“J.P. II” (1) Il dolore unico della retorica (M.Serra)

04/04/2005

    lunedì 4 aprile 2005

    Pagina 21 – Interni

    Il dolore unico della retorica
    Ingorgo sui media ma senza spazio per culture diverse

      Michele Serra

      Dire che il lutto e il rispetto, in questi giorni, sono unanimi forse non basta, se questa unanimità non ha saputo trovare, sui media e specie in televisione, gli accenti verosimili, e sinceri, delle diverse opinioni e delle diverse culture. La sensazione di telecamera unica, di un unico sguardo e di un unico linguaggio, ha pervaso molti italiani mano a mano che l´accanimento mediatico finiva nell´imbuto asfissiante della retorica. E poiché la retorica scava dall´interno le parole e le emozioni, le svuota, le rende inespressive, viene da chiedersi se davvero il silenzio (come sottolinea, tra i pochi altri, Rossana Rossanda) non sarebbe stato il necessario rimedio al progressivo ingorgo di parole sempre uguali che hanno generosamente, ma spesso maldestramente, accompagnato l´agonia e la morte del Papa.

      L´accanimento mediatico, come quello terapeutico, spesso (non sempre) è animato dalle migliori intenzioni. Quelle peggiori si sono avvertite nell´ansia leggermente scostumata con la quale le diverse reti si accalcavano attorno all´evento nella speranza di dare "per primi" la notizia della fine, come se pochi secondi facessero una differenza, e segnassero qualche merito. Ma anche restando alla necessità, in un momento così pubblico, di informare e magari di aiutare ad esprimere il lutto della comunità dei credenti, e il lutto differente ma ugualmente sentito (anche se quasi ignorato dalla televisione) degli italiani non credenti, ci si chiede se questa necessità dovesse obbligatoriamente portare alla ripetizione agghiacciata, e spesso agghiacciante, delle stesse parole e delle stesse immagini su tutte le reti, per ore, per giorni, fino a dare la sgradevole impressione che la fine dell´agonia potesse essere un sollievo non solo per la sofferenza del Papa, ma anche per quella dei responsabili dei palinsesti che non sapevano più come ingannare l´attesa…

      La piazza reale, San Pietro visitata dai fedeli come l´immenso atrio della casa di Dio, figurava più composta e più imperscrutabile della piazza mediatica, più misteriosa e riflessiva dell´immagine trasmessa in tutto il globo. Tentando di amplificare la lunga, lunghissima veglia funebre, di trasformare in "evento" la fede e la preghiera, le dirette hanno ingigantito fino allo sfinimento il delicato stillicidio dell´attesa. Ne è sortita una specie di giaculatoria giornalistica che non aveva, non poteva avere la grazia della preghiera, e tanto meno assistere l´interesse e le emozioni di quella parte del pubblico che, su questo Papa e sulla Chiesa in questo delicato passaggio, avrebbe voluto davvero "informazione", non solo commemorazione rituale e cordoglio ostentato. Curioso che proprio lo zelo di un giornalismo compattamente "fedele", almeno nelle partecipazioni funebri, abbia avuto così poco da dire sulla ricchezza e sulla complicazione di un mondo, quello cattolico e quello cristiano, che non finisce con questo Papa, e già discute (con ovvie e vitali divisioni) sulla sua successione, ed è diviso anche su alcuni aspetti di questo pontificato.

        Non era facile informare su un avvenimento storico così importante, sulla fine di un capo spirituale così determinante. Ci si è rifugiati, nella quasi totalità dei casi, nell´ovvia espressione di un dolore costernato, già impostato, incapace di parole differenti e spaventatissimo dall´idea che eventuali zone di silenzio, oppure scelte di palinsesto meno grevemente immobili, potessero essere confuse per anticonformismo, o mancanza di rispetto. Ma un rispetto troppo facile, così corale da sembrare intimorito, non aggiunge nulla alla preghiera dei credenti, e nulla alle preoccupazioni, alla curiosità culturale, alle emozioni dei non credenti. Molti dei quali, in questi giorni, si sono sentiti per niente rappresentati dalla piazza mediatica italiana, non convocati, assenti.