Italiani sfiduciati, consumi sempre più giù

11/03/2004



11 Marzo 2004

Italiani sfiduciati, consumi sempre più giù
L’Istat conferma il Pil 2003 (+0,4%) ma dipinge un quadro più fosco
    Stefano Lepri
    ROMA
    Gli italiani sono sfiduciati e non spendono? Proprio così: l’impressione che tutti avevamo «a naso» è ora confermata dalle statistiche. E le imprese non investono, ma questo già si sapeva. Per l’uno e l’altro motivo il 2004 parte assai male. Se in generale nel continente europeo la ripresa economica appare debole, da noi si stenta addirittura a vederla. La prova sta nei dati che l’Istat ha diffuso ieri: l’analisi in dettaglio del prodotto lordo nel quarto trimestre 2003 non cambia le grandi cifre già note (crescita ferma, con l’annata che chiude a +0,4%) ma peggiora la composizione del quadro.
    Fino a ieri, i dati Istat contraddicevano l’impressione quotidiana che la gente sia molto cauta nel fare spese. Ora invece risulta che nel quarto trimestre del 2003 i consumi nazionali sono diminuiti, in termini reali, dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. Era dal dopo-11 settembre, primo trimestre 2002, che non si vedeva apparire un dato con il segno negativo. La spesa delle famiglie risulta calata dello 0,4%, in coerenza con i sondaggi che registravano un calo della fiducia. E dato che le scelte di massa non cambiano da un momento all’altro, questi numeri proiettano una cattiva luce sul 2004.
    Il racconto della vita economica del Paese che emerge dai dati è questo: nel biennio 2002-2003, l’Italia è stata sostenuta solo da una blanda speranza delle imprese, che a fronte di vendite basse hanno prodotto in vista di una ripresa futura. «Senza il contributo dell’accumulo di scorte, il prodotto interno lordo sarebbe diminuito in entrambi gli anni» dice Lorenzo Codogno, economista della Bank of America, spingendosi addirittura a definire «in qualche modo sospetta» la durata del fenomeno. La debolezza della domanda ha spinto a ridurre gli investimenti, che segnano -1,2% nel quarto trimestre 2003 rispetto al trimestre precedente, -2,1% nell’intero anno rispetto al 2002.
    Usciamo insomma da una quasi-recessione di due anni. Usciamo? Sì, ma le previsioni sul 2004 vengono precipitosamente ribassate. Già prima di conoscere le cifre Istat di ieri, la banca di investimenti americana Morgan Stanley vedeva il prodotto lordo italiano crescere quest’anno appena dell’1,0% contro una media dell’1,6% nell’area euro; e «+1,0% se va bene» era la stima dell’economista Riccardo Faini, già direttore degli studi al ministero del Tesoro. Codogno ieri ha ridotto la previsione Bank of America dall’1,5% all’1,2%. Dalla banca francese Bnp-Paribas Luigi Speranza annuncia che «correggerà ulteriormente dopo aver studiato questi dati» la previsione corrente di +1,4%. L’obiettivo del governo resta di realizzare una crescita dell’1,9%.
    Faini, scrivendo sul sito internet lavoce.info, ha riassunto così la situazione: «L’economia italiana inizia l’anno con scarso slancio, oltre che appesantita da magazzini troppo pieni. Gli indicatori congiunturali (fiducia dei consumatori, andamento del commercio con l’estero) fanno temere che anche il primo trimestre 2004 non contribuirà molto alla crescita». Secondo la banca svizzera Ubs nel 2004 daranno un aiuto le esportazioni, a causa della ripresa in altre parti del mondo, ma «la contrazione dei consumi, in particolare di quelli delle famiglie, rappresenta un grave rischio per la ripresa, mentre l’elevato livello delle scorte «fa pensare che la produzione rimarrà fiacca anche per l’immediato futuro» e il ciclo degli investimenti è ben lontano dall’iniziare.
    Il deludente andamento dell’economia si ripercuoterà probabilmente sui conti pubblici. Le due istituzioni che ne hanno più il polso, Banca d’Italia e Corte dei Conti, sono entrambe assai preoccupate. L’economista Vincenzo Guzzo della Morgan Stanley nota che senza le misure
    una tantum il deficit 2003 sarebbe stato del 4,3%, dunque «più alto di quelli della Germania e della Francia». Il rischio di oltrepassare la soglia del 3% esiste secondo diversi osservatori economici.