“J.P. II” (4) Cracovia: il mio amico Karolek

04/04/2005
    domenica 3 aprile 2005

      Reportage

        CRACOVIA
        il mio amico
        Karolek

          Giuseppe Zaccaria
          inviato a CRACOVIA

            Nei ricordi del filologo Tadzeus Ulewicz, 87 anni, professore emerito dell’università di Cracovia la parabola del Papa e dell’amico che si è spento si racchiude fra due momenti di buio separati da mezzo secolo. Il primo fu quello freddo e un po’ spettrale della cripta di San Leonardo nella cattedrale del Wawel, che guarda Cracovia dall’alto: prima dell’alba, il tre di novembre 1946, poche candele illuminarono un giovane Karol Woityla appena ordinato sacerdote, che a porte chiuse e in modo semiclandestino celebrava la propria prima messa con sei persone ad ascoltarla e servirla, gli amici più cari.

              L’altro ricordo di un buio più speciale si lega a una notte romana di sei o sette anni fa quando, autorizzato finalmente a espatriare, Ulewicz si recò a Roma, telefonò in Vaticano e poche ore dopo si ritrovò a cena con Giovanni Paolo secondo e due cardinali. «Il Papa mi chiamava Tadek, con l’antico vezzeggiativo che usavamo da ragazzi, io non mi sentivo di chiamarlo Karolek, come facevo un tempo ma a ogni modo gli davo del tu e i cardinali mi guardavano straniti…sì, stavo dando del tu al Papa e mai avrei pensato di poterlo fare».

                Quella sera Tadzeus Ulewicz scoprì l’altro genere di oscurità, quella punteggiata dalle migliaia di luci di una tersa notte romana: «Dopo cena il Papa mi disse: vieni, ti porto dove pochissime persone possono dire di essere state, e mi fece salire con lui fino a una sorta di abbaino che si apre nella cupola di San Pietro. Da lì si vede tutta la capitale della cristianità, lo sguardo spazia a dismisura. Anche il Papa osservava rapito, come se dopo tanti anni non si fosse ancora del tutto abituato a tanto spettacolo».

                  Da Cracovia, città oggi tutta in ginocchio, dove canti e preghiere s’inseguono in ogni chiesa e a ogni angolo di strada mentre con pervicacia ossessiva équipe televisive giapponesi riprendono qualsiasi dettaglio, emergono altri spezzoni di vita dell’uomo che ci ha lasciato. Ulewicz racconta le cose da un punto di vista nuovo, è un testimone che finora era rimasto in disparte perché il ruolo accademico e la notorietà di cui gode come filologo lo trattenevano dal mettersi in mostra. Ora acconsente a mettere assieme i ricordi di un Woityla studente, operaio e poi fiancheggiatore della resistenza ai nazisti partendo da un episodio curioso. «Pensi, nell’estate ’38 (o sarà stato il ’39?) presiedevo la giuria di un premio di poesia a cui partecipavano gli studenti dell’università di Cracovia, i componimenti dovevano essere lunghi al massimo due cartelle e dovetti sanzionare la bocciatura del poema di Karol perché il mio giovane amico era andato giù, torrenziale, per quattro pagine e mezza. Il carattere di Woityla era quello, dal padre aveva preso il fare gioviale e aperto, la morte della madre gli aveva lasciato una grande voglia di studiare e migliorarsi, come pagando un tributo al grande affetto che gli era venuto a mancare. Un anno prima della guerra lui era giovane studente di filologia mentre io ero al quarto anno e gli facevo un po’ da guida, anche perché le nostre famiglie abitavano vicine, sulle due sponde della Vistola».

                    Il professor Ulewicz è persona di straordinaria vitalità, parla con grande precisione un italiano letterario appreso negli anni del liceo e a questo proposito rammenta anche un esame scherzoso cui alla fine degli Anni Quaranta il prete Woityla si sottopose, rientrando dal primo anno di studio trascorso a Roma: «Anni prima entrando a casa sua l’avevo trovato chino sui libri, era già l’epoca in cui aveva dovuto mettersi a lavorare come spaccapietre eppure stava trafficando con un corso di lingua spagnola. Quando rientrò da Roma venne a trovarmi e chiese: che ti pare del mio italiano? Tu certamente lo parli meglio di me, io ne la sono cavata grazie alle lezioni tenute in latino e a qualche frase di quel vecchio corso di castigliano…».

                      Il Woityla che «Tadek» ricorda negli anni dell’occupazione nazista è un giovane che nonostante tutto riusciva a mantenere il sorriso anche se, contrariamente a quanto si è sempre detto, partecipava al movimento di resistenza sia pure mai nel ruolo di combattente. «Io nel ’39 ero sfuggito ai nazisti percorrendo 750 chilometri a piedi in due settimane, da Cracovia in direzione Est fino a Kzemeniec, che oggi fa parte dell’Ucraina. Al ritorno aderii subito alla ZWZ, l’unione clandestina di combattimento e poco più tardi all’esercito clandestino della Arma Krajova. Karol spaccava già pietre per quattordici ore al giorno eppure collaborò subito con noi nell’organizzare corsi di istruzione clandestini. I nazisti avevano chiuso tutte le scuole a eccezione delle elementari, i corsi di istruzione superiore si tenevano negli appartamenti in maniera segreta, Karol per un anno riuscì a insegnare filologia e poi era molto attivo nel far circolare le informazioni. Come me, faceva parte della Sodalitas Mariana e le poche radio sfuggite ai tedeschi funzionavano nei conventi».

                        «Come potrei definire il Karol Woityla di allora? Un giovane che non perdeva un minuto, sempre attivo, curioso, interessato, vorace di apprendere. Nel corso che aveva cominciato a frequentare c’erano studenti più dotati di lui ma Karol riusciva a supplire con un’applicazione continua. Per due o tre anni ci vedevamo a date fisse per scambiarci informazioni, in fondo si può dire che nella resistenza io ero il suo capo…finché verso la fine della guerra, quando ormai era chiaro che i sovietici di avrebbero invaso, un giorno Karol mi disse: «Tadek, ti devo confessare una cosa: io non sono fatto per la filologia ma ho deciso di studiare la teologia». Poco dopo era seminarista, ancora una volta seminarista clandestino, in una sorta di istituto messo su dall’allora vescovo di Cracovia, Adam Sapieha. Una trentina di giovani studiavano in un convento senza farsi notare, io avevo uno zio sacerdote che un giorno parlando col vescovo vide entrare una sorta di elettricista, c’era un interruttore guasto, il giovane tecnico lo riparò e senza una parola uscì dalla stanza. Sapieha disse: vedi quel giovane? È un seminarista, farà molta strada…».

                          Quando pochi anni dopo la nomina a vescovo sarebbe toccata a Woityla il vecchio amico professore tentò di non disturbarlo troppo: «Fu lui, attraverso i registri delle parrocchie, ad accorgersi prima della morte di mio padre Szczepan, nel ’67, e poi nel ’70 di quella di mia madre Jadwiga: in entrambi i casi lo trovai al mattino al cimitero di Rakovice, dove volle celebrare personalmente le messe». E adesso, professore? «Adesso sta per scomparire l’uomo che ci aveva affrancati dal patto sciagurato di Yalta e ci rappresentava di fronte a tutto il mondo. Per la Polonia si apre una nuova fase di buio».