la curia romana non riuscì ad avvolgerlo. Si commuoveva quando si parlava della sua patria, quando la visitava. Lì era nata la sua vocazione, e quella straordinaria commistione tra fede, spiritualità, senso della storia, sapienza d’Europa. Lì aveva visto passare i patimenti tutti del Novecento: sotto i suoi occhi erano successe Auschwitz e la resistenza a due totalitarismi, l’occupazione nazista e poi comunista. Era inflessibile in tema di fede e di dogma, come spesso lo sono gli europei orientali, e gli erano estranee le duttilità, le astuzie politiche e diplomatiche dei vescovi italiani. Ma proprio perché veniva da lontano, aveva Roma come bussola interiore. A Roma era la tomba di Pietro, che della Chiesa è fondatore e di cui volle imitare l’amore umile, esposto all’errore e al tremore. Roma è il centro simbolico dell’universalismo latino e del suo corpus juris, delle leggi che la Chiesa salvò riscoprendole attorno all’anno Mille, e che sono il fondamento della civiltà europea.

                  Ma Roma non fu il solo faro di luce. Il pontefice venuto da Wadowice scosse con le sue parole il muro del comunismo, riportò Roma nell’Oriente europeo, ma nella sua geografia spirituale s’annidava anche Gerusalemme e s’annidava la religione ebraica, di cui il cristianesimo è – tante volte lui lo ricordò – fratello. La saggezza secondo cui ogni viaggio a Gerusalemme è un’ascesa, il Papa la fece propria e la visse con dedizione, fin da quando abbracciò il sacerdozio. Un giorno sarebbe salito lungo quella via, per dare direzione al proprio incedere e sostanza all’idea di itinerarium come sostanza dell’esistere. Un giorno vi avrebbe deposto quella parte della sua anima che il ricordo di Auschwitz tormentava, quell’ultima sua domanda sul perché del male, sul perché della resistenza al male, sul perché della santità eroica, sul perché dei peccati di omissione. Sono le domande che per volontà pontificia la Chiesa ha cominciato a porsi e furono anche personalissime domande, che Karol Wojtyla portava con sé fin da giovane, quando ancora non aveva preso i voti.

                    Difficile dimenticare il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II a Gerusalemme. La sua figura curva e bianca davanti al Muro del Pianto, la mano pudica che s’accosta alle grandi pietre irregolari e infila fra gli interstizi il biglietto con la preghiera rivolta al Signore: «Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome fosse portato alle genti: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’alleanza. Per Cristo nostro Signore». Tutto il pontificato, a partire dal pellegrinaggio a Gerusalemme, fu all’insegna di quel gesto. In nome di Dio si poteva al massimo introdurre un pezzetto di carta nella fessura d’un muro riservato alle lacrime: un biglietto a testimonianza delle proprie colpe e della propria preghiera di perdono. Non si potevano far guerre in nome di Dio, non si poteva usare il suo nome per una politica d’aggressione e neppure d’autodifesa. Giovanni Paolo II non fu contro tutte le guerre – fu accanto ai musulmani minacciati in Bosnia – ma rifiutò le guerre quando rischiavano d’assumere tinte religiose, conquistatrici. Se la recente guerra in Iraq non può esser percepita come crociata cristiana, è stato grazie alla sua volontà, ferma, di negarle ogni appoggio della Santa Sede.

                      Questo Papa sarà ricordato per decine e decine di biglietti, che recitavano il mea culpa della Chiesa. Sarà ricordato per lo spazio che volle tener aperto, nell’anima degli europei, alla purificazione delle memorie e all’attività del rammemorare. Penitenza ed espiazione per le conversioni forzate in Africa, Cina. Per il consenso dato alla schiavitù, per le crociate, per le discriminazioni razziali. Ma penitenza ed espiazione, innanzitutto, per la parte svolta nel crimine insondabile di Auschwitz.
                      Auschwitz, agli antipodi di Gerusalemme: c’è un tempo per l’ascesa ai sacri luoghi e uno per la discesa agli inferi, un tempo per la purificazione e un tempo per l’espiazione, un tempo per parlare e uno per tacere. Più volte, in Israele, il Papa parlò del male assoluto, che nessuna provvidenza divina può far rientrare in un disegno di salvezza. Il male che non conduce al bene, ed è – lo dice un filosofo ebraico che lui ammirava, Emmanuel Lévinas – sofferenza irrimediabilmente inutile. Lui, il Papa, aveva visto con i suoi occhi quel male, quando viveva a Cracovia. Aveva visto il saccheggio e i massacri del ghetto, e non lontano da Cracovia, quasi dietro l’uscio, si elevavano alti in cielo i miasmi dei forni che notte e giorno lavoravano a Oswiecim, Auschwitz. Aveva visto tutto questo, aveva taciuto, ma non aveva dimenticato l’evento e neppure se stesso silente, per sempre scosso. L’incamminarsi che riassume la sua vita era cominciato da lì, da quel luogo nefando: che lo trafisse, e cogliendolo impreparato lo preparò con tanta più forza all’esistenza di successore di Pietro. Non omnis moriar – non morirò del tutto: anche di fronte al male radicale, come di fronte alla morte, l’anima serba un suo angolo che non sarà violato.

                        Ci s’incammina nell’insicurezza di sé, e con l’emozione sommessa, fremente, che Gesù sente di fronte al corpo di Lazzaro. Gesù non imbellisce la morte del caro amico, non la sublima. Contempla quel corpo amato, è preso da «grande turbamento», «scoppia in pianto» (Giovanni 11, 35). Allo stesso modo il Pontefice, quando rimeditava la fede, il suo intrecciarsi con le radici d’Europa, i peccati d’omissione e le responsabilità speciali che sono l’appannaggio d’ogni europeo. Se nell’82 canonizzò come «martire della carità» Maximilian Kolbe, il francescano di Niepokalanów che scelse di morire al posto d’un fratello ebreo ad Auschwitz, è perché riteneva che tale fosse la strada che il credente come lo intendeva Sant’Agostino – il credente che «rotolando con le onde del cuore impazzisce per salvarsi, e muore verso la vita» – avrebbe potuto, avrebbe dovuto imboccare nelle plaghe degli Inferni.

                          Tale era la strada che lui stesso, vicario di Cristo, avrebbe voluto, avrebbe forse potuto prendere: forse anche questo occupava la sua mente, nella piccola cella della preghiera. C’è un tempo per nascere e uno per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Il comandante di Auschwitz aveva chiesto a Kolbe il perché di quel gesto di sacrificio, ed ebbe questa risposta: «Io sono un prete cattolico». Nient’altro che questo? Nient’altro, se si vive – come i marinai di Conrad – «di là dal confine della vita comune, e in vista dell’eternità» (Il Negro del Narcissus). «Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?» (Qòhelet 3,9). Nessun vantaggio, se non quello di dire: eccomi, io sono qui per rispondere alla chiamata. O come dicono gli ebrei: ogni mattina tendo i muscoli, al servizio del Signore. «In un viale senza uscita, l’unica uscita è nel viale stesso».

                            Pensare Dio, la salvezza, l’oltremondo. E insieme l’uomo nella storia, e la contingenza con i suoi peccati, e il male sempre in agguato. Il male di cui si macchia chi pecca di omissione di soccorso. Il male – anzi il crimine – di chi mostra indifferenza, apatia. E come teatro l’Europa, epifania costante per questo Papa che non fu propriamente polacco né italiano ma fu Papa europeo, innanzitutto. Ma anche il male che può colpire la natura stessa della fede, quando essa si trasforma in fideismo, in fanatismo, e crede di poter inculcare la verità e addirittura calpestare la vita in nome di essa. Questa volta era Sant’Agostino a essergli accanto, con l’accento messo sulla necessaria collaborazione fra fede e lògos, tra religione rivelata e ragione pensante. La sua enciclica filosofica su Fede e Ragione (1998), è pervasa da una grande trepidazione: senza più pensiero forte e indipendente dalla religione, senza più lavoro di scavo nella ragione, anche la fede è esposta alla non sussistenza. Si accartoccia, degenera non solo in ateismo ma in fideismo, in integralismo. Se il Papa ha insistito tanto sulle radici cristiane d’Europa, negli ultimi anni, è perché temeva ambedue le deviazioni: la deviazione del pensiero senza fede, e la deviazione della fede senza più pensiero.

                              Così era stato per Sant’Agostino, cui il Papa dedicò una lettera apostolica il 28 agosto 1986. Anche il grande filosofo della Chiesa lo aveva detto: ragione e fede erano due forze chiamate a cooperare, per condurre l’uomo alla conoscenza della verità, e ognuna di esse aveva un suo primato: «Per importanza viene prima la ragione, in ordine di tempo l’autorità (della fede)». Ma il problema era difficile, scriveva il Papa, «perché si tratta di passare incolumi tra un estremo e l’altro, tra il fideismo che disprezza la ragione e il razionalismo che esclude la fede. Lo sforzo intellettuale e pastorale di Agostino fu quello di mostrare, senza ombra di dubbio, che «le due forze che ci portano a conoscere» devono cooperare insieme». E infatti Agostino «ascoltò la fede ma non esaltò meno la ragione, dando a ciascuna il suo primato, o di tempo o di importanza». Disse a tutti il «crede ut intelligas», ma ripeté anche l’«intellige ut credas». Scrisse un’opera, sempre attuale, sull’utilità della fede e spiegò che è la fede la medicina destinata a sanare l’occhio dello spirito, la fortezza inespugnabile per la difesa di tutti, particolarmente dei deboli, contro l’errore, il nido in cui si mettono le penne per gli alti voli dello spirito, la via breve che permette di conoscere presto, con sicurezza e senza errori, le verità che conducono l’uomo alla sapienza. Ma sostenne anche che la fede non è mai senza ragione, perché è la ragione che dimostra «a chi si debba credere». Pertanto «anche la fede ha i suoi occhi con i quali vede in qualche modo che è vero quello che ancora non vede». «Nessuno dunque crede se prima non ha pensato di dover credere», poiché «credere altro non è che pensare con assenso (’’cum assentione cogitare’’)…» tanto che «la fede che non sia pensata non è fede».

                                Con questo bagaglio di pensieri e apprensioni il Pontefice imparò, a forza di incamminarsi, a guardare diritto in faccia il male che non si spegne, che è il tessuto della storia, che a volte dà perfino l’impressione – stordente – di prevalere. Nulla in lui delle superficiali scoperte degli uomini di mondo, nell’ultimo decennio del Novecento. Nulla sulla storia finita, sui dolori e le malvagità infine sconfitti. Non si sa quando e se Dio intervenga nella storia, e il più delle volte la storia degli uomini è ciclica, non lineare. Non va da paradiso a paradiso, né da un paradiso alla dannazione. Va e torna, con tutto il suo male, il suo bene: «come l’onda che fugge e s’appressa» (Dante, Purgatorio X,9). È emendabile, e spetta al libero arbitrio che appartiene a ciascuna persona il compito di correggere, di correggersi. Non è divina, la storia della terra: è fatta di errori che sono periodici nei mortali, e di santità non meno ricorrenti. È come la storia scritta dai clerici medievali: è semplice Chronica Mundi, e la colpa o la virtù segnalano la presenza di Dio dentro di noi ma hanno origine nella nostra volontà. «Ero io a volere, io a non volere, io, io ero» (Sant’Agostino).

                                  Così come dipende da noi far sì che ci sia pace nel mondo. Ma non la tregua temporanea fra le armi, e neppure quella comoda condiscendenza al dominio che procura l’indifferenza, bensì la pace che Agostino chiama tranquillitas ordinis, ed è serenità in riposo ma anche vigilanza diritta di chi si fa garante di un ordine. Che assicura giustizia severa perché i torti siano riparati, ma che una volta fatta giustizia sa ricominciare la convivenza fondandola su una memoria purificata da riconciliazione e perdono. È la parola che Giovanni Paolo II seppe trovare nell’ultimo scorcio della vita, quando vide il crimine contro l’umanità riapparire nelle vesti del terrorismo. L’11 settembre 2001 lo confermò nel suo ormai antico convincimento: che il male ogni volta torna a fare irruzione. Che ci cattiva con quel sentimento che ogni volta ci pare ignoto, e che si chiama paura. Che tutto sta a non permettergli di avere l’ultima parola: anche quando l’edificio stesso della fede vacilla, di fronte a una violenza che uccide in nome di Dio. Anche se lo stesso vicario di Cristo è condannato a riconoscere come tutto sia soggetto a perire e rinascere, perfino le certezze di Pietro: «E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Non prevalebunt».

                                    Invece no. Dopo l’11 settembre, disse il Papa alla vigilia della preghiera ecumenica di pace ad Assisi – erano passati pochi mesi dall’attentato alle Torri – l’impensabile doveva essere pensato, come già era successo in passato. E l’impensato era, è: tutto accade come se il potere del male, in questo mondo, «avesse ancora una volta la meglio». Perché non c’è giustizia senza perdono, e non c’è perdono senza giustizia. Perché il perdono è spesso vissuto come alternativo alla giustizia, e tende a coincidere con il cedimento alle forze distruttive, alla cultura di morte. Perché la giustizia non può essere l’alternativa all’amore, ma ne è la premessa e trova in esso compimento.

                                      Non c’è pace senza giustizia. Non c’è giustizia senza perdono. Negli ultimi anni del pontificato Giovanni Paolo II giunge a codesta verità, scabra. Giacché purificare la memoria vuol dire anche questo: far giustizia è un concludere; e amare è un ricominciare. Non restar prigionieri del ricordo che procura dolore, non lasciare che la ferita resti volontariamente aperta e che la memoria del male subìto si trasformi in duratura vendetta. Altrimenti non c’è salvezza che attraverso il giudizio di Dio, e chi corre precipitoso verso la fine di tutto salta la tappa più sublime della Creazione: la tappa in cui Dio decide di creare l’uomo, nonostante tutto. Chi corre così verso la fine, è già nella logica dell’integralismo omicida.

                                        La giustizia e l’osservazione del diritto sono di questa terra, non appartengono ai tempi messianici, apocalittici. E il Papa, pur con tutta la sua verticale spiritualità, ebbe forte quest’ambizione a scortare – da mortale – i mortali. Far rispettare il diritto, debellare i superbi di Dio, fermare la dismisura, la hybris. E al tempo stesso parlare all’Altro, risvegliare anche nell’empio il bisogno di indulgenza, dunque di giustizia e perdono. Tale era per lui la pedagogia del perdono: «non soprassedere alla legittima esigenza di riparazione dell’ordine leso», ma aspirare alla «pienezza della giustizia» che porta alla «tranquillità dell’ordine».

                                          Il dramma del nostro mondo è che in questi anni c’è stato solo lui, a svolgere tale funzione eminentemente politica, terrena, e universale. La funzione di chi non aspetta il giudizio divino, la salvezza escatologica. Di chi si rifiuta di dire, echeggiando Heidegger: «Solo un Dio ci può salvare». Ma di chi prende su di sé il compito che San Paolo, nella lettera ai Tessalonicesi II-2, affida a chi ormai lo sa: nessuna potenza divina, almeno per il momento, sarà in grado di sconfiggere d’un sol colpo l’Anticristo che sembra prevalere con l’energia vitale della sua religione di morte. L’incarico è affidato a forze ben più terrene, la cui vocazione è di trattenere le forze maligne anziché abbatterle una volta per tutte; di tenerle a bada dissuasivamente senza pretendere di eliminare il male sulla terra, fintantoché Cristo non tornerà per la finale parusia. È il compito che Paolo affida al katechon: «colui che trattiene, ritiene» l’assalto del maligno, nella contemplazione di Dio ma senza necessariamente contare su Dio. Perché il male e il bene siamo comunque noi a compierlo: siamo noi a volere, noi a non volere. Noi a ricordare la via indicata da questo Papa che per anni ha accompagnato le nostre veglie e le nostre notti, diventando katechon del mondo. Sempre lì, pronto a guardare con noi l’impensato dell’esistenza e a raccomandarci di non avere paura: visto che in un viale senza uscita, l’unica uscita è sempre ancora nel viale stesso.