“J.P. II” (3) Jaruzelski: «Fu il primo a dire che anche il capitalismo ha delle ombre»

04/04/2005
    domenica 3 aprile 2005

    Intervista

      L’EX PRESIDENTE POLACCO, IL GENERALE WOJCIECH JARUZELSKI
      «Fu il primo a dire che anche
      il capitalismo ha delle ombre»
      «La prima volta che lo incontrai, dalla sponda opposta, mi parlò del “difficile dono della libertà”. Credo che abbia capito che la legge marziale ci salvò dai tank russi»
      Jas Gawronski

      Nell’intervista pubblicata da «La Stampa» il 15 ottobre 1998 il generale Jaruzelski ormai in pensione racconta il suo controverso rapporto con Giovanni Paolo II, legato a Solidarnosc, Lech Walesa e ai delicati giorni del dicembre 1981

        VARSAVIA
        GENERALE Jaruzelski cosa ricorda del momento in cui lei apprese la notizia dell’elezione di Karol Wojtyla?

          «Personalmente in me prevalse il polacco sul comunista che ero: fu più la gioia per avere un concittadino alla guida della Chiesa cattolica che la preoccupazione per quello che avrebbe potuto rivelarsi un avversario temibile, galvanizzando la Chiesa polacca e tutto il popolo contro il nostro sistema. Fu convocata subito una riunione dell’Ufficio Politico del nostro partito per discutere su cosa poteva significare per noi questa scelta. La prima sensazione, la più immediata che definirei umana e polacca, fu anche lì di soddisfazione: adesso gliela facciamo vedere agli italiani, e all’Occidente in genere, c’è un Papa polacco, si parlerà molto della Polonia, saremo sulle prime pagine di tutti i giornali. Ma dopo questa inebriatura iniziale ci siamo messi a ragionare: il cardinale Wojtyla era noto per i suoi atteggiamenti critici nei confronti di noi ed aveva la fama di un avversario coriaceo, e ora dal Vaticano avrebbe potuto esplicare un’azione più efficace contro il nostro sistema ed a favore della Chiesa polacca. Ma io ero dell’idea che ho sostenuto in quella riunione, che Karol Wojtyla una volta salito al trono pontificio avrebbe avuto una visione più ampia, e quando poi avesse visto da vicino la povertà del Terzo Mondo e le mancanze del capitalismo, avrebbe mitigato il suo giudizio nei nostri confronti. E così è stato. Ciò detto, non nascondo che dopo l’iniziale soddisfazione, eravamo tutti preoccupati».

            E i sovietici come la presero?

              «Con ancora maggiore preoccupazione che noi. Vi scorsero subito una sorta di congiura organizzata dal capitalismo occidentale, soprattutto quello americano, contro il nostro sistema. Ma le confesso, con gente come Breznev, Andropov, Cernenko, era difficile parlare. Solo con Gorbaciov si è cominciato a poter discutere, ad instaurare un dialogo, e io devo dire umilmente che ho fatto molto, nelle nostre conversazioni, per far scoprire a lui la grandezza del nostro Papa. Gli dicevo, questo è un Papa diverso, è il primo Papa che afferma che il male è presente nell’uno e nell’altro sistema, che non dice che esiste solo un comunismo senza Dio che bisogna combattere, che riconosce il seme del bene e qui e là. Il primo Papa che pone in termini innovativi il tema della pace senza indicare chi è l’aggressore e chi l’aggredito, un Papa che si apre alle altre religioni. E Gorbaciov lo ha capito, e si è facilmente convinto come la storia ha dimostrato, e poi me ne è stato sempre grato».

                Che effetto hanno avuto i viaggi di Karol Wojtyla in Polonia sull’evolversi della situazione politica nel Paese?

                  «Nell’intervista che le ha concesso il Papa parla con umiltà del suo ruolo personale nei cambiamenti avvenuti in Polonia e nel resto del mondo comunista, e indica il cristianesimo, i suoi principi ed i suoi insegnamenti, come fattore determinante di questa metamorfosi. Ma per arrivare a cambiamenti di tale portata sono necessarie condizioni che maturano gradualmente e poi di colpo assumono una diversa intensità. E questa accresciuta intensità viene data o da un avvenimento, o da un grande personaggio, un personaggio eccezionale che dà l’impulso definitivo. Ed è in questo che vedo il grande ruolo storico di Giovanni Paolo II che ha servito da detonatore di questo processo».

                    Si può dire allora che senza di lui il comunismo sarebbe caduto molto più tardi?

                      «Ci sono state anche altre cause come in Polonia le difficoltà economiche in cui viveva la popolazione, e nell’Unione Sovietica gli eccessivi costi del riarmo cui era stata costretta dalla politica aggressiva di Ronald Reagan, e l’apparire anche in quel Paese di movimenti riformatori. Voglio dire che se questo Papa fosse apparso nel 1958 invece che nel 1978 non avrebbe contribuito ai cambiamenti nel mondo nella stessa maniera perché allora il socialismo era in auge mentre il capitalismo aveva grandi problemi. Ciò detto Karol Wojtyla ha svolto un ruolo enorme nella caduta di questo sistema. E grazie ai suoi insegnamenti questa caduta si è svolta senza determinare una catastrofe, senza vittime, senza spargimento di sangue, come sarebbe stato del tutto possibile. Il Papa ha fatto sì che questa rivoluzione, perché di rivoluzione si è trattato, abbia assunto l’andamento di una evoluzione. Ed è un grande merito di questo Papa».

                      Mi scusi, ma come mai parla con tanto entusiasmo di questo Papa pur riconoscendo che è stato determinante nella caduta di un sistema di cui lei, generale, era un protagonista di primissimo piano?

                        «È vero, c’è una contraddizione. Ma anche nella mia vita ci sono state contraddizioni. La mia educazione è stata cattolica, in famiglia e a scuola, dai padri mariani, e lasciava prevedere strade diverse da quelle che ho poi imboccato durante la guerra, quando mi sono trovato nell’esercito e in una nuova realtà sociale. In quegli anni, fra il 1939 e il 1945 è crollato il mio mondo, il mio mondo di allora. E mi sono trovato in un altro mondo, e passo dopo passo in quel nuovo mondo ho realizzato la mia vita con la convinzione che fosse la strada giusta, che quel sistema, quello Stato era il migliore per risolvere i problemi della Polonia di allora, anche quelli di sicurezza, cui come militare ero particolarmente sensibile, l’alleanza con l’Unione Sovietica. Ma ero consapevole che quel sistema aveva gravi difetti, che non raggiunge l’efficacia economica, che non è democratico, che limita la libertà dell’individuo. Nel 1989 insieme al muro di Berlino il mondo mi è crollato per la seconda volta. Oggi sono un fautore di questa nuova Polonia, anche se ne critico alcuni aspetti, come la discrepanza fra una ricchezza volgarmente ostentata e una povertà assillante: certo, è un fenomeno che esiste anche da voi, in Occidente, ma ci siete più abituati, e la povertà in un Paese povero come il nostro è più abietta. O come l’abbassamento del livello culturale della gente, delle sue aspirazioni morali, indotto dalle stupidità che vede in televisione, dalla pornografia. Il socialismo certo aveva la censura, ma pubblicava a poco prezzo tutti i classici del mondo!».

                          Torniamo al Papa: ci parli del suo primo incontro con Karol Wojtyla

                            «Un incontro fra due persone che agivano da sponde diverse, con interessi diversi, quasi due avversari. Del resto nel Paese vigeva allora la legge marziale da me imposta. Io ero rigido ed emozionato ed il Papa preoccupato. Mi parlò del "difficile dono della liberta"’, mi domandò perché avevo decretato la legge marziale, criticò la decisione perché, disse "non si può arrestare per un’opinione". Nel secondo incontro, a Cracovia, al castello di Wawel, il clima fu più sereno. Eravamo a quattr’occhi, e il Papa mi manifestò allora la speranza che il nostro sistema, il sistema comunista, assumesse una "faccia umana"; forse aveva detto questo perché aveva già conosciuto il capitalismo dalla faccia disumana contro il quale avrebbe messo in guardia nelle sue successive encicliche. In ogni caso ci siamo capiti meglio, io ho apprezzato le qualità del Papa, e credo anche di aver fatto una migliore impressione su di lui. Poi ci siamo scambiati molte lettere».

                              Quando l’ha visto l’ultima volta?

                                «Mi ha ricevuto ancora due volte, nel ’91 e nel ’92, da pensionato, quando ero un privato cittadino, e non aveva bisogno di farlo: gesti che ho apprezzato molto, che hanno contribuito a rasserenare brevemente la scena politica polacca, oggi di nuovo scissa fra ex comunisti e coloro che vogliono indagare sul passato, sui crimini che sono stati commessi nel sistema comunista. Mi dispiace dirlo ma nella patria del Papa, in un Paese super cattolico, non siamo riusciti a fare come in Spagna, in Cile, in Nicaragua, e nel Sud Africa, dove lo stesso Mandela che è stato in prigione 28 anni ha firmato il decreto di perdono del passato. E qui da noi stiamo ancora a litigare per fare i conti con quanto è successo tanti anni fa! E il Papa potrebbe fare molto per suscitare questo sentimento di riconciliazione fra i polacchi».

                                  Il fatto che il Papa l’abbia ricevuta quando non ce n’era bisogno, l’ha indotta a credere che Karol Wojtyla è d’accordo con la sua tesi, del resto sempre più accettata, che il colpo di Stato da lei decretato nel dicembre del 1981 sia stato un male necessario, un male minore rispetto ad una imminente invasione sovietica?

                                    «Voglio crederlo. Lui conosce bene la realtà di allora e io, nei nostri colloqui, anche quelli precedenti, gli ho spiegato le mie ragioni. Spero di averlo convinto. La legge marziale che ho dovuto imporre non è stata un tentativo di tornare ai sistemi pre Solidarnosc ma solo di congelare una situazione vulcanica che evolvendosi rischiava di provocare l’intervento sovietico. Ci sono sempre più documenti e testimonianze che confermano questo pericolo. Ho apprezzato molto che il Papa, rivolgendosi a me, mi chiamasse Generale, e non Presidente, quasi volesse dimenticare quel mio ruolo in cui avevamo avuti delle inevitabili divergenze, per sottolineare quello del militare, del soldato che ha combattuto per la Polonia, per la nostra patria comune».