Italiani i primi ad andare in pensione

12/03/2007
    lunedì 12 marzo 2007

      Pagina 11 – Economia

      la previdenza

        Italiani i primi ad andare in pensione

          Tedeschi verso l´età minima di 67 anni, da noi si può andare a 57: record Ue

            LUISA GRION

              ROMA – Che tempra, gli svedesi: rispetto agli uomini italiani vanno in pensione con quattro anni di lavoro in più sulle spalle. A 64,3 anni d´età contro i 60,7 anni di media dei nostri. Ma anche per le donne italiane il paragone con gli altri paesi europei è perdente: siamo «sotto» non solo per il numero di figli messi al mondo, ma anche per l´età alla quale le donne che lavorano fuori casa si ritirano dall´attività. In media se ne vanno a 58,8 anni, mentre le irlandesi non mollano fino a dopo i 64 anni e mezzo.

              Certo, prima di fare classifiche bisognerebbe capire anche come si lavora negli altri paesi e su quali servizi e aiuti alle famiglie ci si può appoggiare, ma anche lasciando perdere i primi della classe (maschi svedesi e femmine irlandesi) il paragone con la durata della vita lavorativa ci scalza sotto la media europea, che è di 60,8 anni d´età per le donne e 61,4 per gli uomini.

              Differenze non enormi se si tiene in considerazione il fatto che la legge italiana fissa sì l´età pensionabile a 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne, ma dà a entrambi la possibilità di ottenere l´assegno anche a 57 anni di età (con 35 di contributi) mentre nella maggior parte dei paesi europei tale sconto non è contemplato (anche se poi ci sono forme miste, come quella francese, che prevede una scelta flessibile fra i 60 e i 65 anni e la possibilità – dopo i 60 – di lavorare part-time).

              La media dei lavoratori e delle lavoratrici italiane, dunque, non riesce ad approfittare del vantaggio concesso, ma le differenze rispetto agli altri paesi europei pesano comunque sulla sostenibilità del sistema, tant´è che il dibattito interno sullo scalone (il passaggio dai 57 ai 60 anni previsto a partire dal 2008 secondo la riforma Maroni) o sugli scalini (il passaggio graduale cominciando dai 58 anni sul quale sta ragionando il governo) è molto, molto accesso. Talmente accesso che tutt´oggi non è ancora stato fissato il tavolo fra governo e parti sociali che dovrebbe cominciare a discutere sul da farsi.

              Certo è che – considerata anche la buona prospettiva di vita – da più parti si fa pressing. L´Italia, infatti, è uno dei paesi più longevi del mondo. In Europa siamo al secondo posto con gli uomini (per i quali si calcola una possibilità di vita di 77,6 anni) e al terzo con le donne (età media prevista 83,2). Molti ritengono che, viste tali condizioni la possibilità di ottenere un assegno di anzianità a 57 anni (ma anche a 58 anni) sia un´anomalia, un lusso che non possiamo più concederci. Nel resto dell´Unione, d´altra parte, ci si muove: la Germania sta approvando una riforma in base alla quale i nati dal 1964 in poi andranno in pensione a 67 anni. La Francia ha deciso che entro il 2012 la vita contributiva aumenterà fino a 41 anni per arrivare a 42 entro il 2020. In Austria, dal 2009 si darà l´addio alla possibilità di ottenere pensionamenti anticipati rispetto ai 65 anni per arrivare nel 2024 alla parità di trattamento fra maschi e femmine.

              E anche la distinzione sessuale rischia di essere una anomalia tutta italiana: considerato che pure la Gran Bretagna approderà all´età unica entro il 2020, pare che la diversità fra maschi e femmine ci accomuni oramai solo alla Grecia. Qualche mese fa, si era parlato di introdurre una parificazione anche in Italia, ma l´idea è naufragata prima che il dibattito iniziasse. Anche perché la manodopera femminile "liberata" dal lavoro extracasalingo e accontenta con stipendi e pensioni più bassi, serve a coprire le mancanze nei servizi sociali e assistenziali di piccoli e anziani.