Italiani in pensione a tempo di record

13/09/2004


            lunedì 13 settembre 2004

            L’OCSE: L’80 PER CENTO LASCIA A SESSANT’ANNI
            Italiani in pensione a tempo di record

            ROMA
            Quattro italiani su cinque tra i 60 e i 64 anni scelgono di lasciare il posto di lavoro per andare in pensione. Una tendenza che contribuisce in maniera significativa ad appesantire il sistema pensionistico in un contesto di calo demografico che porterà l’Italia entro il 2050 ad avere una persona su tre con più di 65 anni. A lanciare l’allarme è l’Ocse, in uno studio sulla questione previdenziale italiana dal titolo «Ageing and employement policies». Lo studio non tiene ancora conto della riforma delle pensioni approvata alla fine del mese di luglio, che prevede incentivi per chi resterà al lavoro pur avendo diritto alla pensione. Ma anche secondo i ricercatori di Parigi è necessario fare di tutto per convincere gli ultrasessantenni a non abbandonare l’attività, in particolare intervenendo sul mercato del lavoro.

            «Per l’Italia – afferma lo studio – sarà cruciale puntare a un insieme di politiche ben coordinate, che includano non solo la riforma previdenziale, ma anche l’effettivo mercato del lavoro e le politiche sociali». In particolare, «tutte le barriere all’assunzione e al mantenimento al lavoro dei più anziani devono essere attaccate», perché «il rafforzamento dell’impiegabilità dei “vecchi” lavoratori è vitale». Stando alle cifre contenute nel rapporto, nella fascia d’età tra i 60 e i 64 anni è attivo solo il 19,2% degli italiani. Un dato ben più basso della media Ocse, dove gli ultrasessantenni ancora al lavoro sono il 35,4%. La causa principale che induce gli anziani italiani a lasciare il posto è proprio la pensione (51,4%), seguita dalla voce “responsabilità familiari” (21,1%). Senza contare poi le forti differenze dovute al sesso e all’area geografica di residenza. In Italia sono infatti solo l’8,1% le donne tra 60 e 64 anni che ancora lavorano, contro il 30,2% degli uomini. E le differenze tra Nord e Sud sono di tutto rilievo.


            Ma chi va in pensione a 60 anni, spiega l’Ocse, è in realtà ancora perfettamente in grado di lavorare. Per imprimere una svolta, l’Ocse fornisce una serie di consigli. Da un punto di vista generale, occorre per esempio «rivedere le pratiche salariali basate sull’età e l’anzianità». A giudizio dell’organizzazione, infatti, «le parti sociali dovrebbero tener conto degli effetti negativi sull’impiego dei lavoratori anziani che provengono dalla progressione dei salari sulla base dell’anzianità». È necessario quindi dare «minore importanza a questi criteri e maggiore alla produttività dei lavoratori». Ma effetti positivi potrebbero arrivare anche da una minore «protezione» del posto di lavoro, che porterebbe ad un maggior movimento dei dipendenti anziani, da una forte diffusione del part-time e da un inquadramento formale di chi continua a lavorare pur essendo in pensione. Ma anche le aziende devono fare la propria parte, migliorando le condizioni di lavoro dei più anziani, per esempio dispensandoli dai turni notturni. Mentre le parti sociali dovrebbero impegnarsi per l’aggiornamento professionale dei più anziani, la cui importanza è spesso sottovalutata.