Italia, poco salario e tante tasse

12/05/2011

L’Italia resta molto in basso, fra i Paesi più industrializzati, nella classifica dei salari netti, ma non riesce neanche ad approfittarne per essere più competitiva, perché si piazza sciaguratamente ai primi posti per il prelievo fiscale (tasse e contributi si mangiano quasi il 47 per cento del lordo) e così a un modesto potere d’acquisto per i lavoratori si associa un alto costo del lavoro per le imprese, la peggior combinazione possibile.

L’Ocse associa i 34 Paesi più avanzati dell’Occidente, cioè dell’Europa e del Nord America con l’aggiunta (stiracchiando un po’ la geografia) del Giappone, della Corea del Sud, dell’Australia e della Nuova Zelanda e altri sparsi qui e là. Fra questi trentaquattro il Belpaese nel 2010 si è collocato al 22˚ posto e si tratta già di un miglioramento perché ha approfittato dello sconquasso finanziario di Atene per scavalcare la derelitta Grecia (nel 2009 ci accontentavamo del 23˚ gradino). Dietro di noi ci sono gli altri Stati dell’Occidente più squassati dalla crisi (Islanda e Portogallo, però non la Spagna, che fa meglio di noi piazzandosi al 19˚ posto) e poi una sfilza di Paesi poveri dell’Europa dell’Est, la Turchia, il Cile e il Messico.

Nel 2010 in Italia il salario netto medio di un lavoratore «single» senza figli a carico è stato di 25.155 dollari. La cifra è inferiore sia alla media Ocse (26.436 dollari) sia a quella dell’Ue a 15 (30.089). Il salario lordo è stato invece di 35.847 dollari, lievemente superiore alla media Ocse (35.576) ma molto inferiore a quella europea (42.755). In questa classifica l’Italia è al 19˚ posto.

Un disastro sul fronte fiscale. Il rapporto «Taxing Wages» dell’Ocse dice che nel 2010 quest’onere per i lavoratori, mettendo assieme quanto versato da loro e dai datori di lavoro, è aumentato di 0,4 punti percentuali rispetto al 2009, arrivando al 46,9% e questo ci colloca al quinto posto. Davanti abbiamo Belgio (55,4%), Francia (49,3%), Germania (49,1%) e Austria (47,9%).

L’Ocse rende note anche altre classifiche fra cui quella delle coppie sposate con due figli; qui va persino peggio che per i single, perché in Italia il livello di pressione fiscale risulta il terzo dell’Ocse al 37,2 per cento, dopo quelli della Francia (42,1%) e del Belgio (39,6%).

Ovviamente il problema del «cuneo fiscale» si lega al pesantissimo debito pubblico dell’Italia e alla necessità di farvi fronte; è questo che impedisce di tagliare le tasse, a dispetto delle promesse che arrivano. Per il partito democratico Cesare Damiano, capogruppo in commissione Lavoro alla Camera dei deputati, osserva che nel 2010 «l’Italia ha aumentato la pressione fiscale sui salari di 0,4 punti, arrivando al 46,9% di prelievo, e gli stessi salari sono agli ultimi posti tra quelli dei Paesi dell’Ocse. Si sa che questo governo commenta soltanto i rarissimi dati positivi mentre ignora, volutamente, le brutte notizie. Viene così ulteriormente smascherata la bugia di un governo che avrebbe diminuito la pressione fiscale». Il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi, dice che «bisogna spostare l’asse fiscale dal lavoro alle grandi ricchezze improduttive e parassitarie. I numeri forniti dall’Ocse confermano che siamo fra gli ultimi posti per il valore dei salari e, contemporaneamente, tra i primi posti per il peso del fisco su di essi. Questi numeri confermano l’urgenza di una redistribuzione della ricchezza».

Per l’Idv Antonio Borghesi accusa il governo: «Le mani in tasca ai cittadini le ha messe e come. Il fallimento della sua politica economica è sotto gli occhi di tutti. I cittadini sono sempre più poveri, i salari sono in caduta libera. Come si pensa di dare una spinta all’economia senza fare ripartire la domanda interna? Non certo con il dl sullo sviluppo».