Italiani, gli stakanovisti d’Europa

26/05/2003



              Lunedí 26 Maggio 2003
              Lavoro


              Italiani, gli stakanovisti d’Europa


              Passione intensa per la propria attività, oppure ridotta capacitàorganizzativa? Qualunque sia la risposta, gli italiani sono quelli che in Europa dedicano più ore settimanali al lavoro, o almeno questo è quanto affermano. I dati emergono da un’indagine che Monster, uno dei più importanti network mondiali nella selezione del personale su Internet, ha svolto in dodici Paesi europei su oltre 20mila utenti dei propri siti, chiedendo loro quante ore lavorano nel corso di una settimana.
              La concentrazione più alta di lavoratori stakanovisti si registra proprio in Italia, dove oltre il 76% degli interpellati (contro una media europea del 56,4%) ha risposto di lavorare in media più delle 40 ore alla settimana che secondo la legge rappresentano l’orario normale, ed il 23,2% ha dichiarato di lavorarne almeno 50.
              Molto bassa, di conseguenza, la percentuale di italiani che si fermano sotto il tetto delle 40 ore (sono il 23,9% degli intervistati, mentre la media dei dodici Paesi considerati nella ricerca si attesta oltre il 43,5%).
              Nessuno fra i grandi Paesi dell’Unione presenta dati analoghi e solo in Spagna, Belgio e Svezia (dove la quota di chi sostiene di lavorare più di 40 ore supera di poco il 60%) mostrano una tendenza simile. Di segno opposto, invece, la situazione in larga parte del nord Europa (ad esempio in Inghilterra, Irlanda, Danimarca e Finlandia), dove è più diffusa l’abitudine a confinare il lavoro in uno spazio che va dalle 25 alle 40 ore settimanali e solo una minoranza supera questa soglia. I numeri vanno letti alla luce delle caratteristiche degli intervistati, che in genere hanno una scolarità medio/alta ma sono piuttosto giovani dal punto di vista professionale (l’83% di loro ha meno di cinque anni di esperienza), ma mostrano bene le diverse linee tendenziali seguite nei vari Paesi.
              Come va interpretata la particolarità italiana? «Lavorare di più – avverte Corrado Tirassa, amministratore delegato di Monster.it – non significa sempre lavorare meglio, perché questa tendenza può essere il sintomo di una produttività insoddisfacente o di una organizzazione non proprio ottimale».
              Il dato italiano, di conseguenza, si presta secondo Tirassa a una doppia lettura, perché «denuncia nei confronti del lavoro un approccio positivo, ricco di slancio e di entusiasmo, ma nello stesso tempo apre la strada a pesanti forme di stress e di stanchezza, che certo non favoriscono la produttività. La nostra epoca – prosegue l’ad di Monster.it – ha cambiato in profondità le tecniche ed i modi di lavorare, e di conseguenza è venuto il momento di ridisegnare il rapporto fra lavoro e vita privata».
              I modelli per questa trasformazione, come i dati del sondaggio mostrano con chiarezza, vanno cercati soprattutto nel nord Europa, dove «da molto tempo incontrano una grande fortuna le forme contrattuali più flessibili (prevedono orari ridotti e spesso consentono il part-time), che in Italia per un antico vizio culturale ci ostiniamo a definire atipiche.
              Per far questo occorrono ulteriori interventi sul piano legislativo, ma serve soprattutto una svolta di carattere culturale in grado di far tramontare l’idea che l’unico posto di lavoro possibile sia quello fisso e a tempo pieno». Sono molti i responsabili del personale che rilevano distanze organizzative e culturali fra l’esperienza italiana e quella di molti Paesi stranieri, sottolineando che soprattutto in Germania e nord Europa si registra un rispetto molto più rigido dei confini dettati dall’orario di lavoro normale. C’è però anche chi, come il direttore del Personale di Autogrill Paolo Ferrari, si mostra scettico nell’avanzare letture sociologiche, e spiega che «lo straordinario è il più antico strumento di flessibilità, e garantisce all’impresa la possibilità di mantenere gli organici ragionevolmente bassi e di affrontare i picchi aumentando il monte ore». La fortuna che il lavoro straordinario incontra in Italia, quindi, nasce da «una ragionevole convergenza di interessi: delle aziende, che se ne servono per adeguare rapidamente il lavoro alle esigenze temporanee, e dei lavoratori, che lo utilizzano per aumentare il proprio reddito».

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